Fiume Sand Creek, 150 anni fa

Quel «generale di vent’anni» e i due che gli disobbedirono

Quel «generale di vent’anni» e i due che gli disobbedirono
04 Dicembre 2014 ore 17:24

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura;
sotto una luna morta piccola, dormivamo senza paura.
Fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale.
Fu un generale di vent’anni, figlio di un temporale.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

(Fiume Sand Creek, Fabrizio De André)

 

Se la strage del fiume Sand Creek è oggi nota, forse buona parte del merito va a quel genio immortale che è stato Fabrizio De Andrè, che nel 1981 ne cantò gli orrori nell’omonima canzone Fiume Sand Creek. Ma nelle note e nelle parole del cantautore genovese non compaiono due nomi che offrirono un briciolo di umanità in quella orrenda tragedia: Silas Soule e Joseph Cramer, i due soldati americani che si rifiutarono di partecipare al massacro delle tribù indiane dei Cheyenne e degli Arapaho, e che in questi giorni, a 150 anni da quella data, sono stati commemorati proprio dagli eredi degli indigeni che, in quel 29 novembre 1864, persero la vita per il solo capriccio di un governatore.

La cerimonia di commemorazione. Così, pchi giorni fa, fra il 29 novembre e il 2 dicembre, i discendenti di Cheyenne e Arapaho hanno voluto ricordare i 150 anni esatti trascorsi da quel massacro, celebrando le loro vittime e quei due coraggiosi ufficiali, presso le cui tombe hanno reso omaggio centinaia di indiani.

I nativi hanno preso parte all’alba a una benedizione al cimitero di Riverside, prima di completare un rito al Congresso, dove il governatore John Hickenlooper si è scusato, a nome dello Stato, per il massacro. Alcuni indigeni hanno riconosciuto che l’atto coraggioso dei due militari ha evitato un maggiore spargimento di sangue: «Non sarei qui se non fosse stato per loro», ha detto Otto Braided Hari, i cui bisnonni Cheyenne sopravvissero a quella terribile giornata. La prima cerimonia per rendere omaggio alle vittime è stata celebrata nel 1999 per iniziativa proprio di Hari e da allora si tiene ogni anno a Eads, nei pressi di Denver.

Cosa accadde sul fiume Sand Creek. Riavvolgendo il nastro della memoria storica e tornando al 1864, in piena guerra civile americana, si scopre che, nel bel mezzo delle battaglie e delle traversie politiche che coinvolgevano gli Stati Uniti d’America (i cosiddetti Nordisti) e gli Stati Confederati d’America (i Sudisti), c’erano anche le tribù indiane locali, che altro non desideravano se non essere lasciate fuori dalle questioni belliche.

In particolare, nello Stato del Colorado, risiedevano due numerose comunità indigene, i Cheyenne e gli Arapaho, i quali non avevano la minima intenzione di rispettare l’ingiunzione del governatore Evans, il quale cercava in ogni modo di costringerli ad abbandonare le loro terre e di trasferirsi presso la località di Fort Lyon, per questioni di strategia politica. Dopo un’estate di trattative, gli indiani, guidati dai capi tribù Pentola Nera e Mano Sinistra, accettarono di traslocare nelle zone indicate dai generali dell’esercito statale, stanziandosi nei pressi del fiume Sand Creek, a pochi chilometri da Fort Lyon. Tutto bene, dunque.

In realtà, neanche un po’: Evans aveva ormai deciso che gli indiani dovessero essere eliminati e, infischiandosene degli accordi stipulati, costituì un drappello di soldati e mercenari, agli ordini del colonnello Chivington, con il preciso compito di recarsi presso l’insenatura del Sand Creek in cui erano stati eretti gli accampamenti delle tribù, e fare piazza pulita.

La mattina del 29 novembre, Cheyenne e Arapaho iniziarono la giornata come fosse una delle tante, con i guerrieri partiti per la caccia al branco di bisonti, e i più anziani, le donne e i bambini rimasti alle tende ad aspettare l’arrivo del cibo. Annunciato dal grande frastuono di centinaia di zoccoli che battevano una terra che di lì a pochi minuti sarebbe stata irrorata di sangue innocente, il Terzo Reggimento di Chivington giunse all’accampamento, accolto dagli indiani più con curiosità che con paura, considerati i rassicuranti accordi presi con Evans. Ma i soldati in pochi secondi accerchiarono i nativi e iniziarono a sparare senza tregua, fino ad trucidare 200 persone (di cui più di metà donne e bambini); tale fu la follia omicida che ne morirono anche 9 di loro, colpiti dal fuoco amico.

Ma in quel drappello di soldati ce n’erano due, il capitano Soule e il tenente Cramer, che, resisi conto dell’insensata pazzia che stavano per compiere, si rifiutarono di eseguire gli ordini. Il capitano Soule, in particolare, ordinò ai suoi uomini di attraversare l’accampamento senza fare fuoco. Il colonnello Chivington lo accusò di codardia, e Soule e altri sei uomini furono arrestati. Il capitano ebbe il coraggio di denunciare tutto e riuscì a portare il colonnello Chivington davanti a una commissione d’inchiesta, da cui nacque un’indagine formale che arrivò addirittura sui tavoli del Congresso. Ma il capitano Soule non portò a termine la sua testimonianza: una settimana dopo il rilascio, nemmeno 26enne, fu assassinato a Denver.

Le conseguenze di questi fatti, che scatenarono profondi desideri di vendetta da parte di tutte le tribù indiane d’America, furono 12 anni di sanguinose guerre fra nativi ed eserciti statunitensi, che ebbero il loro culmine nella celebre battaglia di Little Big Horn (quella del leggendario generale George Custer). La questione, pur senza più spargimenti di sangue, in realtà ha trovato conclusione solo pochi anni fa, nel 2000, quando il Congresso ha chiesto ufficialmente scusa alle tribù native per i fatti del Sand Creek.

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