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Sette personaggi illustri che non si sono mai laureati

Sette personaggi illustri che non si sono mai laureati
20 Dicembre 2014 ore 10:30

La Stampa.it ha messo in fila sette persone famose che non hanno mai preso la laurea. Nell’ordine: Piero Angela, Enrico Mentana, Eugenio Montale, Roberto Benigni, Dario Fo, Steve Jobs, Mark Zuckerberg. Ne proponiamo altri sette forse non tutti altrettanto famosi, però che hanno ugualmente avuto un certo peso nella vita del nostro Paese. Sono, in ordine di apparizione:

 

Galileo Galilei
(Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642)

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Il futuro fondatore della scienza moderna, l’autore del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, lo scopritore delle leggi del pendolo e del moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole non riuscì ad entrare tra i primi quaranta nel concorso che assegnava borse di studio a giovani toscani che volessero studiare a Pisa. Poté comunque frequentare la scuola grazie al padrino di battesimo del fratello Michelangelo. Tornato a Firenze continuò a studiare sotto la guida del padre Vincenzo e poi nella scuola dei padri Vallombrosani, dove vestì l’abito di fino all’età di quattordici anni. Dopo di che il padre volle rimandarlo nella città della torre a studiare medicina, ma il ragazzo preferì seguire le lezioni di matematica da un allievo di Tartaglia (quello del triangolo) e quelle di fisica. Fu in questo periodo che si appassionò al pendolo. Nel giro di quattro anni fece tante di quelle scoperte che decise di rinunciare a proseguire gli studi. Il resto è storia nota.

 

Benedetto Croce
(Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)

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Figura centrale, per non dire centralissima, della politica e della cultura italiana nei primi quarant’anni del secolo scorso, don Benedetto perse i genitori nel terribile terremoto di Casamicciola (luglio 1883):  lui stesso rimase sotto le macerie per due giorni. Fortunatamente zii e cugini lo accolsero in casa loro: e non si trattava di gente qualsiasi. Lo zio Silvio Spaventa, fratello di Bertrando, famosissimo (allora) filosofo, teneva in casa un circolo culturale di prim’ordine. Fra i frequentatori anche Antonio Labriola, che iniziò il ragazzo al marxismo, senza alcuna fortuna, peraltro. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza di Napoli, preferì frequentare Filosofia a Roma (dove insegnava il Labriola) e non finì mai gli studi. Prese a girare per l’Europa, incontrò gli storici e i filosofi più attivi in ogni campo e divenne uno degli uomini più colti ed eruditi del suo tempo, al punto da venir rispettato anche da Mussolini, che pure lo conosceva come avversario.

 

Angelo Rizzoli
(Milano, 31 ottobre 1889 – Milano, 24 settembre 1970)

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Crebbe nel Collegio dei Martinitt (il collegio milanese dei poveri orfani) poiché suo padre, ciabattino analfabeta, morì prima che lui nascesse. Ai Martinitt imparò il mestiere di tipografo che sfruttò subito, appena diventato grande, a vent’anni, aprendo una piccola impresa editoriale in piazza Carlo Erba, sempre a Milano. Alla fine della guerra aprì uno stabilimento più grande (vicino al parco Lambro) e nel 1927 fece il grande salto: acquistò, dalla Arnoldo Mondadori Editore, il quindicinale Novella, «sul quale, al tempo, venivano pubblicati racconti di D’Annunzio e Luigi Pirandello; solo nel 1930 Novella divenne un periodico femminile, raggiungendo la tiratura di 130.000 copie» [Fonte: Wikipedia]. Da quel momento in poi la marcia divenne inarrestabile: libri, riviste e cinema costituirono l’impero Rizzoli poi evaporato al tempo di Tangentopoli.

 

Arnoldo Mondadori
(Poggio Rusco, 2 novembre 1889 – Milano, 8 giugno 1971)

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Nato due giorni dopo Angelo Rizzoli, riuscì a terminare soltanto le elementari, ma divenne uno dei più grandi editori italiani del secolo scorso. Giovane simpatizzante del partito socialista, non poté partecipare attivamente alle sue attività perché le condizioni della famiglia non glielo permettevano. Iniziò a così a lavorare presso una piccola azienda tipografica di Ostiglia, nel mantovano, e poi la sua passione di confezionare e vendere libri lo portò a diventare quel che sappiamo.

 

Vittorio De Sica
(Sora, 7 luglio 1901 – Neuilly-sur-Seine, 13 novembre 1974)

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Il padre, impiegato in banca d’Italia, lo avrebbe voluto almeno ragioniere, ma la «tragica e aristocratica povertà» in cui la famiglia viveva fece decidere il figlio a non proseguire l’esperienza. Così, mentre studiava per diventare contabile, ottenne un ruolo da cameriere in un film. Ottenuto il diploma di ragioneria accetta una scrittura teatrale in una compagnia diretta niente meno che da Tatiana Pavlova e da quel momento in poi la partita doppia resta per lui soltanto un ricordo. il film Gli uomini, che mascalzoni, dove balla – e canta – Parlami d’amore Mariù lo iscrive di ruolo fra le stelle del firmamento cinematografico. Il neorealismo gli regalò l’immortalità.

 

Giovanni Borghi
(Milano, 14 settembre 1910 – Comerio, 25 settembre 1975)

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Cominciò a produrre, al termine della seconda guerra mondiale, fornelli elettrici e proseguì fondando la Ignis, famosa produttrice di elettrodomestici che poi vendette alla Philips. La stessa Ignis che ha dato il nome alla squadra varesina di basket. Portò il Varese Football Club in serie A, sponsorizzò Sandro Mazzinghi e Duilio Loi (entrambi campioni del mondo di pugilato), si occupò di canottaggio e nel ciclismo portò Ercole Baldini a vincere il campionato del mondo a Reims, solo e con due minuti di vantaggio  sul secondo. Era a tal punto importante e famoso, pur parlando a stento l’italiano, da permettersi il lusso di invitare più volte a casa sua, a suonare il pianoforte, niente meno che il grande Arturo Benedetti Michelangeli.

 

Federico Fellini
(Rimini, 20 gennaio 1920 – Roma, 31 ottobre 1993)

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Genio del cinema mondiale, lasciò la natia Rimini per Roma con la scusa di studiare giurisprudenza. Ma sappiamo che scelse un’altra strada. Fortunatamente. Alla vicenda allude nella prima parte di uno dei suoi ultimi film, Intervista.

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