Delusioni mondiali

Tutti i presidenti e i re che non vedremo al Maracanà

Tutti i presidenti e i re che non vedremo al Maracanà
10 Luglio 2014 ore 10:50

Le mani al cielo, il sorriso ebbro di gioia, il Paese intero che si identifica nell’esultanza di una sola persona. Era l’11 luglio 1982, a Madrid, e Sandro Pertini esultava in un Bernabeu che aveva appena visto l’Italia diventare per la terza volta nella storia campione del mondo di calcio. Un’immagine diventata simbolo, almeno tanto quella del volo di ritorno, con la Coppa del Mondo a fare da silenziosa spettatrice alla partita a carte in aereo dell’allora Presidente della Repubblica italiana con il tecnico Bearzot, il capitano azzurro Dino Zoff ed il baffuto Causio.

Il Mondiale delle donne. Domenica 13 luglio alle 21 saranno invece la cancelliera Angela Merkel e l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner a ricoprire quel ruolo. Due donne, due simboli dei tempi che cambiano e che non sono state le uniche ad appassionarsi alle prestazioni dei propri rappresentanti sul campo da gioco. Dilma Rousseff, presidente del Brasile, ha colpito tutti per il trasporto con cui ha mostrato di seguire la Selecao. Purtroppo i suoi gesti scaramantici non hanno evitato ai verdeoro l’eliminazione in semifinale. Anche la cilena Michelle Bachelet ha voluto essere presente in terra brasiliana per supportare la nazionale roja, con tanto di sciarpa e maglietta d’ordinanza: una vera tifosa. Decisamente meno interessata è stata la presidente coreana Park Guen-hye, ma, visto il magro bottino di un solo punto ottenuto dalla rappresentativa della Corea del Sud, non le si può nemmeno dare torto.

I Presidenti tifosi. Gli uomini vengono ritenuti grandi appassionati di calcio e alcuni capi di Stato l’hanno certamente confermato. Il colombiano Juan Manuel Santos, accompagnato dalla moglie, ha cercato di essere sempre presente alle partite dei Cafeteros ed anche l’honduregno Juan Orlando Hernandez ed il messicano Enrique Pena Nieto sono stati due veri tifosi. È diventato già icona il presidente costaricense Luis Guillermo Solis, con le sue scatenate esultanze è emblema di una nazione che ha saputo far sognare tutti gli appassionati del pallone, ma anche il presidente iraniano Hassan Rouhani ed il collega nigeriano Goodluck Jonathan hanno dimostrato di voler essere vicini alle proprie nazionali, facendosi ritrarre mentre osservavano con trasporto i match dei propri giocatori. Il presidente icona dell’Uruguay José Mujica è stato forse eccessivamente tifoso quando ha difeso a spada tratta il connazionale Luis Suarez, squalificato dalla FIFA per il morso a Chiellini, mentre ha fatto notizia la passione con cui Barak Obama ha seguito l’avventura degli Stati Uniti allenati da Jurgen Klinsmann, fermatasi agli ottavi di finale, ma in grado di avvicinare al “soccer” tanti americani tra cui l’inquilino della Casa Bianca. David Cameron e Matteo Renzi, seppur grandi appassionati, non hanno avuto molto tempo per dimostrarlo, vista la prematura uscita dalla competizione di Inghilterra ed Italia, a differenza invece di Hollande che ha potuto tifare, almeno fino ai quarti, la sua Francia. Scarsa attenzione ha invece ricevuto il calcio nelle stanze del potere di altre nazioni, come Svizzera, Bosnia, Grecia, Portogallo, Australia o dei Paesi africani.

Le famiglie reali allo stadio. Non poteva mancare, nel tourbillon mediatico dei Mondiali, anche il neo Re di Spagna Felipe, che però, dopo la grande gioia per la vittoria spagnola del 2010, ha visto tornare in patria i ragazzi allenati da Del Bosque in netto anticipo rispetto alle attese, eliminati già nella fase a gironi dopo le sconfitte con Olanda e Cile. Proprio la famiglia reale olandese è stata invece protagonista in terra brasiliana, con la visita fatta alla Nazionale Oranje da Re Willem e dalla Regina Maxima, prima scatenati tifosi sugli spalti e poi inattesi ospiti negli spogliatoi dei giocatori. Anche il Belgio ha avuto l’onore di poter ospitare nel proprio ritiro brasiliano il Re dei belgi Filippo, che si è intrattenuto con tutti i giocatori, soggetto preferito per una divertente serie di “selfie” fatti dai calciatori che sono stati poi eliminati solamente nei quarti dall’Argentina, giunta poi in finale.

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