Vice di Saddam, è morto venerdì

Tareq Aziz, che al Guardian disse: «Gli Usa hanno ucciso l'Iraq»

Tareq Aziz, che al Guardian disse: «Gli Usa hanno ucciso l'Iraq»
Personaggi 06 Giugno 2015 ore 11:38

Tarek Aziz è morto. Al secolo si chiamava Michael Yuhanna, aveva 79 anni, era in prigione da 12. È stato stroncato da un infarto. Aziz di religione cristiana caldea e durante nell'era di Saddam Hussein era il volto più noto del regime iracheno, quello umano. Al potere è rimasto per 30 anni, molti dei quali come vice premier e ministro degli Esteri, ed era conosciuto nelle cancellerie di tutto il mondo. Dopo l'invasione dell'Iraq da parte delle truppe anglo-americane e la caduta del dittatore, Aziz venne arrestato. Nel 2010 fu condannato a morte per crimini contro l'umanità, ma non venne giustiziato perché l'allora presidente Jalal Talabani non firmò mai l'ordine di esecuzione. L’accusa più pesante che l’opposizione irachena gli aveva rivolto era quella di aver negato i massacri dei curdi, di aver taciuto sulle esecuzioni di massa e tollerato il sistema di torture e intimidazioni voluto da Saddam.

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L'8 di picche. La carriera politica di Tarek Aziz comincia nel 1968, quando da giornalista militante tra le fila del partito Baath diventa ministro dell’Informazione, una carica tra le più delicate in un regime impenetrabile come quello iracheno. Quando scoppiò la guerra nel 2003 gli americani lo definirono l’8 di picche, in quel mazzo ideale di 55 carte che simboleggiava i 55 ricercati del regime. Nel febbraio 2003, quando mancava appena un mese all’invasione anglo-americana dell’Iraq, Aziz andò a Roma per incontrare Papa Giovanni Paolo II e invocare l’intervento della Santa Sede per evitare la guerra. L’idea della visita in Vaticano fu di padre Jean Marie Benjamin, funzionario dell'Onu dal 1983 al 1988, ordinato sacerdote nel 1991, grande esperto di questioni irachene. Padre Benjamin di Aziz aveva una grandissima stima, contraccambiata dal dirigente iracheno. In quell’occasione la Francia offrì asilo politico a Tarek Aziz, proponendogli di non tornare a Baghdad ma di fermarsi a Parigi. Lui rispose: «Ringrazio il presidente Chirac e il governo francese ma non posso accettare, non posso lasciare il mio popolo sotto le bombe e non stare con loro». Dieci anni dopo quell’udienza, una nuova richiesta al Papa: quella di essere giustiziato per mettere fine alle sue sofferenze.

Incrollabile fiducia in Saddam Hussein e nel socialismo panarabo. Tarek Aziz, al contrario dei fanatici dei regimi assolutisti, credeva sinceramente nella politica seguita dall’Iraq di Saddam Hussein. Non era un partigiano del regime accodatosi al carro del vincitore, ma un autentico, convinto sostenitore del socialismo arabo. Il socialismo rappresentato dal Partito Baath. Era membro del Consiglio di comando della Rivoluzione, il massimo organismo decisionale, sin dalla seconda metà degli anni Settanta, ma si occupava di relazioni internazionali e non di sicurezza interna, quindi con le repressioni interne aveva ben poco a che fare. Era solito affermare che solo la storia potrà giudicare l’operato di Saddam Hussein e non dei volgari propagandisti. Col senno di poi, vedendo come sono andate le cose in Iraq dopo la caduta del Rais, i conseguenti anni di guerra e la nascita dell’Isis, probabilmente aveva visto giusto. Nel dicembre 2002, poco prima dello scoppio della seconda Guerra del Golfo, all’Onu disse che quello che Washington stava cercando non era un cambio di regime, ma «una trasformazione regionale» e nel 2010 rincarò la dose in un’intervista dal carcere al quotidiano The Guardian, che aveva tutto il sapore di un testamento politico: «Per 30 anni Saddam ha costruito l’Iraq, ora è tutto distrutto» disse. «C’è gente malata come mai prima, gente affamata. Non hanno servizi. Vengono uccisi ogni giorno a decine, se non a centinaia. Sono tutte vittime dell’America e della Gran Bretagna. Hanno ucciso il nostro Paese». Pochi anni dopo in quel Paese distrutto è arrivato l’Isis.

In un Paese stragrande maggioranza musulmana, Aziz era l’unico cristiano del regime. Eppure la sua fede religiosa non lo ha mai danneggiato. Era un convinto sostenitore del fatto che sino a quando al potere restava il Baath, ed era agli ordini di Saddam Hussein, i cristiani avrebbero potuto dormire sonni tranquilli in Iraq. Oggi le case dei cristiani vengono bollate con la lettera “N” araba e prese d’assalto. Fuggire, convertirsi o morire. Aziz era anche l’interlocutore preferito di tanti esponenti occidentali, anche italiani (quando veniva a Roma i politici dell’epoca si mettevano in fila per poterlo incontrare), e di tutte quelle formazioni laiche palestinesi che a partire dalla fine degli anni Sessanta hanno portato avanti con le armi la battaglia per la Palestina, aprendo i loro uffici di rappresentanza a Baghdad ancor prima che Saddam assumesse i pieni poteri.

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La resa, l’arresto e la fine. Aziz si consegnò agli americani a fine aprile 2003, a Baghdad. Su di lui, tra le altre, pendeva anche l'accusa di aver preso parte alla decisione di uccidere 42 persone in un blitz della polizia irachena avvenuto nel 1999. Decise di arrendersi per ragioni di salute. I dettagli della resa furono concordati con le forze americane attraverso degli amici di famiglia. Tarek era affetto da gravi problemi cardiaci e aveva un infarto alle spalle. Un ufficiale americano in borghese andò a prelevarlo nel luogo in cui si era rifugiato assieme alla moglie Violetta e ai figli. Disse loro che si trattava di una formalità e che il fermo non sarebbe durato più di qualche giorno: non c’era quindi bisogno che portasse con sé nulla, perché il rilascio sarebbe avvenuto molto rapidamente. Stando a quanto ha più volte affermato dalla famiglia di Aziz nel corso degli anni, l’ufficiale fece anche un giuramento sul proprio nome, dicendo che avrebbe seguito personalmente il caso, fornendo ai familiari diversi suoi numeri di telefono, nel caso avessero avuto bisogno. Dopo questa promessa scomparve con il prigioniero Tarek. Nella strada davanti all’edificio c’erano una dozzina tra blindati e veicoli militari. Su uno dei blindati venne fatto salire l'ex braccio destro di Saddam. Era tarda sera. La famiglia non seppe più nulla fino a metà dell’estate, quando venne recapitata la sua prima lettera scritta su un modulo della Croce Rossa Internazionale. Implorava la famiglia per avere dei generi alimentari, pane a lunga conservazione, fette biscottate, nonché un pigiama, una ciabatta, uno spazzolino da denti e indumenti leggeri, dato il caldo torrido dell’estate, che in prigione era insopportabile.

Il 2 marzo 2009 venne assolto e liberato, ma pochi giorni dopo venne giudicato colpevole di crimini contro l'umanità e condannato prima a 15 anni di carcere e poi gliene aggiunsero altri sette, per aver contribuito a pianificare la deportazione dei curdi dal nord Iraq. Il 26 ottobre 2010 venne condannato a morte mediante impiccagione per il ruolo avuto nelle persecuzioni alla comunità sciita. Da allora su di lui si è saputo pochissimo.