Si chiama bruno egizio

Quando i pittori dipingevano quadri con un colore fatto di mummie

Quando i pittori dipingevano quadri con un colore fatto di mummie
28 Settembre 2016 ore 07:05

La parola “mummia” rievoca subito alla mente di molti appassionati tempi antichi ormai passarti fatti di piramidi, grandi faraoni e divinità antropomorfe dalle teste animali. Difficile, invece, è associare questo termine a dipinti di pittori della confraternita dei preraffaelliti. In realtà questi due mondi sono strettamente legati da un particolare pigmento chiamato “bruno caledonia”, “bruno egizio” o per l’appunto “bruno mummia”.

La tinta, molto amata da questi pittori, non deve il suo nome a una semplice somiglianza con le sfumature dei corpi mummificati, bensì alla presenza degli stessi all’interno degli ingredienti della tintura. L’attenzione di vari artisti a questo pigmento può essere determinata dalla sua tonalità ricca e trasparente; allo stesso tempo presentava però alcuni difetti, come la variazione di qualità e composizione fra le partite e l’intaccamento degli altri colori, data dalla sua natura estremamente grassa. Poche sono le ricette pervenute sino ai nostri tempi di questo particolare pigmento: sicura è la presenza di pece bianca e mirra, associate ai resti di corpi felini o umani mummificati, che consistono in alcuni casi solo dei “muscoli migliori” in altri nell’intero corpo.

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L’utilizzo di questo prodotto non è esclusiva di questi particolari artisti ma si fa risalire al Quattrocento e Cinquecento, come evoluzione di un ulteriore impiego delle mummie; molto diffusi in questo periodo erano anche alcuni farmaci che, tra gli ingredienti, presentavano questi resti organici ed erano principalmente impiegati per la cura di malesseri, come l’epilessia e i dolori di stomaco. Infatti si credeva che contenessero del bitume (il termine arabo che indica questa sostanza appiccicosa, che si presumeva avesse proprietà mediche straordinarie, è infatti “mummiya”) o che, essendo resti di faraoni, avessero qualche proprietà ultraterrena. Non a caso anche il fantomatico pigmento venne inizialmente venduto all’interno delle medesime farmacie del medicinale.

La diffusione europea del farmaco però cessò come una qualsiasi altra moda mentre, dopo la campagna egiziana intrapresa da Napoleone, l’egittomania, e con essa il colore a base di mummia, ebbero una nuova esplosione, e si arrivò ad organizzare feste il cui unico scopo era quello di “srotolare” e ammirare il corpo esanime degli antichi Egizi. Nonostante le leggi che impedivano l’esportazione dei cadaveri, questo traffico era diffuso e portato avanti da esploratori o anche semplici turisti con una teca in salotto da riempire.

 

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Così, furono molti i pittori che utilizzarono questo colore, infatti si suppone che anche uno dei quadri più famosi esposto al Louvre, ovvero La libertà che guida il popolo di Delacroix, pur non appartenendo alla corrente preraffaellita, presenti la tinta. Infinita sarebbe la lista di quadri per cui si suppone la presenza di questa preparazione, ma può solo rimanere un’ipotesi in quanto, nonostante le disponibilità tecnologiche odierne, non si è tuttora in grado di individuarlo con esattezza all’interno delle composizioni. Come spiega Barbara Berrie, capo della ricerca scientifica alla National Gallery of Art di Washington, «tutti i prodotti che potrebbero essere state usati per l’imbalsamazione e il bendaggio, come il mastic (un tipo di resina), sono stati comunemente impiegati dagli artisti come vernici, leganti per i pigmenti o additivi, per cui è difficilissimo capire se la presenza di qualcuno di essi su un dipinto dipende dal bruno mummia». Difficile è anche stabilire quali artisti, tra quelli che ne hanno fatto uso, fossero a conoscenza dei materiali con cui esso veniva prodotto.

Corre in nostro aiuto il famoso scrittore Rudyard Kipling che, nella sua biografia Qualcosa di me, ricorda una giornata passata assieme allo zio, il pittore preraffaellita Edward Burne-Jones, e al collega Laurence Alma-Tadema. Il primo, informato dall’amico della composizione del fantomatico colore e preso da un forte senso di spiritualità e rispetto, decise di dare una degna sepoltura a quei resti attraverso una piccola cerimonia nel suo giardino. La ricercatrice Sally Woodcock  suppone che Alma-Tadema fosse venuto a conoscenza della particolare ricetta grazie alla sua influenza come cliente della C. Roberson and Co, una storica marca di materiali per le Belle Arti, che aveva forse fatto assistere il pittore alla creazione del “bruno mummia”.

 

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Le ultime tracce della richiesta di mummie per la creazione di colori risale al 1904 quando sul Daily Mail viene pubblicata un’inserzione che chiedeva «una mummia a prezzo contenuto» per la creazione di un affresco all’interno di Westminster Hall. Dall’inizio del Novecento le mummie in circolo furono inconsistenti per la produzione di pigmenti tanto che, nel 1964, Time Magazine riporta le parole, nostalgiche e rassegnate, di Geoffrey Roberson-Park, direttore della Roberson and Co: «Può essere che abbiamo ancora qualche arto, magari spaiato, che giace da qualche parte. Ma non è abbastanza per produrre ancora del colore. L’ultima nostra mummia intera, l’abbiamo venduta». Oggi esiste ancora un pigmento chiamato “bruno mummia” che viene però creato sostituendo i resti mummificati con della più semplice ed economica ematite in modo che le restanti anime possano riposare in pace nei propri sarcofagi.

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