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Quando vidi danzare i Dervisci

Personaggi 18 Ottobre 2014 ore 10:24

Non sapevo quasi nulla sul zikr la mistica preghiera del cuore sufi, quando per la prima volta vi assistei, in una magica notte sospesa nel tempo, a Istanbul. Avevo letto molte cose sui «poveri in Dio», detti «fuqqara» o «dervish» in lingua persiana, ma la storia del loro misticismo filosofico, del loro sapere inarrivabile, mi sembrava ormai affidata ineluttabilmente alla memoria del passato. Come mi sbagliavo!

Complici di questo interesse per il mondo dei Dervisci erano stati prima lo studio delle dottrine di Gurdjieff, poi le suggestioni provenienti dalle composizioni di Battiato che parlavano di «Sufi soffocati» e di «Dervisci tourneurs», con la vividezza di una realtà tutt’altro che sepolta. Perciò, per saperne di più, avevo progettato un viaggio in Turchia, arrivando ad illudermi che avrei potuto trovare qualcuno disposto ad introdurmi in una “tariqua”, come si chiama questo tipo di confraternita, e forse avrei avuto la fortuna di ascoltare l’ascetico zikr, di assistere all’estatica danza conosciuta col nome di «sama’»…

Ricordo con  un certo batticuore mentre uno sconosciuto autista mi stava portando al segreto luogo delle riunioni attraverso dedali di stradine di una Istanbul sempre in fermento, a qualsiasi ora. La pienezza di una magnifica luna settembrina accentuava l’incanto e lanciava bagliori rossastri su quel mitico tratto di mare definito «Corno d’oro» che si incunea nella città vecchia, sede di meraviglie e splendori noti al mondo intero. Finalmente in una strettissima via, dove l’odore di spezie e di una cucina fortemente aromatica si mescolava al rumore delle ruote dei carretti del vicino mercato, che stava ormai chiudendo per l’ora assai tarda, fui fatto scendere dall’auto. Eravamo arrivati.

Fiori e frutta mi furono subito offerti, dopo essere stato invitato a togliere le scarpe com’è in uso in tutte le case dei musulmani: il maestro, l’efendi, volle subito darmi il benvenuto porgendomi in un piccolo bicchiere di vetro colorato il «chai», il thè aromatico turco, bevanda sorbita a qualsiasi ora e in ogni circostanza a piccole dosi, ma consumato in grande quantità. Tutti segni di un’ospitalità squisita ed unica, ad esprimere le profonde significazioni di sacralità, ispirate ad una precisa e sentita regola religiosa. E i Sufi nella loro qualità di depositari dell’aspetto esoterico dell’islamismo, tendono ad allargare le loro allusioni, lasciando ai simboli il compito di indicarle e di velarle assieme. Il Sufismo è un compendio di dottrine assai complesse, non eterodosse secondo alcuni studiosi come lo Stoddart e lo stesso Guénon rispetto alla religione dell’Islam, ma anzi ad essa assolutamente aderenti e ispirate, mentre stando al parere di Burckhardt, tanto per citarne uno tra gli altri, le due pratiche sarebbero assolutamente diverse.

II Derviscio attraverso il suo stesso nome vuol sottolineare la totale sottomissione a Dio, del quale è povero finché la comprensione del «tawhid», l’Unità divina, non lo avrà colmato di ogni possibile ricchezza.

Non sarà inutile spiegare che il termine «Sufi» viene dalla parola araba «tasawwuf», che oltre ad alludere al vestito di lana indossato dai primi iniziati significa più correttamente e coerentemente «purificato e scelto». Si pone così l’accento su due aspetti essenziali dell’insegnamento in questione ispirato interamente alla «sharija», la religione accessibile a tutti, ma basato sull’esoterismo della «haqiqa» e sul momento iniziatico della «tariqa», che rappresenta la via ascetica, interpretata in modi diversi secondo gli ispiratori e le tendenze.

La più antica «tariqa» fu fondata agli inizi dell’anno mille da Abd al-Qadir e per diversi secoli Bagdad fu la sua sede, estendendosi ben presto con ramificazioni fino alla Cina, l’India e l’Africa. L’ultima più vicina a noi è quella dello sceicco algerino Al-Alawi, nota col nome di Alawiya, spiritualmente collegata all’antica confraternita del dotto sapiente Shadhili. Tra i gruppi più importanti non può essere dimenticata la Naqshabandiya, nata nella regione di Bukhara e presto diffusasi in tutta l’Anatolia, il Caucaso, l’Afghanistan e l’India. I suoi «maestri di saggezza», come amavano essere definiti, erano noti per la validità dei loro insegnamenti pratici, tesi a combattere anche gli abusi dell’Islam, a volte troppo rigido nella sua burocratica struttura. Di essi parleremo meglio a proposito di Gurdjieff che si vantava di essere venuto in possesso dei segreti di questi iniziali.

Ma solo con Gialal ad-Din Rumi, detto Mevlana, mio signore, vediamo nascere la corrente mistica più originale e carica di sentimento verso  l’Amato che si intende raggiungere non solo attraverso la meditazione e il fervore della preghiera, ma anche mediante il movimento del corpo spiritualizzato dall’estasi del «sama», la danza cosmica. Mevlana è  annoverato tra i poeti mistici più grandi, sia del mondo islamico che di quello occidentale, e i suoi scritti,  tantissimi  e di enorme pregio, sono la testimonianza tangibile di una cultura assai profonda e di una sensibilità religiosa in grado di toccare il cuore di ogni uomo, qualsiasi sia la sua estrazione, la sua formazione e il suo orientamento nelle questioni attinenti il difficile ambito della fede.

«Che fare, o musulmani? Perché io non riconosco più me stesso. Non sono né ebreo, né ghebro, né musulmano; non sono né di Oriente né di Occidente, né della terra né del mare… Uno solo cerco, Uno solo io conosco, Uno solo io vedo…». Parole tratte da  una celeberrima poesia di Rumi, ricche della intensità e della speciale immediatezza tipica dello stile del maestro, capaci di esprimere in modo inequivocabile la sua  scelta  spirituale improntata al sincretismo, senza preclusioni di  sorta. L’essenziale è la  tensione  verso «l’Uno», qualunque sia il metodo, qualunque via si intenda scegliere. Il sole dello spirito brillò alto nella vita di Mevlana grazie al suo casuale, o forse meglio «causale», incontro con un Derviscio errante di nome «Shams-i-Tabrìz», al quale si affidò come discepolo e della cui memoria divenne custode perenne dopo la sua morte.

Si narra del dolore inconsolabile di Rumi a causa della perdita del vecchio maestro, che presto fu però sostituito e sublimato da uno speciale stato di grazia e di rigenerazione spirituale. Fu allora che Mevlana, ormai additato come un autentico faro di saggezza e di sublimi virtù morali, fondò la «tariqa» dei Dervisci ruotanti nella città di Konya, dove sarebbe morto nel 1273, divenuta perenne luogo di pellegrinaggio fino ai nostri giorni da parte di genti provenienti dal mondo intero. A Konya, nel magnifico monastero dalla conica cupola verde, giacciono le spoglie mortali del religioso accanto a quelle del padre e di altri «innamorati di Dio». L’atmosfera che vi si respira è unica e i tipici copricapi a forma di tronco di cono, intorno ai quali le vesti dei Dervisci sono devotamente intrecciate, sovrastano i sepolcri, aggiungendo, se possibile, solennità al sacro.

Sebbene il regime ‘democratico ’ di Kemal Ataturk abbia messo al bando le sette religiose e «sconsacrato» certi luoghi di culto integralista, il mausoleo di Mevlana che dal ’27 è stato trasformato in museo, è ugualmente considerato luogo di fede, con l’obbligo morale della abluzione e dell’ingresso scalzi. A Konya si svolge annualmente il suggestivo Mevlana Festival, per celebrare la data della morte del mistico, che pare sia avvenuta il 17 dicembre. È una vera festa dei cuori, alla quale ho potuto assistere in compagnia dei miei amici Dervisci di Istanbul, nel corso di un pellegrinaggio devozionale, all’interno dell’altopiano anatolico, attanagliato a causa dei rigori invernali, da una coltre di spessissima neve.

La città dove sorge il mausoleo di Rumi è molto povera e non esiste un albergo decente, almeno secondo i criteri di noi occidentali. I.’influenza araba e selgiuchide si fa sentire in modo molto accentuato, con riferimento ai particolari costumi locali ancora improntati al massimo rigore e alla più grande severità, specialmente per quanto riguarda la vita delle donne.

Eppure in nessun posto come questo è possibile respirare un’aria di più intenso fervore religioso, tale da  trasparire con la virtù di una inarrivabile serenità dai volti  della gente, sempre disposta al sorriso, incline per natura alla mitezza. Le povere cose vendute in grande quantità dentro e fuori i negozi, sono disposte semplicemente ma offerte con estrema dignità: non si grida, non esiste il richiamo petulante e imbonitore del «bazar». Su tutto  svetta alto e imponente il minareto dalla cupola di smeraldo, quasi a dare un senso a tanta austera povertà, a invitare a guardare più in alto, laddove ogni umana  miseria trascolora e si dissolve nelle certezze delle cose  eterne. Il senso dell’amicizia e dell’ospitalità è parte integrante della cultura sociale e religiosa del popolo turco, più marcata e avvertibile in città come Konya che tendono ancora a rimanere incontaminate rispetto all’onnifagocitante processo di pretesa modernizzazione.

La festa in memoria di «Hazret-i-Mevlana», sua santità Mevlana, non è  affatto uno spettacolo per turisti a vaga impronta folcloristica. Anche se si sbandiera  questa etichetta,  pur dì sopravvivere agli attacchi dei denigratori. Rappresenta invece la gioia del ritrovarsi per recitare interminabili zhikr nella comunione spirituale delle «silsila», le catene di preghiera, o cercare attraverso la vorticosa danza cosmica un contatto con le radici universali.

Da questa prospettiva  è possibile comprendere meglio la ricchezza di impressioni riportate da Franco Battiato dopo il suo viaggio a Konya, quel dicembre dell’ormai lontano 1978: vedere danzare i Dervisci è davvero un’esperienza unica, sconvolgente, irripetibile. Se ne possono trarre mille, milioni di conclusioni, mai nessuna identica, mai completamente trasmissibile. Salvo il fatto che in un cuore aperto alla ricerca del sé e a modi di sentire sempre nuovi  può fiorire la preziosa gemma dell’ispirazione artistica, spesso presentimento di una benedizione speciale e inconfondibile. Da questo universo di percezioni sottili, Battiato ha tratto la linfa indispensabile per tracciare un nuovo percorso al suo impegno filosofìco ed entrare in una fase nuova e più necessariamente matura della sua vita di musicista.

La sonorità degli strumenti d’epoca usati dai Dervisci è particolarmente affascinante e ha il duplice potere di scuotere i sensi mediante le percussioni e di spingere all’estasi grazie alla celestialità dei flauti. Ne scaturisce una musica lieve e penetrante capace di rapire l’animo in un fluire di rapide emozioni, che trovano pace solo contemplando il mistero dell’Armonia. Ed ecco che a decine i mantelli neri scivolano dalle spalle dei Dervisci pronti alla danza, mostrando la bianca e larga veste del «sama’», così simile nel suo roteare a un fiore. Gli occhi rapiti nell’abbandono più totale, i volti intenti e leggermente imporporati dalla fatica fisica e dalla concentrazione mentale, le braccia aperte nel tipico atteggiamento del devoto che prendendo da Dio dona ai poveri, i mistici danzatori si librano nell’aria in un movimento a spirale così perfetto ed espressivo da apparire astrattamente sinfonico con l’orchestra.

«Non ho parole» seppi solo rispondere all’efendi che mi aveva chiesto poi quali fossero state le mie impressioni, mentre mi invitava a ristorarmi con della frutta di stagione e con l’immancabile «chai». «Eyv-Allah» Allah è grande, affermò soddisfatto con un largo sorriso, facendosi portare un grosso e solenne libro sul quale volle annotare con inchiostro aureo il mio nome.

( da ‘Battiato Another Link’  di Guido Guidi Guerrera – Verdechiaro Ed. )