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La volta che Pelè dai piedi fatati fece cinque sombreri di fila

La volta che Pelè dai piedi fatati fece cinque sombreri di fila
Personaggi 01 Novembre 2014 ore 08:30

Ancora oggi, Trapattoni va in giro raccontando la storiella di quella volta che Pelé fece una finta, un passo a destra, un altro a sinistra, e persino in tribuna caddero in due. Va a sapere se è vera. Ma con Pelé è così: si entra nella nebbia della leggenda. Oggi non ci perdiamo un istante. Tredici, quattordici telecamere fanno su e giù, sopra e sotto, dietro, di lato, colgono attimi che l’umano occhio non coglierebbe altrimenti. Una rovesciata di tacco? Un pallonetto da cinquanta metri? Traversa-palo-carpiato-gol? Premi un tasto, torni indietro: è tutto vero. Prima che il voyeurismo sportivo ci costringesse al divano, il calcio era materia narrativa. Se Maradona è stato l’incanto materializzato, l’uomo che più di ogni altro ha illuminato la fantasia degli appassionati è stato Edson Arantes do Nascimento. Pelé.

Venuto al mondo, il padre Dondinho sentenziò: «Ha i piedi troppo piccoli». La carriera di Dondinho si era fermata per colpa di qualche infortunio, e allora aveva mandato al diavolo il pallone e si era messo a lavorare per un’impresa edile. Però desiderava un figlio calciatore così tanto che la notte guardava le stelle e rivolgeva al cielo preghiere silenziose. «Ma ha i piedi piccoli». Ecco, ancora una volta l’impossibile che sbuca, e cerca di rovinare la storia. Invece no: Pelé ha piedi fatati. Una volta, contro il Fluminense, nel ’61, prese palla e saltò sette avversari (portiere compreso) e fece il gol più bello di tutta la sua carriera. Lo hanno celebrato con una targa. Ma questo avvenne già dopo aver conquistato i cuori dei tifosi del Santos. Valdemar de Brito, un campione degli anni Trenta, aveva convinto la famiglia a fargli firmare un contratto da 6mila cruzeiros al mese. Dopo Pelé li ha ripagati segnando cinquantotto gol in un campionato, e sbriciolando il record di Luis Macedo, fermo a trentanove. Vince scudetti, coppe, nel ’58 vince la Coppa del Mondo (doppietta in finale), e il bisbiglio sul nuovo fenomeno si fa passaparola, poi voce e, un anno più tardi, quando il Santos attraversa l’Atlantico e va a giocare una tournée in Europa, il fascino di Pelé luccica come un cristallo. Gli appassionati riempiono le tribune per ammirare quel fenomeno nero come la fuliggine, che segna gol con una facilità disarmante.

I biografi ufficiali concordano: 1.366 partite disputate e 1.283 gol realizzati. Ma l’ultimo lo ha segnato nel 2010, in un cortometraggio. Si vede Pelé che affronta i rivali di tutta la vita, gli argentini. Il corto è una spremuta di pathos. Pelé è vecchio, imbolsito, si pone domande sull’esistenza del calciatore (“Riuscirò a giocare ancora?”), e dopo essersi fatto male e aver stretto i denti, alla fine trova il modo di segnare da centrocampo il suo gol numero 1.284. È la seconda vita di Pelé, che a un certo punto aveva deciso di sfruttare l’immagine di se stesso. Pubblicità, film, locandine. La vera leggenda si ferma un metro prima, resta confinata all’idea dei suoi gol, quasi platonica, e allo stupore di come potessero essere tanto belli. Ce n’è uno davvero eccezionale. Agosto 1959. Il Santos affronta l’Atletico Juventus. Pelé ha solo diciotto anni. Il pubblico lo stuzzica, lo sfida, lì fanno così. Allora quando gli arriva il pallone giusto Pelé salta un avversario con un sombrero, poi un altro, e un altro ancora, per cinque volte. Chi c’era dice che lo applaudirono e gridarono il suo nome per dieci minuti, mentre nel cartellone appariva il risultato: Juventus-Santos 0-4. Quella Juventus passò alla storia per quel gol preso, più che altro. Un paio di settimane fa lo hanno ricostruito al computer. Ma le leggende digitali, si sa, hanno tutto un altro sapore.

 

Il gol con 5 sombreri ricostruito al computer: una vera perla.

 

https://www.youtube.com/watch?v=gKXFLTtxY5Q

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