Un lenzuolo bianco per Gigi

10 Aprile 2015 ore 13:54

Cinque anni fa Mario Calabresi, il direttore de La Stampa, scrisse un articolo che ho collocato tra le cose preziose del mio lavoro. Si intitolava Il rispetto del lenzuolo bianco e diceva così: «Esiste un gesto antico di pietà che mi torna in mente continuamente in questi giorni, è quello di coprire il corpo di chi è morto in un luogo pubblico. Lo si fa con un lenzuolo bianco, una coperta, un qualunque indumento che protegga almeno il volto e il busto di chi ha perso la vita rimanendo esposto su un marciapiede, in mezzo alla strada, su una spiaggia o in un campo. È un gesto codificato dal mondo greco, almeno venticinque secoli fa (anche Socrate si copre il volto mentre muore), e non serve soltanto a proteggere i morti dallo sguardo dei vivi ma anche noi stessi, i vivi, dalla vista della morte. È il limite del pudore, del rispetto, è il simbolo della compassione e della capacità di fermarsi».

Non solo Socrate. Anche il Cristo del Sanmartino è velato. Molti altri lo sono. Il velo è il modo con cui gli artisti rendono omaggio non tanto al personaggio rappresentato quanto al pudore di chi si reca a onorarne il corpo e la memoria. Ma, proseguiva Calabresi, «oggi si è fatta strada in Italia una strana concezione dell’informazione che si potrebbe sintetizzare in un gesto: quello di sollevare il lenzuolo e spingere tutti a fissare quello che c’è sotto. Molti restano incollati all’immagine terribile, altri sfuggono, alcuni cominciano a provare disgusto».

È una sintesi assai precisa delle reazioni dei lettori, oltre che di quelle dei cronisti, che faceva dire al direttore: «Credo che esista una sostanziale differenza tra il riportare un fatto, il raccontarlo mettendolo nel suo contesto esatto o invece nel gettarlo in faccia a chi ascolta senza alcuna mediazione. È in quella differenza che è nato il giornalismo, che ha trovato un senso e una ragione d’esistere». Richiamando «il motto stampato sulla prima pagina del New York Times (Tutte le notizie che vale la pena pubblicare)» Calabresi provava a sgomberare il campo dall’idea che la cronaca si faccia calando un microfono o una telecamerina in un ambiente qualsiasi e mandando tutto in onda. Al contrario, il mestiere di giornalista «prevede che ci sia una selezione che scarti ciò che non vale. Dobbiamo continuare a raccontare e a svelare senza sosta, dandovi [ai lettori, ndr] ogni elemento utile a comprendere (…), ma rifiutando di farci casse di risonanza di ciò che trasforma noi e voi in “guardoni”». O sciacalli.

Parole pesantissime, che mi sono tornate in mente dopo aver visto come i giornali, i nostri giornali locali, hanno trattato la storia di Gigi Parma, il titolare del Maguire’s Pub che se n’è andato in maniera tragica. Ormai lo sanno tutti: c’è stato un incendio nel suo locale, poi un’esplosione, e lui, che era tornato lì dentro alle 4 del mattino, è morto. Ma quando gli investigatori hanno lasciato intendere che all’origine del rogo poteva esserci stata la volontà dello stesso Parma di trovare una scorciatoia sbagliata a una situazione economica compromessa, alcuni cronisti hanno voluto sollevare il lenzuolo bianco: quanti debiti aveva? Con chi? Fino a che punto era disperato? Magistratura e assicurazioni indagheranno nel tentativo di giungere a conclusioni che consentano di prendere gli opportuni provvedimenti in termini economici e di legge. Ma è compito dei giornalisti anticipare le indagini? La sofferenza o la morte non sono, in casi come questo, un prezzo più che adeguato per fermarsi e fare un passo indietro?

«Non si tratta di censurarsi – concludeva Calabresi – ma di valutare e di non far prevalere soltanto il criterio degli ascolti, del numero di copie vendute o dei click su internet». Non si tratta, si potrebbe aggiungere, di fare i bacchettoni o di scandalizzarsi, ma crediamo che si potrebbe evitare – in certe occasioni – di lasciarsi andare.

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