Il 25 aprile

Il tedesco che salvò tanta gente fingendosi nipote di Schuster

Il tedesco che salvò tanta gente fingendosi nipote di Schuster
Personaggi 26 Aprile 2018 ore 05:00

«Quando mio padre se n’è andato nel 2012 ho scoperto tra le sue carte decine e decine di lettere. Erano scritte da gente che lo ringraziava perché lui gli aveva salvato la vita, durante la Repubblica Sociale Italiana. Ma è una storia di cui a noi figli ha sempre voluto raccontare poco». A rispolverare ora quella vicenda è Annalise Schuster, l’insegnante bergamasca del Sant’Alessandro nelle cui vene scorre anche sangue di origine tedesca.

Quello che gli ha trasmesso suo padre, Willy Schuster, uomo nato nella Renania del 1912 e che, appena ventiseienne, nel 1938, si trovò a risanare i limoneti che crescevano sulle sponde degradate del Comune di Gargnano, a pochi chilometri da Salò. «Era ingegnere agrario, e poco prima che scoppiasse la guerra era stato chiamato a Brescia sotto le dipendenze del conte Feltrinelli. Quando poi il conflitto è iniziato, la gente del posto era convinta che, in quanto tedesco, lui fosse automaticamente schierato con le forze dell’Asse. In realtà mio padre era sempre stato apolitico, concentrato com’era sul suo lavoro, sul sogno di andarsene in America ad approfondire gli studi. È stato il corso degli eventi a “costringerlo” a invischiarsi con gli affari della politica».

 

Villa Feltrinelli a Gargnano

 

Sullo sfondo di una scena internazionale sull’orlo della devastazione, Willy inizia infatti a prendere confidenza con le imponenti facciate di Villa Feltrinelli, dove è sempre più spesso ospite di chi gli commissiona i lavori. È in quelle stesse stanze che Benito Mussolini troverà dimora, nell’autunno del 1943. «Da quel momento il destino di mio papà, suo malgrado, si è intrecciato a quello della politica. Perché si è accorto che non poteva più restarne fuori». Con lo scoppio della Guerra Civile, in Italia ogni spostamento è soggetto a controlli. Ma Schuster, grazie al ruolo che ricopre, ha un lasciapassare che gli consente una buona elasticità di movimento. E, soprattutto, è bilingue: fattore che gli permette di trasformarsi in un insospettabile infiltrato.

«Mio padre sentiva cosa architettavano i tedeschi e al contempo sapeva del terrore dilagante nel Paese. Inoltre, aveva un talento naturale per intrecciare rapporti, e riuscì a diventare amico del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster». Sarà la sua preziosa amicizia a trasformarsi nella chiave di volta in quella che Annalise ha descritto come «la personale Resistenza di mio padre». L’ingegnere tedesco pensa infatti di sfruttare il suo cognome per trasformarsi nel nipote del cardinale milanese. Gli altisonanti panni con cui sceglie di ricoprirsi gli permettono di aiutare gli antifascisti, di vidimare permessi lasciapassare, di bloccare convogli diretti verso i campi di concentramento. «Il cardinale Schuster godeva di un grande carisma. Mio padre si approfittò dell’omonimia per fare suo un po’ di quel potere, ed erano insieme quando riuscirono a far scendere Indro Montanelli dal convoglio che l’avrebbe condotto alla fucilazione. Non si è unito alla Resistenza per come tutti la conoscono. L’ha fatta a modo suo, lavorando dietro le quinte». Il rischio di morte a cui Willy Schuster va incontro è proporzionale alla grande fiducia che le SS ripongono in quel giovane a cui si sentono uniti da un intangibile legame patriottico.

 

Il cardinal Schuster parla agli avanguardisti

 

Intanto, le gesta di quel tedesco buono si diffondono a macchia d’olio, e sempre più persone vanno a bussare alla sua porta per chiedere aiuto. «Ha conosciuto mia madre in quegli stessi anni, perché lei andava a Gargnano in villeggiatura. Ha appoggiato le sue attività di infiltrato senza avere scelta. Una volta mio padre ha nascosto un soldato americano in soffitta. Lei era certa che sarebbero stati fucilati». Invece il 1945 è arrivato, con lui il dopoguerra e periodi migliori per tutti. «Io sono nata nel ’47, ma ricordo la processione di persone che venivano in casa nostra a ringraziarlo, a portargli doni. Mio padre nei decenni successivi è rimasto un benefattore. Negli anni Settanta, a Bergamo, è stato un personaggio conosciutissimo, che aveva contatti diretti con le più importanti personalità. Eppure so che gli anni che l’hanno davvero segnato sono quelli della Repubblica di Salò. Anche se, con i suoi figli, ha sempre preferito parlarne poco».

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