Un po' di amarcord

Rosti a Dalmine, 80 anni di storia Le scarpe proprio come una volta

Rosti a Dalmine, 80 anni di storia Le scarpe proprio come una volta
21 Ottobre 2016 ore 10:15

Entro nel negozio «Calzature e articoli sportivi Rosti» mentre il signor Giuseppe, 84 anni, sta armeggiando con una scarpa da donna blu scuro, con tacco. Sta procedendo a incollare la suola interna, ma ci tiene subito a precisare: «No no, io non sono calzolaio, non sistemo le scarpe di mestiere. Quello lo sapeva fare mio padre, era lui il vero calzolaio, a tutti gli effetti. Io le vendo solamente».

Il signor Giuseppe Rosti, classe 1932, vende «solamente» scarpe e vestiario ormai da più di mezzo secolo, anche se conosce le quattro mura di questo storico negozio da molto più tempo. «Avevo 4 anni quando ci siamo spostati qui da Arcene. Io e la mia famiglia siamo arrivati a Dalmine, in questo bellissimo caseggiato, e a quel tempo c’erano tantissimi altri negozi come il nostro. La proprietà era dei miei genitori da più tempo, dal 1927». L’informazione è confermata da una targhetta di riconoscimento appoggiata sul tavolo di lavoro, rilasciata dalla ASCOM in quanto attività storica. «Allora, però, tutto era molto diverso: c’erano circa 8mila, 9mila operai che giravano da queste parti. Adesso sono calati drasticamente e anche il lavoro per noi ha subito una forte diminuzione».

Entrare nel negozio Rosti è un po’ come varcare il confine di una bolla spazio-temporale che permette di tornare alla Dalmine che era. «Qui, su via Mazzini, c’era tantissimo commercio: c’era la salumeria, il rivenditore di giornali, più avanti la bocciofila. Un cuore commerciale che valeva tantissimo, era considerato fondamentale per il Comune di Dalmine. Io avevo anche gli articoli sportivi, servivo tantissime squadre da calcio, qualcuna anche di sci e di tennis. Ho servito anche i giocatori dell’Atalanta, il Cesena e addirittura il Milan». Finché non è arrivato il boom dei centri commerciali: e viene da chiedersi come siano riusciti ad avere tanto successo, quando si percepisce l’anima tangibile di negozi come questo. «Adesso sembra ci sia spazio solo per i grandi centri commerciali. Nascono ovunque e di continuo, ci hanno messi in seria difficoltà. L’esistenza delle attività di artigiani e commercianti è stata seriamente compromessa. Io non so neanche immaginare quale potrebbe essere la soluzione, ma credo che il Governo dovrebbe aiutarci, dovrebbe incentivare un po’ anche noi. Noi non possiamo fare altro che rimboccarci le maniche. Le ditte si lamentano perché tutti sentiamo la crisi. Incrociamo le dita perché almeno la Tenaris Dalmine riesca a resistere a questo periodo così duro, perché rappresenta l’unica fonte di lavoro degli operai. Indirettamente, permette di lavorare anche a noi».

Giuseppe continua a portare avanti l’attività con l’aiuto di sua moglie e di sua figlia. È diventato il proprietario a tutti gli effetti dopo la perdita del padre, nel 1965. «Avevo dei fratelli, ma tra i maschi sono rimasto solo io, e ho continuato. In questi periodi così altalenanti ho sempre seguito anche l’andazzo di Dalmine. I rappresentanti che mi conoscono si stupiscono ogni volta, mi chiedono come possa essere ancora qui, nel mio negozio, a 84 anni». La risposta che Giuseppe dà dopo migliaia di scarpe inscatolate con cura e vendute è di una semplicità disarmante, ma non più così scontata: «Quello che mi viene spontaneo ribattere a queste persone è che se sono ancora qui, dopo 70 anni, è perché il mio negozio mi piace. Tutti i giorni, dalle 9 di mattina alle 12.30, e poi, di nuovo, dalle 15 alle 19.30. Questo negozio rappresenta una grande fetta della mia vita».

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