È morto a 93 anni

Shimon Peres, storia di un grande

Shimon Peres, storia di un grande
28 Settembre 2016 ore 07:10

Di Shimon Peres si raccontano decine e decine di aneddoti. Del resto, il personaggio si prestava. Era puntiglioso come pochi. Non s’accontentava mai delle teorie e dei sentito dire. Voleva conoscere le cose dal vero, piccole e grandi che fossero. Raccontano che una volta atterrò in Sardegna e iniziò a dialogare con un’hostess. Scopertala molto preparata sul problema dell’approvvigionamento dell’acqua nella sua terra (problema di cui soffriva anche Israele), volle che l’accompagnasse nei tragitti per approfondire la questione. A Roma, una volta, intercettò un cronista di un quotidiano israeliano al seguito, che era appena tornato da Pristina. Erano i tempi della guerra in Kosovo e Peres diede più ascolto a ciò che quel giornalista raccontava, essendo stato sul campo, che alle analisi degli esperti: gli chiese ad esempio che cosa dicessero i genitori che mandavano a Belgrado i figli, per metterli al sicuro.

 

 

Come tutti i grandi, Shimon Peres era un uomo che non si lasciava sfuggire i dettagli. E che nei dettagli scorgeva prospettive che facevano capire la complessità delle situazioni. Non era venuto al mondo per diventare leader politico. Era nato a Vishneva, in Polonia, nel 1923, figlio di allevatori. E per sé aveva immaginato una vita tra stalle e animali in un kibbutz, perché il paese che amava aveva bisogno anche di gente così. Quando incontrò Ben Gurion stava frequentando la scuola agraria. Aveva 28 anni e il leggendario fondatore di Israele lo scelse subito, un po’ a sorpresa, come allievo preferito.

È una cosa che la nomenklatura militare non ha mai digerito, perché Peres non veniva da una gavetta nell’esercito e quindi sfuggiva dal controllo. Ma proprio questa libertà è stata la sua forza. Quella che gli ha permesso di non restare prigioniero della sua immagine di “falco”: viene considerato il padre dell’industria aeronautica nonché del nucleare israeliano e fu lui nel 1976 a convincere Rabin a non arrendersi ai terroristi che avevano preso gli ostaggi a Entebbe (e fu la storia di una dei più memorabili blitz di sempre). Una libertà che gli ha permesso, senza contraddirsi, di diventare la “colomba” che portò alla storica firma degli accordi di Oslo con Arafat nel 1993, a cui seguì l’anno successivo il premio Nobel per la Pace per entrambi.

 

 

Peres, in particolare, è il leader che provò a cambiare la testa del suo Paese, invitandolo come lui diceva «a pensare fuori dalla scatola». Questo modo di pensare ne ha fatto un sostenitore ad oltranza della pace con i palestinesi nella formula “due popoli due Stati” quando ancora quella formula, oggi rivendicata formalmente anche da Nethanyau, non piaceva a nessuno. Con Nethanyau i rapporti erano pessimi, ma, nonostante dopo aver lasciato la presidenza nel 2014 non avesse più cariche, continuava a lavorare sull’idea che la pace fosse una strada realistica e possibile. Era rimasto molto attivo sulla scena politica con un’agenda sempre piena, in particolare attraverso la sua Fondazione, il Centro Peres per la Pace di Jaffa, che promuove il dialogo fra ebrei e arabi. «Non c’è alternativa alla pace e fare la guerra è senza senso», diceva. Come tutti i grandi leader sapeva che i conflitti si vincono non con la forza ma con la saggezza del compromesso. Quanto il mondo a avrebbe bisogno di leader così.

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