A proposito della sentenza ultrà

21 Aprile 2015 ore 09:30

Dicono che le sentenze si accettino e non si discutano. Dicono. E non si capisce perché, dato che di cose da dire in merito al verdetto di primo grado ce ne sono eccome. Queste.

1) A carico di Claudio Galimberti erano stati chiesti sei anni di reclusione dalla pubblica accusa: gliene sono stati inflitti tre ed è caduta l’imputazione di rapina della sciarpa ai danni del tifoso juventino, il cui autore, peraltro, non è risultato essere l’atalantino incriminato, ma un altro, sul conto del quale si indagherà.

2) Il maxi processo era a carico di 143 tifosi, 87 bergamaschi e 56 catanesi. Complessivamente le condanne inflitte sono state una quarantina.

3) Galimberti e una quarantina di tifosi erano stai accusati di violazione di domicilio per l’invasione del Centro Bortolotti di Zingonia del 4 maggio 2010. Tutti sono stati assolti per non avere commesso il fatto. Secondo il giudice  un centro sportivo non può essere equiparato a “domicilio”. In più, l’intenzione era solo quella di contestare. Quanto ai danneggiamenti, non sono stati esattamente quantificati né attribuiti con certezza ai singoli presunti autori. L’avvocato Federico Riva, difensore di gran parte degli ultrà nerazzurri, aveva annunciato una transazione tra Atalanta e tifosi: Percassi aveva promesso di ritirare la denuncia presentata a suo tempo da Ruggeri ed è stato di parola. In cambio, i ragazzi lavoreranno per la Caritas.

4) Anziché  definire l’accordo come raggiunto «in zona Cesarini», forse la pubblica accusa avrebbe dovuto prendere atto del valore di questa intesa che sfocerà in un’azione di solidarietà sociale. Peraltro, l’accordo è stato ininfluente, visto che tutti gli imputati in questione sono stati assolti per l’insussistenza del fatto. Inoltre, questo Stato debole con i forti e forte con i deboli, autentico eden per molti criminali incalliti, non ci ha sempre detto che prima di tutto viene il principio della rieducazione dei reprobi o presunti tali? Così, non va bene che i tifosi dell’Atalanta lavorino per la Caritas?

5) Contrariamente a quanto richiesto dall’accusa, a Galimberti sono state concesse le attenuanti generiche poiché Galimberti stesso si è assunto le proprie responsabilità. Non è scappato, non ha chiamato in causa nessuno, non ha fatto il delatore. Peraltro, a differenza di tutti gli altri imputati, che non hanno collaborato, Galimberti si è visto revocare la sospensione condizionale della pena: in caso di sentenza definitiva, rischia il carcere.

6) L’accusa ha rimproverato Reja e l’Atalanta che, però, non si sono affatto inchinati ai 1.500 tifosi, comprese donne e bambini, presenti il 10 aprile allo stadio Achille e Cesare Bortolotti dove, alla squadra, sono stati chiesti impegno e attributi. Cos’è, reato anche questo? «Capisco che la squadra e anche l’anziano Reja si siano inchinati al Bòcia, ma che lo debba fare anche la procura non lo accetto», ha dichiarato il Pubblico Ministero. E chi ha mai detto il contrario? Quanto all’“anziano” Reja, il decano degli allenatori italiani ha soltanto 69 anni, è uno dei migliori tecnici in circolazione e il minimo che si possa fare è augurargli di continuare ad allenare bene almeno sino a 90 anni.

7) Visto che in questo meraviglioso Paese, la presunzione d’innocenza sino al terzo grado di giudizio compiuto vale anche per i mercanti di morte nel Mediterraneo, i mafiosi e i terroristi, deve valere anche per gli imputati condannati nel processo di Bergamo. Adesso ci sono l’appello e la Cassazione, prima che la sentenza passi in giudicato. Ci sono ancora i supplementari, la partita è tutta da giocare.

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