Tra calcio e appartenenza

Spalle alla regina, cuore all’Irlanda Storia di McClean, calciatore ribelle

Spalle alla regina, cuore all’Irlanda Storia di McClean, calciatore ribelle
Personaggi 25 Luglio 2015 ore 10:56

Ha voltato le spalle all’inno britannico, non seguendo ciò che faceva tutta la sua squadra, il West Bromwich Albion, e dando campo aperto ad una valanga di polemiche che, c’è da starne certi, James McClean sapeva che sarebbero arrivate. Eppure per lui, ragazzotto irlandese di poche parole, è stato un gesto quasi da poco, fatto senza platealità, un dire «No, questo non lo voglio» a testa bassa, senza fare troppo rumore. Quello che però c’è stato comunque in questi giorni, dopo che il suo WBA ha affrontato negli Stati Uniti il Charleston Battery, e all’esecuzione di “God save the Queen” lui ha preferito non dare rispetto a quelle note.

 

 

Creggan, Derry. E d’altronde avremmo avuto da stupirci nel vedere McClean mostrare riconoscenza e omaggio alla corona britannica, uno che da sempre ha respirato i climi rigidi che soffiano dalle parti di Derry, la città del Nord Irlanda dove è nato, senza mai fare nulla in questi anni per sottrarvisi. Per intenderci, il quartiere dove è cresciuto, Creggan, è uno dei più popolari della città e dal maggior concentrato di repubblicani cattolici. Tra anni Settanta e anni Ottanta era una “no-go area” per i britannici, tanto che, quando nel ’72 la città venne perforata dai colpi dei paracadutisti britannici coinvolti nel Bloody Sunday, qui nei giorni successivi seppellirono sei delle 14 vittime uccise in quella manifestazione.

La scelta del Derry City. McClean sarebbe nato quasi 20 anni dopo: tempi diversi, stessa aria tesa. Che riusciva a lambire persino il pallone: il primo club con cui il ragazzo ha giocato il Derry City, è famoso per aver disputato fino al 1971 il campionato di calcio nordirlandese (trionfò pure, nel ’65), salvo poi rinnegare quei confini tracciati dai britannici e chiedere ospitalità alla lega della repubblica irlandese. A monte della decisione, l’obbligo imposto dalla federazione di Belfast di abbandonare il proprio stadio (troppo caldo e pericoloso per le squadre d’ispirazione protestante che qui arrivavano in trasferta) per giocare le gare casalinghe a Coleraine, città a maggioranza unionista a 50 km di distanza.

 

 

La nazionale. Un po’ la stessa scelta che, 40 anni dopo, ha fatto James McClean: la sua fioritura sportiva era stata accompagnata da alcune convocazioni nella nazionale dell’Ulster, ma poi ha preferito aspettare le autorizzazioni della Fifa per candidarsi ad una maglia dell’Irlanda. Per lui, cui ancora oggi viene la pelle d’oca nel pensare tutto il suo quartiere fermarsi per seguire la Green Army di Keane ai Mondiali 2002, quello era l’obbiettivo. E quando il Trap, nel 2012, lo convocò per gli Europei in Polonia e Ucraina, lui fu contento di accettare la chiamata per quella che chiamò senza problemi la sua vera nazione. «Il Nord Irlanda non è il mio Paese», disse tempo dopo all’Independent, «Finché vieni da dove vengo io, Creggan, non puoi veramente capire».

Il Sunderland e la polemica sul poppy. È finita che poi McClean in Inghilterra ci è andato a giocare: nel 2011 lo acquistò il Sunderland. Il ragazzo non ne fece un particolare problema di coerenza: un conto è il lavoro, un altro le idee socio-politiche, specie in una terra che dal punto di vista sportivo ha sempre risentito dell’attrazione britannica. Ma quando, era il novembre del 2012, gli fu chiesto di mettere sulla sua maglia il papavero usato per commemorare i soldati inglesi morti nei conflitti, lui preferì non farlo. E quella maglia “without poppy” fece il giro dei giornali: il club disse che era una scelta del ragazzo cui erano contrari, ma che non avrebbero fatto nulla contro di lui. Martin O’Neill, il suo allenatore, pure lui di Derry, disse che comprendeva il ragazzo. In tutta risposta fu investito da fischi e offese dai suoi tifosi, tanto che a fine stagione lasciò la squadra e si accasò al Wigan.

 

 

La lettera al suo presidente. Qui, due anni dopo, capitò uguale: ancora commemorazione dei soldati caduti, ancora papaveri da indossare. McClean, poche parole e molta decisione, dice no un’altra volta. Ma stavolta scrisse una lettera stupenda al suo presidente, Dave Whelan, che aveva un nonno morto proprio nel primo conflitto mondiale. «Ho pieno rispetto per chi combatté e morì nelle due guerre Mondiali (…) Commemoro le loro morti così come quelle delle altre persone se solo il poppy fosse il simbolo delle anime perse per la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. (…) Ma per gente come me che viene dal Nord dell’Irlanda, il papavero significa qualcosa di diverso. (…) Mr Whelan, mi capisca, per me indossare il poppy è più di tutto un gesto di mancanza di rispetto delle persone innocenti che persero la vita nei Troubles (…) Sono molto orgoglioso della terra da dove vengo, e non posso fare qualcosa che credo sbagliato. Nella vita, se sei un uomo ti dovresti muovere per ciò che credi ».

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