Quei 19.000.000.000 di euro buttati dal calcio italiano

01 Agosto 2014 ore 09:23

C’è un numero per capire la crisi del calcio italiano ed è un numero impressionante: 19.000.000.000. Diciannove miliardi di euro nell’arco di tempo che va dal 1998 al 2013: 14 miliardi per pagare gli stipendi e 5 miliardi di ammortamenti che pareggiano il fatturato di 19 miliardi. In pratica, le società della serie A hanno speso tutto ciò che avevano per pagare ingaggi sempre più spropositati  ad un numero sempre maggiore di bidoni, italiani o stranieri che fossero. Un autentico atto di masochismo che ha devastato troppi bilanci, riducendo molti club alla canna del gas. Esemplare il caso del Milan che, due anni fa, fu costretto a radere al suolo l’intero organico per abbattere il monte stipendi lordo che aveva raggiunto la cifra monstre di 180 milioni di euro all’anno. Prima o poi Silvio Berlusconi e Adriano Galliani spiegheranno ai loro tifosi, in ambasce perché il mercato estivo 2014 non decolla, di chi sia stata la responsabilità di quell’eccesso che i rossoneri hanno pagato a caro prezzo visto che, per la prima volta dopo sedici stagioni consecutive, quest’anno non partecipano nemmeno all’Europa League.

Nel frattempo, una meritoria inchiesta della Gazzetta dello Sport ha messo il dito nella piaga delle follie tricolori: “Negli ultimi quindici anni, stipendi e cartellini hanno bruciato tutti i ricavi, ma il livello tecnico del campionato è drammaticamente sceso e il mercato è stato spesso utilizzato per operazioni contabili”. Per esempio, nel biennio 2011-2013 in serie A ci sono stati 2.533 trasferimenti a vario titolo (1.308 prestiti), il doppio della Premier (1.169 con 534 prestiti), il triplo-quadruplo della Liga spagnola (739-275), della Ligue 1 francese (680-161) e della Bundesliga, diventata il torneo più redditizio del mondo (655-183). Nel frattempo, le commissioni dei procuratori sono aumentate senza freno: 58 milioni nella sola stagione 2010-2011.

Le conclusioni del primo quotidiano sportivo italiano dimostrano la diffusa imperizia, cioè incapacità di troppi club di fare i conti e, soprattutto, di capire che il tempo delle vacche grasse sia finito da un pezzo. Il calcio italiano ha vissuto per lungo tempo al di sopra delle proprie possibilità e adesso paga il prezzo di una politica dissennata. Naturalmente, ci sono le eccezioni virtuose –  in primis Napoli (otto utili consecutivi di bilancio), Fiorentina, Atalanta, tanto per fare nomi – ma il panorama generale è deprimente. E tutto questo, nonostante le tv immettano oltre 1 miliardo di euro all’anno nelle casse dei club, convinti che Sky, Mediaset e Rai pagheranno sempre somme esorbitanti ottenendo, spesso, in cambio immagini di stadi semivuoti (6 milioni di spettatori in meno negli ultimi 6 anni), partite noiose, per non dire degli episodi di violenza e di razzismo che infestano le cronache del massimo torneo italiano. L’orchestrina suona sul Titanic che, a livello federale, sta cercando un comandante capace di non andare a sbattere contro l’iceberg. Non  è certamente Tavecchio con le sue orrende battute razziste invano edulcorate dai suoi regicida. Per questo bisogna spazzare via il Sistema. Subito.

 

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