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Simona Marchini, l’ultima diva

Personaggi 22 Ottobre 2014 ore 11:32

Una donna ancora bella, come solo certe donne mature possono arrivare ad esserlo quando rivelano una femminilità misuratamente sensuale. È il caso di Simona Marchini, un’attrice con alle spalle una lunga carriera capace di tagliare trasversalmente gli aspetti più diversi dello spettacolo: forse l’ultima “diva” di una ribalta luminosa e ricca, le cui luci ormai vanno a poco a poco spegnendosi a favore di fuochi fatui troppo effimeri e inconsistenti.

L’impegno di Simona, che ricordiamo sin dall’85 nella trasmissione di straordinario successo “Quelli della Notte” condotta da Renzo Arbore con importanti incursioni nel mondo del cinema e della televisione ma soprattutto del teatro, culmina nell’essere ambasciatrice della causa Unicef ma anche nella direzione artistica del Festival di Todi e della Scuola di Musical del Politeama Pratese Arteinscena. Ultimamente, fra le altre interpretazioni, abbiamo potuto apprezzare la sua partecipazione alla fiction “Don Matteo’ nella parte della madre del capitano Tommasi.

Signora Marchini, tutti questi importanti ruoli possono considerarsi il segno di una qualità speciale della vita?

«Sono indizio di una grande voglia di qualità. Pur non ritenendomi una snob, cerco di non scendere mai al di sotto di certi livelli che per me sarebbero inaccettabili. Rifiuto ciò che non mi interessa e pratico una sana ambizione, quella che serve anche al bene degli altri».

In che modo ama prendersi cura di sé?

«Per chi è impegnato a fare è la cosa più difficile. Magari cerco di assecondare la creatività e in senso più stretto mi concedo una settimana alle terme per rilassarmi e curare la voce. Comunque l’antistress per eccellenza rimane il mio nipotino».

Il suo amore per l’arte aiuta ad allargare gli orizzonti e ad acuire lo sguardo sul mondo?

«La galleria “Nuova Pesa” voluta da mio padre è stata un centro culturale intenso e ha rappresentato per me una finestra aperta alla creatività, insostituibile. Ho così assimilato una visione poetica del mondo, alta e alata. Lontana, come mi hanno sempre suggerito i miei genitori, da qualsiasi forma di meschinità».

Fare teatro invita a vivere alla grande?

«Se la tua anima è grande vivi il teatro nella pienezza di quella condizione. Altrimenti rischi di diventare un essere piccolo, autoreferenziale e patetico che ha smarrito il senso della realtà».

Qual è il mezzo ideale per compiere un viaggio?

«Il treno, ne sono sicura. Con tutti i limiti delle nostre ferrovie rimane il modo migliore per restituire un ritmo più normale al nostro tempo sempre troppo accelerato. Inoltre con il treno sento intera l’emozione del viaggio e noto che il senso del distacco  è meno brutale».

Meglio una tazza di cioccolata o un nuovo amore?

«Al nuovo amore ci credo davvero poco… Mi dà senza alcun dubbio più certezze concrete una bella tazza di cioccolata».

Cosa non si è mai concesso?

«Non mi sono mai abbandonata all’autoindulgenza e al perdono. Un fatto di educazione, di senso innato quasi militare del dovere».

A cosa non rinuncerebbe?

«Affetti a parte, alla mia dignità che non significa mettere in campo l’orgoglio, quanto quell’esercizio dell’onestà che mi permetta di avere incondizionata stima di me stessa».

La nostalgia ci è spesso compagna: lei bambina, i giochi…

«Mi piaceva giocare a scopone con mio padre che voleva fare coppia con me, ma ero un vero disastro. Lui non sopportava di perdere, cosa del resto inevitabile perché io non ricordavo mai le carte e non mi accorgevo dei segni. Erano grandi risate. Cose che mi mancano, riti irripetibili come il mangiare riuniti  tavola e lo stare assieme in allegria».

Vivere una condizione di attrice di successo come la sua  la collega alle grandi dive del passato con una romantica liaison…

«Indubbiamente percepisco la popolarità, ma mi interessa di più quando la gente mi parla con affetto e viene a trovarmi a teatro. Amo la “riconoscibilità” che non è divismo ma piuttosto il segno di un lavoro fatto bene. E questo mi è indispensabile perché si traduce in tonico per la mia innata timidezza e la mia natura schiva: che devono però aver suscitato sempre tanta simpatia aprendomi le porte giuste».