30 anni a letto

Un esempio di grande forza, nella malattia. Rosy Avogadri, la martire di Dalmine

La storia della lunghissima degenza per un trauma psichico durante la guerra. Subì oltre 1.200 interventi. Le cure di parenti, amici e volontari dell’Unitalsi. Quasi ogni giorno l’aiuto dell’Avis per le trasfusioni di sangue, ne subì oltre 4 mila. Si occupò di lei il dottor Agostino Richelmi. medico condotto di Sabbio per oltre 50 anni. Usa e Urss si impegnarono per aiutarla

Un esempio di grande forza, nella malattia. Rosy Avogadri, la martire di Dalmine
Dalmine, 17 Marzo 2020 ore 12:41

di Laura Ceresoli

L’11 marzo è caduto il 45esimo anniversario della morte di Rosy Avogadri, la donna conosciuta a livello nazionale come la «martire di Dalmine» per la particolare e dolorosa malattia che ne ha caratterizzato l’esistenza. Nata a Levate il 21 maggio 1926 da una famiglia di umili contadini, terzogenita di sette fratelli, ultimate le scuole elementari trovò lavoro come tante sue coetanee all’opificio di Crespi D’Adda. Nel frattempo la sua famiglia si trasferì a Sabbio per lavorare nei terreni della cascina colonica Macallè, una delle 14 aziende di proprietà della ProDalmine i cui coloni si occupavano dei terreni della società.

Rosy condusse un’esistenza spensierata per più di 16 anni, fino a quando nel 1943, durante la fase più dura della seconda guerra mondiale, rimase coinvolta nell’episodio che la segnò per il resto dei suoi giorni. Nella Bergamasca le truppe tedesche controllavano un campo per internati militari a Grumello del Piano, la destinazione finale di un convoglio che la sera del 24 maggio attraversò Dalmine con il suo carico di prigionieri, per lo più serbi. Rosy, come altre sue coetanee, era solita recarsi lungo la strada dove passavano questi convogli per donare patate e polenta ai prigionieri affamati. Quella sera alcuni di loro, approfittando della situazione, tentarono la fuga verso i campi: i sorveglianti tedeschi, intimato l’alt, aprirono il fuoco con raffiche di mitra verso i fuggitivi, falciandone uno che riuscì comunque a raggiungere i suoi compagni, dei quali poi non si seppe più nulla. La crudezza di quella scena turbò talmente Rosy che fin da subito cominciò a manifestare vari malesseri, culminati in una febbre alta che la fece cadere in coma per due giorni. Al risveglio si scoprì che il trauma psichico le aveva provocato il bacterium coli, l’inizio della leucemia.

Le speranze di una pronta guarigione, favorita dalla giovane età della ragazza, furono presto spente: nel 1948 venne ricoverata all’ospedale di Pavia, cominciando così la sua quasi trentennale vita di degenza, durante la quale venne sottoposta a ogni tipo di cura conosciuta. Subì oltre 1.200 interventi chirurgici, iniezioni endovenose di antibiotici, mentre un’infezione del sangue le provocava ricorrenti febbri. Si decise di sottoporla per lungo tempo a una terapia a base di cortisone che, seppur indirettamente, favorì diverse fratture: bastava un semplice movimento incontrollato per provocare lesioni sempre più gravi alle ossa della donna.

Diverse furono le persone che si avvicendarono al capezzale di Rosy: la madre Carolina Bani, la sorella Suor Rosalice con i parenti e innumerevoli persone della comunità dalminese, tra cui i volontari Unitalsi di Sabbio, Mariano, Osio Sopra e Osio Sotto che la accompagnarono a diverse Giornate dell’ammalato e a numerosi pellegrinaggi a Lourdes, Loreto e Caravaggio. Venne avviata una catena di solidarietà, con l’amministrazione comunale per sostenere i costi dei frequenti ricoveri in ospedale. Fondamentale si rivelò poi l’opera dei membri dell’Avis di Dalmine che, quasi quotidianamente per 31 anni, si alternarono per le necessarie trasfusioni di sangue: Rosy ne subì oltre 4.000.

A prendersi cura di Rosy per tutta la durata della sua malattia fu il dottor Agostino Richelmi. medico condotto per oltre 50 anni anche del quartiere di Sabbio (fino agli anni ’70 rimase l’unico medico di Dalmine) che si era conquistato una particolare ammirazione tra i suoi concittadini per essere stato il primo soccorritore dei feriti e delle vittime del bombardamento che la città subì il 6 luglio 1944.

La vicenda oltrepassò persino i confini nazionali raggiungendo nel 1957 le ambasciate degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica che si adoperarono per dare il proprio contributo alla guarigione di Rosy, assicurandole dosi di albomicina da Mosca e linomicina da Washington.

Legato alla vicenda della malattia di Rosy, è un piccolo «giallo internazionale»…

L’articolo completo a pagina 30 del numero di PrimaBergamo in edicola fino al 19 marzo, oppure sull’edizione digitale QUI.

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