Dal Sarnico alla storia

Quando Alberto Brignoli ci raccontò il suo debutto in A (e il suo viaggio)

Quando Alberto Brignoli ci raccontò il suo debutto in A (e il suo viaggio)
06 Dicembre 2017 ore 05:30

Una carriera iniziata lontano dai riflettori, nei campetti della provincia bergamasca. Sarnico, Grumellese, poi Montichiari e Lumezzane. Bravo eh, ma non ha il fisico per fare il portiere ad alti livelli, dicevano. Invece, con lo spirito orobico di chi lavora duro e non molla mai, Alberto Brignoli da Trescore ce l’ha fatta. Il classe ’91, dopo aver mangiato tanta polvere, a Terni è esploso, tanto che la Juve lo ha acquistato e ha iniziato a mandarlo in prestito in giro per l’Italia. Fino a Benevento, dove domenica 3 dicembre è entrato nella storia. Il suo colpo di testa al 95′ minuto, contro il Milan, ha regalato ai giallorossi campani il loro primo storico punto in Serie A. Una roba folle, incredibile, che sta facendo il giro del mondo. Noi, però, di lui ce n’eravamo già accorti un anno e mezzo fa, quando con la maglia della Samp debuttò in massima serie, proprio contro la Juventus che ne deteneva e ne detiene tutt’oggi il cartellino. Dopo quella partita (finita 5-0 per i bianconeri) lo intervistammo per conoscerlo meglio. Di acqua sotto i ponti ne è passata, da allora. Ma lui resta sempre quel ragazzo abituato a lavorare duro e in silenzio per conquistarsi uno spazio. Alberto Brignol raccontato da Alberto Brignoli.

 

 

Si è ripreso dalle cinque pappine? «Non male come esordio, eh? (e ride sotto i baffi, senza scomporsi più di tanto, accendendo una fiamma negli occhietti come un accendino, prima di tornare rigoroso e giusto al meraviglioso presente che sta vivendo, ndr). La verità è che l’esordio l’ho vissuto come andava vissuto. Era un partita che a livello di classifica non contava granché. Se ci ripenso mi viene in mente l’arrivo allo stadio della Juventus col pullman, la preparazione un po’ diversa dal solito. Ero nervoso, contratto, ed è una cosa che non mi succede quasi mai. A fine riscaldamento sono andato a salutare Buffon, ci siamo abbracciati, lui mi ha detto “stai tranquillo”, di provare a divertirmi, di godermi quello che stavo facendo. Ho dato il massimo. Alla fine mi ha fatto i complimenti, anche se è andata come è andata. In tribuna c’era la mia famiglia. La verità è che per me è stata una giornata indimenticabile. Bellissima».

 

 

Un esordio è per sempre. E che importa se Alberto Brignoli nel suo non ci ha ficcato dentro i carati di una vittoria luccicante, i diamanti di una paratona o di un volo plastico (come si diceva una volta) per i flash dei fotografi. Va benissimo quella sconfitta per 5-0 appuntita come una corona di spine, una sconfitta rimediata allo Stadium contro la Vecchia Signora, contro la Juventus cinque volte di fila campione d’Italia, la squadra delle squadre, «quella con cui spero di giocare un giorno anche se adesso alla Sampdoria sto benissimo». E che bello aver incontrato Buffon, «che oggi è il mio idolo per distacco da tutti gli altri», e aver salutato mamma Mariarosa e papà Pierangelo seduti in tribuna a godersi il figlio titolare; che bello aver provato il brivido della prima volta in Serie A. Un esordio è per tutta la vita. Ed è anche più bello per uno che se l’è guadagnato e che dice che il calcio va bene, è bello, ma nella vita non è tutto. «Vorrei continuare la mia carriera, giocare in A più tempo possibile. È l’obiettivo. Ma vorrei anche portare avanti la mia normalità, gli amici che ho a San Paolo d’Argon, il mio paese, i punti di riferimento. Sono attaccato alla mia casa, ai quattro, cinque ragazzi che conosco da sempre. Sali e scendi dagli aerei tutto l’anno. Ma quando non sono in giro per l’Italia vado a casa, e magari sto in taverna a fare delle chiacchiere con gli amici, a dire due stupidate. Questo mi aiuta molto. Mi stanno vicino. A livello affettivo, intendo. Poi se gioco serie A o in Terza categoria a loro cambia poco».

 

Alberto Brignoli intervista

 

E a lei cambia? 

«Per me è un lavoro, e lo faccio con serietà e dedizione. Ho iniziato a giocare nel mio paese, a San Paolo d’Argon. Marino Magrin, l’ex giocatore dell’Atalanta, era il direttore del settore giovanile a Sarnico, è stato lui a portarmi lì. Era bello perché mio papà allenava i portieri. Faceva il preparatore, lo era di tutti noi ragazzi. Sulle mie scelte non ha mai messo becco pur standomi molto vicino. Ha cercato di insegnarmi come stare in un ambiente sportivo, un ambiente di calcio, mi ha spiegato la responsabilità, il rispetto, l’impegno. Mi diceva: “Se fai una cosa la fai bene. Se prendi un impegno è quello tuo impegno, e lo devi rispettare”. Cerco di metterlo in pratica tutti i giorni».

Un concetto molto bergamasco

«Uno lavora, e lavora tanto, e questo magari è un concetto un po’ radicato. Papà mi ha dato di più: il rispetto per il lavoro in sé. Se non ti va di fare certe cose, fai altro».

Ha mai fatto altro?

«Con lo sport ho iniziato da piccolo. Andavo in bici e nel frattempo sciavo. Il calcio è stato un capriccio. Tutti ci giocavano e io invece andavo in bici. Allora mi sono detto: “Voglio giocare a pallone”. Soprattutto dopo i fatti di Madonna di Campiglio, quando hanno fermato Marco Pantani. Avevo otto anni. Era finita la stagione con la bicicletta. Così vado al campo di San Paolo. Lì tutti volevano fare un altro ruolo, io il portiere. Ho trovato subito il mio posto. L’ho scelto forse perché lo ha fatto anche il mio papà. Da piccolo vedevo le sue foto, i guanti in giro, all’epoca faceva già il preparatore».

Pantani, strano idolo per un portiere

«Incarnava il sacrificio. In bici è così: se ci si ferma cadi per terra, non è come nel calcio. La bici mi ha insegnato moltissime cose. La testardaggine, per esempio».

È vero che era troppo piccolo per fare il portiere?

«Sì. Ero un bambino abbastanza piccolo, sono venuto su verso i 17, 18 anni. Una crescita normale per un ragazzo, ritardata per un portiere. A me non ha creato nessun problema. Io non avevo tutta questa frenesia di giocare a pallone. Ero stato a provare a Bergamo, all’Atalanta. Ma i settori giovanili professionistici cercano ragazzi già pronti a livello fisico e tecnico. Io giocavo a Sarnico, tra i dilettanti, e andava bene così».

 

Alberto Brignoli intervista

 

La partita peggiore con il Sarnico se la ricorda?

«A Zogno. Tirano da metà campo, la palla fa un rimbalzo e mi scavalca. Gol. Che figura. Ma non mi ha mica condizionato. Macché. L’ho sempre presa come un gioco, da bambino non avevo l’assillo del risultato. Adesso è un po’ diverso, ovviamente».

E com’è?

«Sotto l’aspetto del lavoro è cambiato poco, prepararsi per la partita e arrivarci con la coscienza pulita l’ho sempre fatto. È normale che poi non giochi più davanti ai genitori o ai quattro amici. Cambia l’ambiente, l’attenzione che viene rivolta verso di te. Con gli anni anche questa diventa un’abitudine».

Ogni tanto le mancano i campetti e il calcio nel fango?

«Il marito di mia sorella gioca a Calusco e lo seguo. Come seguo il mio amico che gioca in Prima categoria. Sì, quel calcio lo seguo ancora. Poi magari mancano le piccole cose: la birra e il panino che ti fai dopo un allenamento alle dieci di sera. Adesso che per me è un lavoro ho un’altra idea di calcio e lo vivo in un’altra maniera. Sono molto più scrupoloso nel fare le cose».

A proposito, segue ancora il ciclismo?

«Ho tutte le cassette. Mi ricordo i Giri di Simoni e Garzelli, ma piano piano l’ho lasciato andare. Dopo quell’episodio di Pantani è come tornare in un posto brutto, un posto dove è successo qualcosa e non ci torni volentieri. Sono sempre appassionato. Se ho una bicicletta, guai. La cosa che mi ha sempre colpito è che quello che vedevo era vero. E questa verità, che passava anche dalla televisione, mi ha sempre appassionato».

Il calcio non è uno sport vero?

«Il calcio è uno sport verissimo dal punto di vista professionale e della passione. Ma se parliamo di aspetto fisico, beh, i ciclisti fanno una fatica diversa».

 

 

 

Cosa fa quando non fa il portiere?

«Coltivo le mie cose fuori dal campo. Non guardo la Champions a tutti i costi, questo no. Quando sono a casa capita che anziché vedere una partita faccio altro, vado in bici appunto, o penso ai miei interessi, trascorro molto tempo con i miei amici».

Guarderete gli Europei?

«Andrò una settimana in vacanza, magari li guarderò in spiaggia. E poi con gli amici ci metteremo in giardino o in taverna da me a mangiare un pizza. Un grande classico».

Lei è del ’91, è giovane. I giovani in Italia sono considerati o no?

«Si è tornati a coltivare il vivaio in maniera abbastanza buona. Tant’è vero che Sportiello, per dire, è finito in nazionale. È un ragazzo del settore giovanile dell’Atalanta, mi fa piacere per lui. Mi viene in mente Zaza, un altro. O altri giocatori con cui ho fatto la Lega Pro e la Serie D. L’unica cosa vera è che il lavoro paga sempre».

A lei l’ha presa la Juve…

«Quando è arrivata quella telefonata il primo pensiero è stato avvisare il marito di mia sorella, Roberto, che è juventino. E ovviamente i miei genitori. Abbiamo aperto una bottiglia e abbiamo festeggiato. Mio papà è comandate dei vigili, mia mamma fa la segretaria in un’azienda di prodotti chimici. A proposito, a giugno va in pensione. Quando mi ha chiamato la Juve per due, tre giorni non ci ho creduto. La mattina, o la sera prima di addormentarmi, pensavo: “È vero? È successo davvero?”. Poi è subentrata la normalità anche in quello».

La normalità per lei è una cosa negativa?

«Certo che no. Ma come tutte le cose, quando le fai di mestiere cambiano completamente. C’è sempre la passione che sta intorno al campo, quando ci arrivo, e poi il verde dell’erba, il pallone. Poi però sei una macchina, devi fare quello che va fatto».

 

Alberto Brignoli intervista (2)

 

Parlavamo della Juventus. I suoi genitori che cosa le hanno detto?

«Mi sono stati molto vicini. Loro mi hanno sempre dato autonomia nel gestirmi. E infatti nei momenti difficili loro ci sono, ma le scelte che porto avanti le faccio io. È sempre stato così. A 17 anni sono andato a Montichiari, stavo soltanto a un’ora da casa. Ma ho dovuto prendermi le mie responsabilità. E avendo una famiglia che mi ha sempre dato una parola di conforto, ero più tranquillo».

Prima si diceva degli idoli. Qualche portiere?

«Quando ero piccolo c’era Toldo, me lo ricordo bene agli Europei del 2000. Ma Buffon è Buffon. L’anno scorso, quando sono andato a Vinovo, ho visto anche lui. Era lì con la squadra che si stava allenando, io passeggiavo, mi stavano facendo vedere i campi. A un certo punto è venuto a salutarmi, mi ha dato la mano, ci siamo presentati. Incredibile. Uno del suo calibro che viene a salutare un giovane. Questa è la dimostrazione di che persona sia».

È così che uno vuole diventare? Qual è il suo sogno?

«Un giorno mi piacerebbe giocare nella Juventus, continuare lì il mio percorso, con quella maglia. E un giorno, magari, visto che sono entrato in quello stadio e proprio lì ho fatto l’esordio, sarebbe bello entrarci con quella maglia addosso».

 

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