Premesso che non so di calcio Se l’Atalanta giocasse alla Sacchi?

18 Dicembre 2014 ore 13:40

Premesso che di calcio non ho mai capito niente, l’affetto per l’Atalanta mi ha portato, nei giorni scorsi, a riguardare tutto quel che è stato scritto su di lei sul Bergamopost, anche in relazione a una memoria che avevo di uno dei primi pezzi di Fabio Gennari. Quello su quanto guadagnano i suoi giocatori. Ricordavo che il solo Denis aveva avuto un aumento consistente di stipendio, dati i risultati dello scorso anno.

Questo ripasso viaggiava di conserva con un episodio risalente ai miei anni delle medie, quando un mio compagno, Bertini, che veniva dalle Cascine e che faceva con me il pezzo a piedi dalla fermata del 17 alla scuola, mi illuminò sul mondo del calcio.

Bertini era un tifoso totale della Fiorentina. Con “tifoso totale” intendo il fatto che non si occupava d’altro nella vita. A scuola andava malissimo, quando parlava bofonchiava, aveva una voce bassissima e scuoteva sempre la testa come se avesse il mondo in gran dispitto, come Farinata degli Uberti o come Bartali quando voleva rifare tutto.

Era il 56, l’anno in cui la Fiorentina avrebbe vinto il suo primo scudetto. Beppe Virgili, il centravanti, segnava alla grande e Montuori e Julinho erano entrati nel cuore dei tifosi viola.

Non capendo niente di calcio, ripeto, e sapendo che il mio compagno parlava solo di calcio, accennai al fatto che Virgili mi sembrava un gran centravanti più per far contento il mio interlocutore che per dare un giudizio sul giocatore.

E mi ricordo perfettamente che il Bertini, bofonchiando a suo modo, mi rispose che Virgili segnava solo perché Montuori e Julinho si portavano via le difese così da lasciare libero il numero 9 che, ricevuta la palla, poteva mandarla in rete facilmente avendo un tiro molto potente, ma niente altro. No: qualcos’altro l’aveva, e cioè un carattere di merda, come Bobo Vieri.

L’altro giorno, cercando di ritrovare traccia del Bertini su qualche sito viola, mi sono imbattuto in questo pezzo di wikipedia alla voce Giuseppe Virgili

In viola, nella stagione 1954-1955, segna 15 reti ottenendo il quinto posto in campionato, mentre nella stagione successiva, giocando in attacco con Miguel Montuori e Julinho, realizza 21 delle 59 reti complessive nella squadra che vince il campionato (12 punti di vantaggio sulla seconda, una sola sconfitta). Le prestazioni in questa stagione gli valsero anche le prime convocazioni nella Nazionale maggiore. Nelle due annate successive il numero di marcature di Virgili scese (10 nel 1956-1957, 9 nel 1957-1958).

Quel “giocando in attacco con Miguel Montuori e Julinho” mi pareva potesse essere stato scritto dal mio compagno, perché – sommessamente – ne riproponeva pari pari il giudizio, che a me aprì – per quanto possibile – l’intelligenza del calcio, che – lo sanno tutti, ma in realtà sono pochissimi a saperlo – è un gioco di squadra. Sono stati tre o quattro nella storia i giocatori per i quali non vale questa regola.

Da quella mattina, ogni volta che guardo una partita, cerco di seguire lo schema Bertini. E quando qualche sera fa, a casa dei miei nipoti, ho visto che il gol con cui il Villareal ha battuto i colchoneros è stato certamente un capolavoro del giovane Vietto, mi sono anche ricordato che qualcuno la palla gliel’aveva passata giusta. Lui poi se l’è giocata bene, ma prima gli era arrivata benissimo.

C’è poi un altro fatto che mi è venuto in mente scorrendo i miei ricordi calcistici. Nel campionato 92-93 a un certo punto la Fiorentina ruppe il contratto con l’allenatore Luigi Radice perché – vox populi – se la faceva con la moglie di Cecchi Gori, allora proprietario della squadra. Il suo posto venne preso da Agroppi, allora in auge, ma la Fiorentina perse tutte (tutte) le partite fino alla fine del campionato perché … c’era un perché.

E così mi sono riguardato ancora tutti i commenti su Facebook o sulle pagine di Bergamopost relativi all’Atalanta, e ho notato che quasi nessuno ha la forma “bertiniana”: parlano del ruolo del tifo, della voglia o meno di giocare che i giocatori dimostrano in campo, delle contumelie che ci si scambiano in diverse occasioni, delle pagelle dell’uno e dell’altro, ma presi individualmente, dei 30 milioni di motivi per cui si deve rimanere in serie A, di cose come l’identità della squadra. Ma è raro trovare qualcuno che metta il dito su aspetti squisitamente tecnici dei singoli e dell’ensemble. Per esempio, qualcuno che dica che el Tanque quest’anno non segna perché (dico a caso) nessuno gli passa più la palla perché si sono rotti del fatto che l’anno scorso si è preso lui tutti i meriti (e i soldi) che invece andavano condivisi con i Montuori e Julinho della situazione e nessuno se n’è accorto. Oppure che per qualche ragione qualcun altro ha perso in velocità, o che tutti hanno paura di prodursi in gesti atletici perché sanno che dovranno essere venduti e non vogliono rompersi un muscolo o un crociato anteriore.

Anche le opinioni circa il fatto che si debba far giocare l’uno o l’altro sembrano opinioni tecniche, ma in realtà fanno riferimento a un’idea di calcio più legata alle prestazioni individuali (un’idea “morattiana”, direi) che a quelle del collettivo. Ci vorrebbe un tipo alla Sacchi Arrigo all’Atalanta. Meglio: forse bisognerebbe che tutti passassero a una visione arrigosacchiana del calcio, perché le acque si muovessero. Anche per aiutare i sostenitori a passare dall’entusiasmo del tifo orobico a una visione un po’ più tecnica della faccenda. Una cosa alla Bertini, per intenderci.

 

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