Un padre della ricerca contro la leucemia

Perché dobbiamo dire tutti grazie allo scomparso professor Mandelli

Perché dobbiamo dire tutti grazie allo scomparso professor Mandelli
Personaggi 20 Luglio 2018 ore 10:14

Domenica 15 luglio è morto a Roma il professor Franco Mandelli, ematologo di fama internazionale. Era nato a Bergamo nel 1931 ed è sempre rimasto legato alla nostra città e... all’Atalanta. Bergamo ha una grande tradizione nel campo della lotta alle leucemie ed è sempre stata portata come esempio dal professor Mandelli. Dello scienziato scomparso e dell’eredità che ha lasciato abbiamo parlato con il professor Alessandro Rambaldi, direttore dell’ematologia del Papa Giovanni.

Chi è stato Franco Mandelli?
«Un grandissimo ematologo, uno straordinario lavoratore e un bravissimo insegnante: uno che ha visto nascere e seguito tutti gli sviluppi dell’ematologia moderna».

È stato così importante per l’ematologia italiana?
«Quando la sua generazione, che è quella dei Tiziano Barbui e dei Sante Tura, ha iniziato, loro erano gli allievi delle cliniche mediche universitarie nelle quali nessuno voleva occuparsi della leucemia, perché i pazienti morivano tutti. Loro invece hanno accettato la sfida, intuendo che in breve tempo si sarebbero capite le basi biologiche di questa malattia».

Quando ha conosciuto Mandelli?
«All’inizio della mia carriera, 30 anni fa, quando il gruppo italiano di ricercatori - Piergiuseppe Pelicci, Andrea Biondi, il sottoscritto e Francesco Lo Coco -, ha clonato una traslocazione importante che caratterizza la leucemia acuta promielocitica, quella di cui Mandelli si è occupato in maniera particolare».

Che cosa significa?
«Che questo gruppo italiano, insieme a un gruppo inglese, a uno francese e a uno americano, contemporaneamente, hanno risolto a livello molecolare i due geni che si rompono e si ricombinano e sono la causa di questa malattia. Fu una grande scoperta. Contemporaneamente, i cinesi scoprirono che questa leucemia rispondeva al trattamento somministrando un derivato della vitamina A, che si chiama acido retinoico. Queste due scoperte, indipendenti una dall’altra, hanno rivoluzionato la cura».

E cosa c’entra Mandelli in tutto questo?
«Per lui, che fin dall’inizio era stato un grande specialista di questa malattia, il fatto che un gruppo di giovani ricercatori italiani avesse identificato la traslocazione fu un coronamento meraviglioso. L’inizio di una nuova era nel trattamento della leucemia. E il protocollo terapeutico messo a punto in quegli anni dal professor Mandelli, combinando chemioterapia e acido retinoico, è diventato lo standard di cura in tutto il mondo».

Con quali risultati?
«La leucemia è diventata la forma di malattia più curabile, se il paziente arriva...]

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 6 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 26 luglio. In versione digitale, qui.