Un'attrice di grande talento

Valeria Bruni Tedeschi, vita e opere (e il bellissimo discorso ai David)

Valeria Bruni Tedeschi, vita e opere (e il bellissimo discorso ai David)
29 Marzo 2017 ore 11:33

Nella kermesse dei David di Donatello (gli Oscar italiani), andati in scena la sera del 27 marzo a Roma, il momento più “alto” è stato sicuramente il discorso di ringraziamento di Valeria Bruni Tedeschi, premiata come Miglior attrice protagonista. La pazza gioia, più che il titolo del film che le ha permesso di ottenere la sua quarta statuetta in carriera, è stato il sentimento che ha mostrato sul palco, affiancata dalla collega e amica Micaela Ramazzotti.

 

 

L’attrice, fregandosene delle tempistiche e delle etichette (teoricamente i premiati avevano a disposizione non più di 47 secondi a testa per ringraziare), si è lasciata andare a un vero e proprio stream of consciousness, un flusso di coscienza tra sorrisi (tanti), risate (d’imbarazzo) e lacrime (tantissime). Il tutto mischiando serietà e ironia in maniera sublime, cogliendo tutti di sorpresa. Il primo nome ad essere citato dalla Bruni Tedeschi, dopo Micaela Ramazzotti, è stato quello di Franco Basaglia (fondatore della concezione moderna della salute mentale) perché La pazza gioia parla di malattia mentale. Poi ha ringraziato Paolo Virzì, «che mi guarda da anni con tenerezza, allegria e senza paura», la sua amica dell’asilo che le «dette un po’ della sua focaccia e mi fece sentire un po’ meno sola», tutti gli amici e la «mia povera psicanalista». Leopardi, Ungaretti, Pavese, Natalia Ginzburg, Anna Magnani, Gena Rowlands e suo marito, De André, Chopin; e poi, ancora: la madre, la sorella, la zia, di nuovo Virzì e «tutti i registi che mi hanno accolto nei paesi della loro fantasia». Infine, i registi che la accoglieranno in futuro, gli uomini che l’hanno amata, che lei ha amato e anche quelli che l’hanno abbandonata, gli sconosciuti che le hanno fatto un bel gesto e i suoi due bambini (QUI trovate la trascrizione completa del discorso).

 

 

Il video dei ringraziamenti dell’attrice è diventato ben presto virale. Molti lo hanno elogiato, qualcuno lo ha criticato ritenendolo forzato ed eccessivo. Di certo c’è che, in una serata-evento alquanto moscia (a differenza dell’edizione 2016), il discorso di Valeria Bruni Tedeschi ha acceso i riflettori sulla kermesse e, soprattutto, su di lei. Da sempre nel mondo del cinema, in realtà la sua carriera ha preso quota in Francia, Paese che ha accolto lei e la sua famiglia sin dagli Anni ’70. A metà Anni ’90, il suo viso angelico e la sua capacità di interpretare ruoli sfaccettati e complessi le permisero di essere protagonista anche in diverse pellicole italiane, su tutte La seconda volta (1996) e La parola amore esiste (1998), film di Mimmo Calopresti grazie ai quali Valeria Bruni Tedeschi vinse i David come Miglior attrice protagonista. Nel 2003, con l’opera È più facile per un cammello…, debuttò anche alla regia. Si trattava di un film largamente autobiografico, grazie al quale ha vinto il Premio Louis-Delluc. Nel 2006 torna dietro alla macchina da presa per Attrici, che ottenne un grande successo di pubblico e di critica. Il successo più recente risale al 2014, quando ne Il capitale umano di Paolo Virzì interpreta un’ex attrice sposata a un broker finanziario molto tormentata. Grazie a questo ruolo, vinse il premio per la Migliore attrice al Tribeca Film Festival 2014, il Ciak d’Oro per la Migliore attrice protagonista e il suo terzo David come Migliore attrice protagonista.

In realtà, però, la vera forza del discorso che ha fatto Valeria Bruni Tedeschi dal palco degli Studios di via Tiburtina è stata quella di aver trovato tempo e spazio per tutto. La carriera, certo, ma soprattutto la sua vita. Una vita particolare, che le ha spesso (anzi, quasi sempre) dato spunti per la sua professione, davanti e dietro la macchina da presa. Valeria, infatti, nasce a Torino il 16 dicembre 1964 (anche se lei non ama che sia resa nota con tanta «brutalità» la sua età. «Trovo umiliante, estremamente inelegante, sottolineare l’età di una donna» raccontava tre anni fa a Grazia) in una ricca famiglia ebraica. Il padre era l’industriale e compositore Alberto Bruni Tedeschi, mentre la madre è la pianista Marisa Borini, reinventatasi attrice a settant’anni proprio grazie alla figlia. Aveva un fratello, Virgilio, morto nel 2006 a 47 anni per colpa dell’AIDS, e ha una sorella, nota almeno tanto quanto lei (se non di più), ovvero l’ex modella Carla Bruni. In realtà, pochi anni fa, grazie all’autobiografia della madre si è scoperto che il padre biologico dell’ex Première Dame francese è Maurizio Remmert, uno dei diversi amanti avuti da Marisa Borini durante il matrimonio con Alberto Bruni Tedeschi. Una rivelazione difficile da accettare, che non ha però scalfito il rapporto tra le due sorelle («Di Carla ammiro l’intelligenza, l’autoironia e la generosità. È molto tenera, anche se non lo dà a vedere») e quello di Valeria con la madre («Criticarla mi viene molto difficile. È una donna intelligente, molto libera, spiritosa, creativa»).

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Italiana in tutto e per tutto, come sottolinea spesso, in realtà Valeria è cresciuta in Francia, visto che, all’età di 9 anni, si trasferì a Parigi con tutta la famiglia per timore di rapimenti e in seguito alle minacce delle Brigate Rosse. Ma di sé dice: «È italiana la mia cultura: mi sono formata su Leopardi e la letteratura romantica. Ho sempre studiato e letto in italiano, la lingua che oggi parlo con mia figlia». Già, la figlia: Celine, bambina africana adottata nel marzo del 2009 insieme all’allora compagno Louis Garrel, attore francese a cui è stata legata dal 2007 al 2012. Di lui, Valeria ne parla come del grande amore e, secondo molti, quando nel discorso ai David ha voluto ringraziare anche «tutti gli uomini che mi hanno abbandonata», si riferiva proprio a lui. Tanti, in passato, l’hanno criticata perché, nelle sue opere, racconta sempre uno spaccato sociale ben delineato: snob, ricco e borghese. A queste critiche, lei ha risposto: «Parlo semplicemente della classe sociale che conosco meglio, ma sempre con una certa dose di derisione e perfino con crudeltà». Ma, a suo parere, il segreto del suo successo, e forse anche della sua vita, sta in realtà nell’autoironia: «Cosa mi fa ridere? L’intelligenza – raccontava a Grazia -. E i clown che dicono la verità, come Roberto Benigni. Ognuno di noi deve trovare il suo pagliaccio come hanno fatto Castellitto, Garrel, mia madre. Adoro le persone che non hanno paura di mettere il naso rosso. Per vivere ho bisogno di allegria e autoironia. E sì, anch’io indosso il naso da clown per non prendermi troppo sul serio». Sul palco dei David di Donatello, però, quel naso rosso se l’è tolto. E ha indossato invece l’abito più bello: quello della sua anima.

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