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La testimonianza di padre Spadaro

Come prende le decisioni il Papa? Ecco Francesco visto da vicino

Come prende le decisioni il Papa? Ecco Francesco visto da vicino
Personaggi 15 Settembre 2014 ore 18:45

“La Verità è un Incontro” è un libro che raccoglie le omelie di Papa Francesco nella Cappella di Santa Marta. A parlarne è Padre Antonio Spadaro, autore dell’intervista al Papa su Civiltà Cattolica, che inizia con la celebre domanda «Chi è Jorge Mario Bergoglio?» a cui il Papa risponde: «Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore… sono un peccatore al quale il Signore ha guardato».

Padre Spadaro ne ha parlato a fine agosto al Meeting di Rimini. Ecco gli appunti della prima parte di quell’incontro.

«Non sono qui per parlare di concetti o di idee, ma di un’esperienza. E quando si parla di un’esperienza si è sempre un po’ timidi, perché l’esperienza è sempre più grande di noi. L’esperienza da cui prendo le mosse ha un volto e una data: il 14 maggio dell’anno scorso alle 18.55. Il mio cellulare squillò durante una conferenza, risposi ad un numero privato e dall’altra parte: “Ciao, sono Papa Francesco”. Io davanti al rettore e agli altri ho esclamato: “Santità!”. Potete immaginare che cosa è successo. Non sapevo cosa dire e come chiamarlo, quindi gli ho chiesto: “Come devo chiamarla?”. La sua risposta è stata: “Lascia stare, parliamo”. I tre pomeriggi successivi che ho trascorso con Papa Francesco sono stati, più che un’esperienza giornalistica, una profonda esperienza umana e spirituale.

1 – La realtà supera sempre l’idea

La cosa che più mi ha colpito è stata la sovrabbondanza di grazia che ho ricevuto, alla quale non ero preparato. Grazia legata ad un evento impossibile, perché vi assicuro che intervistare Papa Francesco è impossibile. Non è la persona cui tu fai delle domande e lui ti dà delle risposte. Ho avuto la sensazione di essere seduto sopra un vulcano attivo. Francesco è un caos calmo. È un vulcano che apre scenari: non parla in modo lineare, ordinato. Il suo è un parlare per ondate, per accumulo: il suo pensiero cammina, e lo vedi camminare, ragiona con te. Non ha un pensiero pre-confezionato, rigido, che ti espone. Quando parli con lui non ti espone un pensiero, sei tu che muti il suo pensiero, perché ha presente te più del suo pensiero. È un pensiero che cammina. E la sua realtà, di fatto, è fatta di accumulo e stratificazioni. Per il Papa la realtà supera l’idea. È uno dei suoi principi fondamentali che la realtà superi sempre l’idea.

2 – Una persona dal pensiero incompleto

Nel colloquio che ho avuto con lui ho compreso che c’è una parte fondamentale dell’intervista – la meno ripresa per altro – che lo descrive a fondo. È quella in cui, rispondendo alla domanda «chi sono i gesuiti» (io sono gesuita) completa la precedente (Chi sono io – essendo lui stesso un gesuita) da un’altra angolatura. Vale per ogni cristiano capace di discernimento: il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto. Io ho sempre saputo che un gesuita, cartesianamente, deve avere le idee chiare e distinte. Ed ecco che arriva un Papa gesuita che mi dice che il gesuita è un uomo dal pensiero incompleto, aperto. Il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare avendo Cristo al centro. Essere uomini di discernimento significa essere uomini dal pensiero incompleto, aperto.

Ho ricevuto molte telefonate, richieste, da persone che mi chiamavano per domandarmi: “Ma che cosa ha in mente il Papa? Qual è il suo progetto, cosa vuol fare?” La mia risposta era: “Non lo so, e forse non lo sa neanche lui”. Papa Francesco è un uomo dal pensiero incompleto. Ha un orizzonte ma non ha un punto d’arrivo. Non ha un punto d’arrivo rigido: non ha un progetto. Non ha un piano teorico astratto da applicare alla storia. Se la realtà supera l’idea, a guidare la vita e i processi della vita non può essere l’idea, non possono essere le idee, ma la realtà stessa che si svolge e dipana davanti ai nostri occhi. Il papa non ha una visione ideologica della realtà, ma radicalmente esperienziale. Ha un disegno, non un progetto. Ha un’esperienza spirituale vissuta, che prende forma per gradi e si traduce in termini concreti in azione.

Non fa riferimento a idee o concetti, fosse anche una teologia precisa. Ha un vissuto che fa riferimento, come diceva Sant’Ignazio, a Tempi, Luoghi e Persone. Ecco perché il papa vive a Santa Marta: per rendersi meglio conto della realtà, perché può incontrare la gente. Ti capita anche d’incontrarlo per caso, si muove con libertà, sceglie dove sedersi a tavola, telefona. Non vive dentro una bolla filtrata, non vive alla fine di un imbuto, ma vuole avere un contatto stretto con la realtà. Non ha una visione interiore che s’impone sulla storia, cercando di organizzarla: dialoga con la realtà, s’inserisce nella storia degli uomini e del tempo nel concreto. Non ha una road map. I giornalisti si chiedono: “Come si fa a riformare la Chiesa?” A me viene in mente l’immagine di una strada che si apre “camminandola”: se non cammini lo scenario non si apre. Nell’intervista ha detto: “Non si fa discernimento delle idee: si fa discernimento delle storie, solo di e in una storia si può fare discernimento. Il cammino si apre camminando”.

3 – Il Papa è nudo, non il re

Gli ho chiesto, provocatoriamente: come prende le sue decisioni? Secondo il Terzo Tempo? Il Terzo Tempo è un modo di prendere le decisioni bilanciando i pro e i contro, le ragioni a favore e le ragioni contrarie. Un modo ragionevole di prendere le decisioni. Mi ha risposto: “Assolutamente no. Le prendo secondo il Secondo Tempo, e anche quando le prendo secondo il Terzo, aspetto sempre la conferma”. Cosa voleva dirmi?

Per Sant’Ignazio, il nostro Fondatore, il Secondo Tempo è quello in cui ci si ferma, si prega fino ad avvertire la consolazione o la desolazione del Signore. Guardando alla decisione che stai per prendere senti se questa decisione ti lascia in una pace profonda e duratura oppure no, magari ti entusiasma sul momento, ma poi ti lascia vuoto. Francesco prende le sue decisioni non semplicemente bilanciando le sue ragioni, ma cercando di cogliere cosa il Signore vuole da lui. Facendo un’esperienza spirituale, del dito di Dio che tocca la tua anima e ti dice che quello che stai facendo ti dà pace, e ciò è frutto di consolazione. Questo modo di procedere, sebbene si basi sull’interiorità, ha come materia prima la realtà che si ha davanti: è l’eco che la realtà quotidiana riverbera dentro questa intimità: storia, esperienza ed incontro hanno la priorità assoluta. Francesco, quindi, è un Papa imprevedibile da certi punti di vista, perché è completamente nudo. Il Papa è nudo, non il re. È nudo, spoglio, davanti alla volontà di Dio. Per questo va marcato a vista e, anzi, ho sperimentato che alcune decisioni molto importanti le prende quando ha più tempo e in un tempo rilassato in cui ha modo d’immergersi nella preghiera.

Il luogo di presa delle sue decisioni non è il suo ufficio, che per altro è un tavolino. Le prende in cappella. La mattina presto, e la sera, quando frana nella panca della cappella. È una prospettiva radicalmente contemplativa: per questo va marcato a vista, e del resto i miei colleghi vaticanisti se ne sono resi conto: è un uomo che continua ad accavallare, accumulare impegni e attività. Si fa fatica a seguirlo. Il suo segretario mi disse una volta: “Non si può seguire, si può accompagnare. Se lo segui muori, non resisti”. E vi posso assicurare che è vero.

4 – Il movimento dell’oggetto

Ho capito un po’ meglio questo papa quando a New York, nel marzo scorso, ho visitato una mostra straordinaria sul futurismo italiano che ha come sottotitolo “Reconstructing the universe,” Ricostruire l’universo. Titolo meraviglioso. Mi sono fermato a guardare quadri di Boccioni, Balla, Severini, l’abolizione della prospettiva tradizionale per un moltiplicarsi di punti di vista che esprimono, con emozione intensa, il movimento. Nel cubismo la realtà si presenta in una specie di fermo immagine ripreso contemporaneamente da più punti di osservazione. La realtà è sfaccettata, multidimensionale, ma statica. Al contrario, Francesco esprime un’idea in cui la molteplicità non è data dallo sguardo sull’oggetto, ma dal movimento dell’oggetto. La realtà per Francesco, come per i futuristi, è dinamica, si muove, non sta mai ferma. Per ciascuno, dunque, la rappresentazione della realtà deve considerare il movimento, il dinamismo dell’esperienza. La spiritualità non può consistere in un’interiorità statica: è cogliere la presenza di Dio nel flusso dell’esperienza. Nel messaggio di Francesco al Meeting è citata una frase del Senso Religioso di don Giussani: “L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre, intensamente il reale.” La formula dell’itinerario al significato della realtà è vivere il reale senza preclusioni, senza rinnegare e dimenticare nulla. Men che meno il suo dinamismo.

5 – Dio in tutte le cose

Questo implica un profondo sguardo contemplativo, di una realtà che si muove sempre, che non si riesce mai ad afferrare. Se si esce da se stessi e si va in periferia, si scopre che la periferia è la realtà, e questo fatto cambia il modo di guardare le cose, lo sposta e in questo spostamento si coglie il movimento delle cose e quello della propria esperienza di esse. Mi piace molto un libro che non ho letto, ma che ho comprato solo per il titolo: Searching and Find God in All Wrong Places. Cercare e trovare Dio in tutti i posti sbagliati. Non esiste posto sbagliato per cercare e trovare Dio. Anche il concetto di identità, e di identità cristiana, per Francesco, non è un concetto: è un’esperienza dinamica, che parla non solamente del passato e del presente, cioè di chi siamo, ma anche del nostro futuro e della nostra speranza. Ho seguito Francesco in Corea, e il discorso che più mi ha colpito è stato quello ai vescovi dell’Asia in cui Francesco ha detto che la tentazione identitaria è l’apparente sicurezza di nascondersi dietro risposte facili, frasi fatte, leggi e regolamenti. Gesù ha lottato con chi si nascondeva dietro le leggi, i regolamenti, le risposte facili. Li ha chiamati Ipocriti. La fede, per sua natura, non è centrata su sé stessa, ma tende ad andare fuori: non a incontrare i sentimenti, o i ruoli, ma le persone. In questo modo il Papa intende contrastare quella che san Giovanni Paolo II aveva chiamato “introversione ecclesiale”, che resta sempre una grande tentazione. Scrive il Papa: “Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti”.

6 – Siamo ciò che speriamo

In un’omelia di Santa Marta, il 10 aprile 2014, il Papa ha messo in guardia dall’idolatria del proprio pensiero, e ha scritto che bisogna evitare di cadere nel fanatismo scambiato per fervore. Il Papa lo ha detto ai vescovi dell’Asia: “la nostra identità di cristiani consiste in definitiva di tre cose. Nell’impegno di adorare Dio solo e di amarci gli uni gli altri. Nell’essere al servizio gli uni degli altri. Nel mostrare attraverso il nostro esempio non solo in che cosa crediamo, ma anche in che cosa speriamo, e in Colui in cui abbiamo posto la nostra fiducia. ”La nostra identità non è ciò che siamo, ma ciò che speriamo. Riguarda il nostro futuro. La nostra identità si comprende solo dentro un’attrazione per Gesù, e non dentro una dinamica ideologica di proselitismo. Io spero in Gesù perché sono attratto da Gesù. Io sono ciò che spero, non ciò che sono adesso. Sono ciò da cui vengo attratto. Da un futuro che sta davanti a me e che mi attira, spingendomi da dietro. L’attrattiva Gesù, di cui parlava Giussani. Un libro che ha molto colpito il cardinal Bergoglio, che lo presentò quando uscì in Argentina. Nell’occasione Francesco parlò di un rapporto personale intenso, misterioso e concreto, di un affetto appassionato e intelligente verso la persona di Gesù che permette a Giussani di arrivare alla soglia del mistero, di dare del Tu al mistero. Dunque, la verità è l’incontro che consente di Dare del Tu al mistero. È lo stupore che genera il legame col Tu, per Francesco come per Giussani. Solo lo stupore può generare il legame, da cui si scopre di essere attirati. L’identità cristiana è Cristo, non la percezione che abbiamo di noi stessi. Questo è ciò che ci dà l’energia per correre verso di Lui, la realtà.

7 – L’esperienza della tenerezza

È qui che s’innesta il discorso sulla misericordia. I sentimenti cristiani non sono “buoni sentimenti”, come ci ha insegnato la scrittrice Flannery O’Connor. La misericordia, per Francesco, ha origine dall’attrazione esercitata da Gesù. Reciprocamente, non si può capire la dinamica dell’incontro se non scatta il grilletto della misericordia. Solo chi è accarezzato dalla misericordia si trova bene con il Signore. Solo chi ha fatto esperienza della tenerezza può star bene con il Signore. E per fare esperienza della sua tenerezza bisogna essere peccatori, altrimenti non si sperimenta. “Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Cristo verso il mio peccato”. Solo se sono peccatore sono nella condizione di fare esperienza della misericordia di Dio. La morale cristiana è la risposta commossa davanti alla misericordia inspiegabile che il Signore ha nei nostri confronti. Quando, iniziando l’intervista, gli ho chiesto “Chi è Jorge Mario Bergoglio?”, lui ha sgranato gli occhi e a me è parso di aver valicato un confine. E lui mi ha detto: “Rispondo, ma dammi un attimo di tempo”. Mi ricordo quando mi ha detto “Sono un peccatore”. Non è letteratura quello che sto dicendo: la sua risposta veniva da un’esperienza vera, vissuta.

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