Sì, sono allergico alle code

01 Ottobre 2015 ore 15:38

Sono maledettamente allergico alle file, sì alle code. Lo ammetto. Quelle alle casse dei supermercati, agli ingressi dei musei, ai caselli autostradali, all’ufficio postale, in ospedale per fare un qualsiasi accertamento. Aspettare in fila come un soldatino mi deprime e un pochino mi umilia, perché sento la ‘puzza’ di un qualcosa o di qualcuno che ha in maniera precotta organizzato spazi e tempi al posto tuo. E questo mi prude e mi indigna, essere numero mi irrita, perché questo automaticamente disidentifica e riduce a pochi baluginii la tua dignità, come una lampadina semi fulminata che lampeggia un po’ prima di spegnersi. A quel punto sogno che qualcuno mi riconosca e mi porti via da lì, sul tappeto volante dell’essere oltre che dell’esistere… peccato non accada mai.

Semplicemente perché in quel momento il direttore del traffico, l’amministratore supremo della democrazia ultrapopolare e della giustizia distributiva a buon mercato è ometto con la sindrome del “custode del museo”. E che dire della la diligente e fiscalissima “caposala” che sente sul suo capo tutto il peso onorifico di sembrare quanto più possibile a una autoritaria Merkel dei poveri? A questo si aggiunga quella pletora di humarell, paonazzi di reiterati bianchini del mattino a tutte e pronti alla ciarla facile e aggressiva, pronti a difendere il loro centimetro quadrato con la forza di un oplite, consci che un rito di perfetta democrazia popolare si stia celebrando.

Chi sono gli humarell, per chi ancora non lo sapesse? Semplicemente certi sfaccendati pensionati (e non solo…) che sanno tutto di tutto e di tutti e, mani dietro la schiena, sindacano e apostrofano con fare saccente chi sta lavorando o semplicemente tenta un parcheggio un po’ difficile. La categoria è  opinionista da bar di ogni possibile argomento e vive il momento della fila come un test sociale in cui finalmente ognuno mostra finalmente di valere senza prevalere. Una specie di anticipo sull’esito finale della vita, che come diceva il buon Totò livella la prosopopea di qualsiasi essere umano sulla terra, ricco o povero che sia stato, famoso oppure oscuro, grande per le sue gesta o semplicemente un signor nessuno.

L’humarell che ogni giorno al caffè commenta con i suoi colleghi il quotidiano su diseguaglianze e soprusi di vario genere, sta perfettamente a suo agio in coda perché partecipa alla cerimonia corale di una democrazia non più solo proclamata ma realizzata in tutta la sua tangibile concretezza. I furbi vengono subito segnati a dito e rimessi in riga, così come dovrebbe accadere in cose ben più serie della vita. Ebbene io non credo, a dispetto di una evidenza che certo non ignoro o disconosco, che questo sia un metodo da cui si possa misurare e dedurre efficacia e valore del potere del popolo. O meglio, ciò che è un sistema pratico, e in fondo lo è, non può essere scambiato per principio etico dove soprattutto manca quella componente estetica, la cui assenza rende orribili le file perché più passa il tempo e più il corpo comincia a emanare cattivi odori, perché le posture si corrompono se siamo in piedi e le estremità cominciamo a dolere, perché l’umore si altera pur possedendo solide qualità di sopportazione immolate al dogma della pseudo democrazia. Tutto ha un limite, signori…

Tutti sappiamo delle file bibliche per entrare all’Expo di Milano, dei 420 minuti di attesa per visitare il padiglione giapponese: sette ore per vedere come si prepara il sushi… Per carità ognuno spreca il proprio tempo come meglio crede, ma non venitemi a dire che non si possa escludere una tendenza forse di origine espiatoria e autopunitiva nell’ autoinfliggersi inconsciamente simili prove. In poche parole secondo me, come ha sostenuto Cruciani di Radio24 nella sua trasmissione La zanzara, si evince nella gente un inconfessato quanto incomprensibile piacere nello stare in coda.

Altra prova? Con una spesa davvero irrisoria si può avere il telepass, quell’aggeggio che messo sul parabrezza consente di non doversi fermare al casello: passi, paghi automaticamente e vai. Non capirò quindi mai e poi mai il perché si preferisca stare tutti ammassati ore e ore, sotto le intemperie stagionali, con bambini strillanti a bordo e suocere inviperite, per poi tornare a casa più stanchi di prima dopo la classica gita fuori porta. Amore per la promiscuità, per il rapporto “carnale” col casellante che devi insultare perché magari non ha più gli spiccioli per il resto… Altrimenti in fondo cosa si racconta di eccitante della trascorsa escursione domenicale? Tirare qualche bel moccolo, arrivare alle mani con incolpevoli impiegati… questo in fondo è il bello.

In realtà penso che una società evoluta e democratica per davvero dovrebbe mostrare di esserlo non invitando ad atteggiamenti improntati all’autosacrificio, non diffondendo come pandemia inevitabile il verbo dell’oportet pati (bisogna soffrire), ma ad esempio assumendo il personale utile a evitare la mortificazione inutile e “amorale” dell’attesa. Posti di lavoro, massima efficienza, denaro in movimento. Ma io non sono certo un economista… Ricordo che Leopardi compose in fila alle poste l’ode L’infinito, ma erano altri tempi, lenti e creativi, e non sciuponi come i nostri i cui vuoti si riempiono consultando lo smartphone.

Oggi sento invece  molto vicine le parole di Charles Bukowski, un strampalato, fantastico, coltissimo “veggente” che in Pulp scrive: «La gente aspettava per tutta la vita. Aspettava per vivere, aspettava per morire. Aspettava in fila per comperare la carta igienica. Aspettava in fila per prendere i quattrini. E se non aveva quattrini aspettava in file più lunghe. Aspettavi per dormire e poi aspettavi per svegliarti. Aspettavi per sposarti e poi aspettavi per divorziare. Aspettavi che piovesse, poi aspettavi che smettesse. Aspettavi per mangiare, poi aspettavi per mangiare di nuovo. Aspettavi nello studio di uno strizzacervelli con una masnada di psicopatici e ti chiedevi se lo fossi anche tu».

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