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MORIVA IL 3 SETTEMBRE 1989

Scirea, un libero fuoriclasse leale, semplice, raffinato

Scirea, un libero fuoriclasse leale, semplice, raffinato
Personaggi 03 Settembre 2014 ore 12:13

Il giorno che don Minetti, da buon uomo di chiesa, si era messo a spiegare a Gaetano e a Mariella il senso cristiano dell’amore, noi non potevamo sapere che oggi, venticinque anni dopo la morte di Scierea, avremmo rimpianto tutta quella semplicità. Erano a uno dei tanti corsi prematrimoniali, e Scirea ascoltava quel pretino dall’aria serafica senza dire una parola, concentrato, gli occhi come fari. Poi esclamò: «Ma è meraviglioso!», stupendosi di come il mondo, così, all’improvviso, possa colorarsi di bello. Ed è meraviglioso sapere che a certi uomini sia concesso il dono straordinario della semplicità. Per questo ci manca Scirea, perché ancora riesce a essere l’immagine perfetta della vita come dovrebbe essere tra gli uomini, senza distanze, educata, una vita fatta di valori, di onestà, di umiltà. Di rispetto. Da allora l’Italia è cambiata, tutti noi siamo cambiati. Il tempo, diavolo, non si ferma. Ma ogni volta che i nostri padri, e se non sono i padri sono i nonni, ripensano a Gaetano Scirea, si sistemano la piega dei pantaloni, sospirano, riavvolgono la memoria di qualche immagine sgranata e ci dicono quant’era bello vederlo giocare.

Oggi è molto più di questo, e purtroppo lo sappiamo bene. Quando Boniperti se lo portò alla Juventus, ad Achille Bortolotti, il presidente dell’Atalanta disse: «Questo lo porto con me a Torino. E’ un ragazzo diverso da tutti gli altri». Allora Scirea non era ancora l’emblema dell’eleganza. Lo era diventato dopo, alla Juve, ma era nell’Atalanta che aveva imparato a farsi spazio nell’area di rigore, leggero, sicuro. Libero. Aveva imparato a farlo con giustizia, e infatti aveva finito la carriera di campione senza prendersi un cartellino rosso. Aveva imparato a farlo con la temperanza, una dote che oggi non va più di moda. Una volta, Furino, che invece le gambe le sapeva spaccare bene, di Scirea ha detto che mai l’ha visto urlare. Tardelli lo ha sempre descritto come uno silenzioso, ma che aveva la stima di tutti. Con Zoff gli bastava uno sguardo, e si intendevano a meraviglia. In Nazionale, al Mondiale dell’ ’82, succedeva che la notte, quando non riusciva a dormire, Tardelli sgattaiolava in camera di Zoff e Scirea, e diceva che gli sembrava di stare “in Svizzera”. Perché, come Zoff, anche Scirea aveva quell’aria di placida benevolenza e di pace, la stessa che Causio gli ha sempre invidiato e qualche volta gli ha rimproverato. «Devi essere più cattivo con gli avversari», gli diceva. «Non ci riesco», rispondeva Scirea facendosi un sorriso.

Troppa bontà rischia di sconfinare sempre nella retorica, ma nel mondo di Scirea davvero non c’era mai stato altro oltre al buono. Ed è così anche oggi che non c’è più, e che lo ricordiamo perché ha lasciato un vuoto. La colpa di tutto questo dolore è della sua morte prematura, sì, ma anche di quella morte così violenta, terribile. La mattina che uscì di casa per andare a Lodz, in Polonia, Scirea si era messo una giacca blu e una camicia bianca. Aveva lo sguardo triste, indole degli uomini riflessivi. Era il 2 di settembre, c’era la rugiada nei prati. Era andato a vedere una squadra polacca che di lì a poco la Juventus avrebbe affrontato in Coppa Uefa. Scirea si era già ritirato da calcio vincendo tutto, e da capitano lo aveva fatto anche con la Nazionale. Davanti a sé aveva la vita, ma dopo c’era stato solo il fuoco, il fumo, la Fiat 125 che si era andata a schiantare contro un furgoncino. E dopo c’erano state solo le lacrime di Mariella, del figlio Riccardo, e di tutti noi. Che siamo ancora qui a ricordarci quell’uomo gentile, con il neo sul viso e gli occhi un po’ tristi. A ricordarci che la semplicità è una cosa seria. E’ stato Gaetano a spiegarci come renderla meravigliosa.

 

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Gaetano Scirea e l’Atalanta.

Scirea arrivò all’Atalanta giovanissimo. L’allora dirigente della Serenissima San Pio X di Cinisello Balsamo, Giovanni Crimella, nel 1967 lo portò alle giovanili dell’Atalanta dove venne schierato inizialmente come ala destra. Affidato alla cura “paterna e rigorosa” del dottor Peppino Brolis, quando ebbe l’età per giocare nella Primavera (alternava il calcio con il lavoro da tornitore nell’officina dello zio a Cernusco sul Naviglio, occupazione che mantenne anche dopo l’esordio in Serie A), l’allenatore Ilario Castagner lo schierò regolarmente come libero di fianco allo stopper Antonio Percassi, futuro presidente dell’Atalanta. Scirea non interpretò il nuovo ruolo nel modo tradizionale, ma divenne il vero e proprio organizzatore di gioco della Primavera neroazzurra, con frequenti inserimenti in mezzo al campo, fino alle soglie dell’area avversaria.

Esordì in Seria A il 24 settembre 1972  in Cagliari-Atalanta 0-0, partita in cui sostituì l’infortunato Savoia, impressionando per la sicurezza e l’eleganza con le quali sapeva stare in campo. Dopo un’ulteriore partita da titolare (lo 0-0 casalingo contro il Napoli) lasciò il posto al rientrante Savoia, ma dopo una sola partita, la sconfitta per 9-3 sul campo del Milan, divenne il libero titolare della formazione nerazzurra. Complessivamente in quel campionato disputò 20 partite in A e 2 partite in Coppa Italia. L’anno dopo, nonostante le grandi avessero già messo gli occhi su questo giovane talento, restò a Bergamo anche in serie B e disputò tutte e 38 le partite di campionato (segnò anche un gol) e dieci partite in Coppa Italia (una rete, il 27 marzo 1974 in una partita vinta per 1-0 contro l’Inter nel girone di semifinale).

Grazie al canale privilegiato allora esistente tra Atalanta e Juventus, i bianconeri acquistarono Scirea dal presidente Bortolotti nell’estate del 1974 per 700 milioni di lire più il cartellino di Mastropasqua, quello di Gian Pietro Marchetti e la comproprietà di Giuliano Musiello.

Nella Juve Scirea giocò dal 1974 al 1988 vincendo sette scudetti, tra i quali quello della seconda stella nel 1982, due Coppe Italia, una Coppa Uefa (1977), una Coppa delle Coppe (1984) e la Coppa dei Campioni contro il Liverpool, nella tragica serata dell’Heysel (1985). Nello stesso anno conquistò la Coppa Intercontinentale. Divenne uno degli uomini-simbolo della squadra allenata da Trapattoni, nonché suo capitano dal 1984 al 1988. Assieme al portiere Dino Zoff, allo stopper Claudio Gentile e al terzino Antonio Cabrini costitui una delle migliori linee difensive nella storia del calcio italiano. Con la maglia della Nazionale si laureò campione del mondo nella notte di Madrid dell’11 luglio 1982. Complessivamente disputò tre mondiali, totalizzò 78 presenze e segnò due gol.

Dopo la sua morte i tifosi bianconeri battezzarono in suo onore la curva Sud dello Stadio delle Alpi. Nello Juventus Stadium a Scirea è stata dedicata una delle cinquanta stelle commemorative presenti nella Walk of Fame. La città di Torino gli ha intitolato la strada che porta allo stadio.

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