Da tredici anni lì

Il preside del Pesenti, che canta La vita è bella insieme ai ragazzi

Il preside del Pesenti, che canta La vita è bella insieme ai ragazzi
08 Marzo 2017 ore 06:00

Marco Pacati, 63 anni a giugno, risiede a Bergamo. Sposato, è padre di due figli di 33 e 29 anni. Laureato in Letteratura greca, appena entrato in ruolo ha insegnato un anno lettere alle medie di Gazzaniga e poi per vent’anni italiano e latino al liceo scientifico Mascheroni, di cui è stato a lungo anche vicepreside nella gestione di Letterio Di Mauro («È stato il mio maestro»). Dal 2004 è dirigente dell’istituto professionale “Cesare Pesenti”, una scuola piuttosto complessa (per usare un eufemismo). Si definisce «un ottimista che crede che anche tra mille difficoltà la vita valga sempre la pena di essere vissuta». La sua grande passione, oltre alla scuola, è il calcio. Attaccante dai piedi buoni, ha giocato con gli amici fino a due anni fa: «Poi a sessant ’anni ho smesso perché ci terrei a vivere ancora un po’». Gli piace anche la musica, cantare e strimpellare la chitarra. Grande tifoso dell’Atalanta, ha l’abbonamento da quando aveva tredici anni («Meriterei un premio alla fedeltà»). «Quest’anno – dice – andare allo stadio è un piacere, non ho mai visto l’Atalanta giocare così bene. Gasperini ha dimostrato che se i giovani sentono fiducia intorno a loro sono capaci di cose straordinarie.

 

Preside, lei come c’è finito al Pesenti?
«È stato quasi un caso. Era la mia prima esperienza di dirigente ed era l’unica presidenza disponibile».

E che cosa ci fa ancora lì?
«Mi sono molto affezionato a questa scommessa».

Scommessa?
«Quando ho accettato l’incarico in tanti mi hanno detto che era una follia, sia per la mia esperienza sia per la fama di cui godeva questa scuola: difficile, problematica e con un’utenza alquanto complicata».

In effetti lei sapeva “legger di greco” e insegnava latino: al Pesenti non ci sono neppure queste materie.
«Sì, la mia formazione è del tutto anomala rispetto a un istituto professionale. E i primi tempi sono stati difficili. Ma devo dire che mettere insieme le mie competenze di carattere didattico, pedagogico e psicologico con un ambiente prettamente tecnico è stata una buona simbiosi. Per dirla con Machiavelli, si è trattato di “cogliere la fortuna e poi svilupparla con la virtù”».

Sta dicendo che guidare una scuola difficile come il Pesenti è una fortuna?
«Mi sono trovato talmente bene che pur avendo avuto le occasioni per trasferirmi anche nei licei, non ho più voluto abbandonare la nave».

È tuttavia curioso il fatto che il preside del liceo classico Sarpi sia laureato in Chimica e il preside del Pesenti in Letteratura greca.
«Sono gli scherzi della vita. Io mi auguro che il dirigente del Sarpi si trovi altrettanto bene al Sarpi, quanto io al Pesenti».

Che cosa trova di così interessante in questa scuola professionale?
«Ci sono dei valori notevoli, che non sono necessariamente la qualità e il livello culturale degli studenti (soprattutto in entrata), ma anzitutto un gruppo di insegnanti fortemente motivato e appassionato, come raramente si trova».

Ma lei come fa a orientarsi tra meccanici ed elettricisti?
«Delego a collaboratori di grande valore gli aspetti di gestione dei settori tecnici e io mi occupo dell’attenzione ai ragazzi e ai docenti. Tutto sommato mi sembra che si sia creato un buon feeling».

Ci descrive la particolarità della sua scuola?
«Al Pesenti è quasi impossibile ricoprire il ruolo di insegnante in maniera tradizionale. Non è sempre facile entrare in classe, aprire il registro, spiegare e interrogare, sottintendendo che lo studente va a scuola per imparare, ha le motivazioni e chiede cultura. Questa cosa da noi non è scontata. Qui molti studenti vengono perché sono obbligati o perché non sanno dove altro andare (perché altre scuole hanno chiuso loro la porta). Vi sono soggetti problematici, o a volte con età diversa dall’età scolare: abbiamo ragazzi di vent’anni che si iscrivono in prima. Più del 60 per cento sono stranieri, di cinquanta etnie diverse, fra i quali c’è pure un gruppo nutrito di analfabeti. Tanti sono i nuovi arrivati che si inseriscono almeno fino a gennaio e poi c’è un numero elevato di disabili».

Sembra quasi di avere a che fare con un ghetto.
«E invece secondo me è una scuola di grande qualità, e lo è sia nella misura in cui cerca di reinserire questi ragazzi nel mondo del lavoro, nella società e soprattutto di restituire loro un’immagine positiva; sia per i progetti di grande spessore culturale e professionale e per i frequenti riconoscimenti che l’istituto ha ricevuto a vari livelli. La scuola è frequentata anche da persone meno fortunate dal punto di vista sociale o familiare, ma non per questo prive di intelligenza e di risorse: lo dimostrano l’apprezzamento e la collaborazione che molti enti e associazioni del territorio ci offrono (Maestri del Lavoro, Confindustria, Confartigianato, aziende, enti locali, ecc). Certo, quando il feedback che ci torna dalla vita è sempre di fallimento e di emarginazione è dura trovare motivazioni significative e fiducia in se stessi. Il nostro primo obiettivo è restituire tutto questo».

Quanti sono gli iscritti ogni anno?
«Più di mille, ma non siamo in grado di dirlo a febbraio, entro il termine ministeriale. Le iscrizioni online, secondo i canoni stabiliti, sono poche. Noi raccogliamo tantissime persone fuori tempo massimo: da febbraio a settembre i numeri quadruplicano. E ogni anno il primo giorno di scuola ci sono almeno venti-trenta ragazzi che ci chiedono di andare in classe ma non sono iscritti. A volte ci è capitato di trovarli già in aula e alla domanda: “Tu chi sei?”, rispondono: “Sono venuto con il mio amico che mi ha detto che qua ci accogliete”. Il primo mese e mezzo lavoriamo a capire chi c’è e chi non c’è. È solo in nome della fiducia che la scuola gode e della disponibilità del Provveditorato che riusciamo a gestire la situazione».

Tutto questo potrebbe essere letto come un gran caos.
«Invece è accoglienza, disponibilità, sostanza che supera la forma. È chiaro che farebbe comodo anche a noi avere i numeri ben definiti da subito, le classi certe e via dicendo. Ma pur trovando una grandissima disponibilità dei docenti, io devo fare un continuo lavoro di mediazione, chiedendo cortesemente di accogliere questi studenti. A metà anno non è facile coinvolgerli e oltretutto spesso non hanno i minimi prerequisiti, come la conoscenza dell’italiano».

E magari sono anche vivaci.
«Eccome. Così, vuoi per la difficoltà a seguire le lezioni, vuoi per la scarsa motivazione o per il fatto che la maggioranza è composta da stranieri, ci troviamo spesso a gestire situazioni complicate. Da noi il ragazzo viene mandato a scuola, ma una volta che è a scuola, spesso la famiglia non lo segue più. È capitato che un ragazzo si sentisse male e venisse portato all’ospedale senza che riuscissimo a metterci in contatto con i suoi. Abbiamo il registro elettronico, ma solo una minoranza dei nostri utenti usa internet. E quando convochiamo i genitori perché il ragazzo non si presenta a scuola, di solito loro cadono dalle nuvole. Tutto questo quando ci riesce a intendere, perché molto spesso i parenti non parlano l’italiano».

Beh, almeno nella sua scuola non dovete gestire l’ansia dei genitori…
«Ho lavorato per 20 anni al Mascheroni che nel bene e nel male ha le caratteristiche opposte al Pesenti. Qui i genitori non ci sono, là la loro presenza era insistente e a volte anche asfissiante. Qualcuno non capiva, ad esempio, che il ragazzo deve poter fare la sua strada autonomamente, anche affrontando piccole ingiustizie quali un cinque, pur se illegittimo, perché il mondo non li vedrà sempre protetti da genitori che immediatamente interverranno in loro difesa. I genitori devono essere presenti nella scuola, ma devono essere presenti per la scuola, per i figli degli altri, per collaborare a livello organizzativo, non solo per “difendere” il proprio figlio da un nemico inesistente. Al Pesenti siamo in una situazione diametralmente opposta: i genitori si vedono raramente. Abbiamo nove o dieci classi senza i rappresentanti perché quando ci sono le elezioni non si presenta nessuno e noi spesso non riusciamo neanche a contattare la famiglia. Qui però, a fronte di questa grave assenza, abbiamo un’associazione dei genitori formata da un gruppetto di persone di una vivacità, di una creatività e di una generosità straordinarie. Questa associazione è presieduta con una passione incredibile dalla signora Giovanna Diani, il cui figlio ha frequentato il Pesenti circa dieci anni fa. Raramente ho visto tra i genitori una collaborazione anche educativa così bella».

Mi scusi preside, ma dove sta il successo di questa scommessa?
«Sta innanzitutto nella relazione. Bisogna convincere il ragazzo che c’è qualcuno che si preoccupa per lui, che non è nostro interesse farlo venire a scuola a tutti i costi (in alcuni casi ci farebbe comodo che non venisse), ma che a lui teniamo. Può sembrare un discorso retorico, ma l’“I Care” di don Milani da noi è estremamente attuale. Naturalmente non li si persuade con delle spiegazioni o con discorsi astratti (“è per il tuo bene”, “è per il tuo futuro”): li si convince solo con la presenza e con l’esempio, partendo da esperienze gratificanti».

È per questo che lei si è messo a cantare con loro?
«Nella scuola è nata una sorta di compagnia teatrale e musicale formata da docenti e studenti. L’anno scorso mi è stato chiesto di creare una colonna sonora per uno spettacolo sulla Shoah e abbiamo imparato Auschwitz e La vita è bella. Io in tutta onestà credo di cantare discretamente e mi diverto. Spero che per i ragazzi vedere che anche il preside si mette in gioco favorisca ulteriormente il clima di accoglienza all’interno della scuola».

I bocciati al Pesenti sono tanti?
«Abbiamo rivisto radicalmente i criteri di valutazione per evitare una dispersione che in prima era arrivata al 60 per cento. Ora valorizziamo anche gli aspetti non strettamente cognitivi e di profitto. Per molti studenti siamo l’ultima spiaggia e non possiamo riorientarli, non c’è per loro alternativa se non di stare a casa. Ma non è questo che vogliamo: il nostro obiettivo è che vengano tutti a scuola e ci impegniamo a coinvolgerli con progetti e iniziative di vario tipo, cercando di offrire un ambiente protetto e modelli educativi adulti».

I ragazzi sono riconoscenti?
«Tutto sommato sì, si rendono conto che facciamo il possibile per loro. Va detto che i nostri ragazzi nella maggior parte dei casi non sono né maliziosi né sleali e rispettano l’istituzione. Capita a volte che vengano alle mani, ma non in modo grave. Considerata anche la composizione esclusivamente maschile della nostra utenza, a volte il pugno o la sberla partono, più per istinto che per cattiveria. Poi il preside li convoca e li punisce: abbiamo un tasso di sanzioni disciplinari da guinness. Anche per i più “vivaci”, però, c’è sempre una seconda e una terza porta aperta. A merito dei nostri studenti devo aggiungere che nell’attività di alternanza scuola-lavoro – sono 600 ogni anno gli studenti che la svolgono – si comportano bene e i riscontri da parte delle aziende sono quasi sempre positivi. Spesso il rapporto di lavoro sfocia in un’assunzione: il 75 per cento dei nostri diplomati entro sei mesi trova lavoro nell’ambito di competenza. E i datori di lavoro sono contenti. In tredici anni mai uno di loro che mi abbia detto: “Ma chi mi mandi”, o qualcuno che sia stato licenziato. A dimostrazione che alla fine questa scuola è in grado anche di fornire una buona preparazione culturale e professionale».

Dia una definizione della sua scuola.
«È una scuola di vita. E lo è per tutti quelli che ci lavorano, non solo per gli studenti. Agli studenti insegniamo perché vale la pena vivere nonostante situazioni scomode. Per i docenti e per me questa scuola costituisce un’opportunità di confronto con una realtà molto diversa da quella che normalmente conosciamo. Lavorare qui vuol dire quotidianamente sporcarsi le mani, e cioè accettare il disagio che una realtà simile crea. A volte può nascere la tentazione di escludere chi destabilizza l’ambiente e difendere le proprie sicurezze, ma non è questa la nostra politica: siamo consapevoli di svolgere un servizio sociale importante, che spesso va al di là dei compiti istituzionali. Offrire opportunità e un futuro di vita e professionale ai ragazzi dà senso al nostro lavoro».

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