E se alle lucciole di Roma dessimo un tetto anziché una zona?

11 Febbraio 2015 ore 09:20

Il comune di Roma ha deciso di istituire aree delimitate e specifiche per la prostituzione nel quartiere Eur. Sui quattro fronti del celeberrimo Palazzo della civiltà italiana, alla scritta «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori» bisognerà dunque aggiungere «/ di clienti di passeggiatrici». Le quali ultime probabilmente si sposteranno a loro volta in altre aree, ricadendo così nella specifica «trasmigratori».

Dopo mesi di dibattito finalmente è stata indicata la data di inizio lavori o, come vien detto, di inizio della sperimentazione: l’Eur (una parte dell’Eur) sarà la prima zona della città eterna, l’Urbe della benedizione papale, nella quale sarà tollerata la prostituzione (quella stradale). Se l’operazione darà buoni risultati sarà ripetuta anche altrove, per esempio sulla Salaria.

Non si sa ancora bene quali saranno le strade interessate al progetto, per attuare il quale il IX Municipio (Roma è divisa in Municipi) dovrà prima approvare un’ordinanza, per dire ai vigili e alla polizia di non multare ragazze e clienti che si trovino nella zona a ordinamento speciale, mentre fuori potranno elevare contravvenzioni fino a 500 euro ai clienti che saranno trovati in compagnia delle ragazze. Detta operazione viene pomposamente denominata “zoning”. Il costo del progetto sarà di circa 5mila euro al mese, che andranno in gran parte per le unità di strada, ovvero agli operatori sociali (magari una cooperativa?) che monitorano l’attività delle ragazze e riferiscono su eventuali (eventuali) casi di sfruttamento. Una parte sarà stanziata dal IX Municipio e l’altra dal Campidoglio. In attesa della decisione tutti hanno voluto dire la loro.

«Un’ipocrita (e forse ideologica) operazione per il ‘decoro’ urbano. Non un impegno contro il degrado umano, a fianco delle vittime. Ne proviamo vergogna» ha scritto Avvenire che proseguiva, sabato scorso: «Alla vigilia della giornata di preghiera e azione contro la tratta degli esseri umani, Roma – la capitale d’Italia, la città culla e cuore dell’umanesimo cristiano – si fa capofila di un progetto che assomiglia alla polvere celata sotto un tappeto di luci rosse. Un lavarsi la coscienza, come le strade. Non una scelta decisa per affrontare il dramma della prostituzione». Il Red Carpet dei festival del cinema trasformato in “tappeto a luci rosse” è un guizzo linguistico pregevole.

«Condanniamo con fermezza la scelta dell’amministrazione comunale di Roma di istituire zone di tolleranza per la schiavitù della donna» ha fatto sapere Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi «L’unico modo per aiutare davvero queste donne è quello di debellare il fenomeno inaccettabile della prostituzione: i clienti sono di fatto primi sfruttatori della donna, e in secondo luogo finanziatori del racket. Debellare la prostituzione è possibile, da mesi abbiamo presentato al governo una proposta di legge per adottare in Italia il “modello nordico” che sanziona i clienti. Il mondo cattolico deve fare fronte comune prima che la situazione degeneri».

«Con l’introduzione del quartiere a luci rosse l’amministrazione capitolina si arrende alla prostituzione» ha postato su Twitter l’ex sindaco della capitale, Gianni Alemanno.

Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini ha voluto sfoggiare tutta l’eleganza del suo linguaggio dicendo: «Quel genio del sindaco Marino pensa a un quartiere a luci rosse. Per me è una cazzata. Cancelliamo la legge Merlin e riapriamo le case chiuse invece, regolamentando, togliendo dalle strade e tassando la prostituzione».

L’obiettivo del IX Municipio è molto più modesto: liberare alcune strade dell’Eur dal fenomeno della prostituzione selvaggia e allo stesso tempo tenere sotto controllo il fenomeno, per quel che si può. Tradotto in linguaggio popolare: oggi quelle battono dappertutto, vediamo di convincerle a starsene buone soltanto in certi viali per evitare che i residenti continuino a intasare il nostro centralino con le loro lamentele.

Perché la situazione non è facile: “Le ragazze girano indisturbate per viale Tupini, «rapporti a pagamento consumati sulla scalinata di viale America e quella di viale Europa, preservativi usati abbandonati tra le siepi che salgono fino alla basilica dei Santi Pietro e Paolo. E ancora: rifiuti, marciapiedi e aiuole divorate dall’incuria, sampietrini divelti e mai riparati». [repubblica.it]

«È il nuovo Bronx di Roma  –  spiega Paolo Lampariello, presidente di Ripartiamo dall’Eur  –  sta diventando uno dei quartieri peggiori. Di notte non si dorme più: le ragazze, seminude, litigano tra loro e vengono richiamate a colpi di clacson. Tra i clienti, poi, ci sono anche i 16enni». Piergiorgio Schirru, giovane consulente di una società che progetta software per hotel: «Quando l’azienda mi ha chiesto di scegliere una sede a Roma  –  racconta  –  io ho pensato all’Eur, credendo che fosse una zona tranquilla. Se metteranno qui tutte le prostitute del quartiere cosa dirò ai clienti? Ma poi che vuol dire? Legalizzano la prostituzione?».

Appunto. No: un Comune – nemmeno Roma capitale – non può legalizzare niente. Come nessuno, nemmeno uno Stato, può pensare di riuscire a debellare la prostituzione. La Comunità di don Oreste Benzi sta svolgendo un’opera che chiamare meritoria è come dire che San Pietro è una chiesa grandicella. Ma pensare che in un paese turistico, di passaggio e di residenti ingrati (alle moglie e alle fidanzate) come il nostro, il sesso a pagamento possa diminuire fino a scomparire del tutto ci sembra un po’ eccessivo.

La CEI – di fronte a una notizia come questa – non può far altro che ripetere quel che ha sempre detto: che è una vergogna, che il degrado si diffonde, che la misura è ipocrita. D’accordo. Ma è fin troppo facile pensare che la situazione non migliorerebbe granché in assenza di questa iniziativa. Avvenire sembra voler dire: «Visto che ci avete pensato, allora pensate un’altra cosa», ossia pensate in grande. Magari: però l’iscrizione dice che siamo un popolo di pensatori, non che lo siano necessariamente gli amministratori capitolini. Che questa cosa hanno immaginato di poterla fare, ma oltre non si può chiedere.

Si potrebbe invece invitarli ad ascoltare la voce di quel soggetto intervistato l’altra notte in televisione che ha proclamato – di schiena e con cappuccio – che lui non ci andrà, nella zona, perché al momento di entrare o di uscire magari i vigili gli prendono la targa. Un argomento sul quale concordano in coro le fornitrici di prestazioni. Pronte, a loro volta, ad abbandonare l’area e a tornarvi solo quando non sarà più regolamentata.

E allora? dirà qualcuno «e allora, voi cosa vorreste che facesse il IX Municipio per gli abitanti onesti e infuriati della zona?». Non sapremmo. O forse una cosa sì, potrebbe farla: dare un tetto a queste poverine costrette a passar la notte mezze (o tre quarti) nude per la strada. Magari con anche il riscaldamento e l’acqua corrente. Fa freddo d’inverno. Anche a Roma.

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