Più precisamente a "Cespe"

Piero, dalla Pecora Nera di Osio al rifugio di Camerata Cornello

Piero, dalla Pecora Nera di Osio al rifugio di Camerata Cornello
Personaggi 18 Aprile 2017 ore 04:30

Chi non l'ha pensato il lunedì mattina, al suono della sveglia: «Mollo tutto e cambio vita, due caprette in cima alla montagna e non ci penso più». Dirlo però può essere veramente facile, realizzarlo magari un po’ meno. Lasciare lavoro e familiari, anche per la breve distanza di cinquanta chilometri, non è proprio così semplice. Sopratutto se sulle montagne, tra le neve e le caprette, ci si va davvero. Pietro Dominoni questa scelta l’ha fatta ormai da quasi sette anni. Classe 1980, ha abbandonato il paese natale nel 2011, dove tuttora risiedono i genitori e i parenti, per trasferirsi a Cespedosio (m.1093), frazione di Camerata Cornello, che arriva a contare otto residenti nella stagione invernale. Pierino, così amichevolmente conosciuto a Osio Sopra, Cespedosio lo conosce bene. Su queste montagne ci ha passato buona parte dell’infanzia, quando genitori e zii salivano a cercare la frescura durante la stagione estiva. E proprio qua, nel 2012, si è aggiudicato con la moglie Katia il bando per il nuovo rifugio escursionistico Cespedosio. «Addio smog e auto… Da oggi aria buona - racconta Pierino - questo è stato sicuramente il nostro primo pensiero».

Perché proprio Cespedosio?
«È il mio paese di origine, e anche quello dei miei avi. La casa dove abitiamo risale alla prima metà dell’Ottocento, ed è appartenuta ai genitori di mio nonno. A Cespedosio ho passato l’infanzia fin da bambino, quando giunta l’estate e finita la scuola era quasi un rituale salire a “Cespe” con tutta la famiglia. Con mio fratello e i miei cugini ho passato gli anni su queste colline, e su queste colline sono sempre tornato».

 

 

Quindi solo una questione affettiva?
«Naturalmente no. A Cespedosio mi sono trasferito nel 2011 con mia moglie Katia, che come me condivide la passione per la montagna. La voglia di cambiare vita e iniziare con qualcosa di nostro era già nell'aria e nel 2012 si è presentata l’occasione proprio con il rifugio escursionistico, appena realizzato dal comune di Camerata Cornello. A questo punto non ci siamo fatti scappare l’occasione».

Cosa ti ha spinto principalmente a mollare tutto?
«Dal 2005 al 2010 sono stato l’oste della “Locanda della Pecora Nera”, bar presente a Osio Sopra fin dagli anni Cinquanta. Con il mio subentro nel 2005 il bar ha preso una piega molto giovanile, diventando anche Club dell’Atalanta. Questo richiamava in paese molti ragazzi, soprattutto durante l’organizzazione delle trasferte. La Pecora Nera si trovava poco prima della piazza del paese e molto spesso anche solo il semplice chiacchierare delle persone nelle sere d’estate dava fastidio agli abitanti. Purtroppo mi rendo conto che è un problema comune in bar così adiacenti alle abitazioni. La situazione è stata accentuata dalla giunta comunale dell’epoca, che non vedeva di buon occhio il bar e l’affluenza di ragazzi, anche per i problemi di viabilità, dovuti alla quasi assenza di parcheggi. Ho chiesto più volte un aiuto al Comune, ma non sono mai stato ascoltato. Alla fine mi sono stancato e ho mollato tutto. Gestire un’attività come la mia a Osio Sopra in quegli anni non era facile».

I maggiori problemi di una vita in montagna?
«La vita in montagna non è per tutti. Bisogna accontentarsi e imparare a vivere anche delle piccole cose. La farmacia, il panettiere, l’edicola e le scuole non sono più a “portata di mano”. Con l’inverno i problemi vengono accentuati dal ghiaccio e dalla neve. Questo rende la vita in montagna bella quanto imprevedibile».

E il rifugio?
«Gestiamo tutto io e mia moglie Katia, e i nostri prodotti sono tutti a km 0. Formaggi e salumi vengono tutti dalle nostre montagne e dagli alpeggi della zona. Abbiamo poi un vasto assortimento di primi e secondi, dagli intramontabili casonsei, alla polenta cunsada, tipica della nostra valle, naturalmente accompagnata da un mix di selvaggina. Il rifugio dispone anche di otto posti letto».

 

 

Come si svolge la giornata tipica, tra rifugista e papà?
«Si inizia la mattina, con le bimbe da portare a scuola. Poi ci sono le incombenze del rifugio, gli animali da seguire, la legna per l’inverno, la pulizia dei pascoli in primavera, fieno e foraggi per le bestie… Quando posso, nonostante il mio quintale e passa, amo ancora camminare in montagna e andare a caccia. Naturalmente non mi perdo una partita dall’Atalanta per nulla al mondo, cascasse il Monte Venturosa alle mie spalle».

Mai pensato a un ritorno a casa?
«Dopo quasi sette anni ci siamo ritagliati un angolo di paradiso. Non nascondo che ho ricordi bellissimi del mio paese natale, ma non penso di ritornare sui miei passi. Anzi, chissà che l’esperienza di Cespedosio non diventi un trampolino per una futura gestione di un rifugio alpino d’alta quota».

Piero non ha dimenticato le radici che lo legano a Osio Sopra. Al paese d’origine fa ritorno una volta a settimana, per far visita ai genitori e ai parenti che ancora vi risiedono. Capita di incontrarlo in uno dei bar del paese, ma non si ferma per molto tempo. Osio Sopra gli sta stretto. Gli amici preferiscono andare a trovarlo in rifugio, dove si apprezzano di più una fetta di torta e un bicchiere di vino, magari davanti al fuoco del camino acceso.