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Una società disumana è quella in cui le madri…

Personaggi 06 Febbraio 2015 ore 14:54

Nell’udienza generale del 7 gennaio scorso papa Francesco ha affermato: «Una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale». Magari fosse: a guardarsi in giro sembrerebbe piuttosto che il cammino verso una società disumana sia ormai fin troppo avviato.

Per uscire dallo sconforto potremmo però cercare di capire a quale tipo umano si riferisce il papa quanto parla di “madri”.

Ci accorgiamo così che poco prima – un paio di righe, nel testo – Francesco aveva richiamato il passo di un’omelia dell’arcivescovo Romero nella quale il beato (che al momento non lo era ancora) poneva in relazione il martirio di un sacerdote caduto sotto i colpi dei paramilitari salvadoregni con quello di «una madre, che senza timore, con la semplicità del martirio materno, concepisce nel suo seno un figlio, lo dà alla luce, lo allatta, lo fa crescere e accudisce con affetto». E lo aveva commentato con le parole: «Essere madre non significa solo mettere al mondo un figlio, ma è anche una scelta di vita. Cosa sceglie una madre, qual è la scelta di vita di una madre? La scelta di vita di una madre è la scelta di dare la vita. E questo è grande, questo è bello». L’ultima frase è la versione bergogliana dell’evangelica: «In verità, in verità vi dico», che indica il desiderio che ciò che è stato appena detto venga colto dall’ascoltatore con particolare attenzione e reverenza.

A questo punto la questione però si complica perché «dare la vita» risulta avere due significati: “dare la vita a qualcuno”, “dare la vita per qualcuno”.

Sia monsignor Romero sia il papa sembrano oscillare tra le due possibilità: “madre” è colei che dà la vita al figlio, e una volta che il figlio è nato lo aiuta a crescere; “madre” è colei che dà la propria vita – la offre, la consegna a Dio – nell’esecuzione del compito che si è assunta generando un figlio. Il papa ha chiarissimo il fatto che questa accezione del termine “madre”, derivante dalla fusione dei due significati di “dare la vita”, non vale in generale. Nessuna pretesa, la sua, di definire in assoluto in cosa consista l’essere madre: solo il desiderio di indicare quel modo di esserlo che, secondo lui, rende l’esperienza della maternità più umana e compiuta.

Poco dopo parlerà infatti espressamente di “madri credenti”, scelta che gli consente di passare dalla loro capacità di trasmettere la fede ai figli quasi per osmosi, alla maternità di Maria e a quella della Chiesa.

Una società “disumana” sarebbe (è) dunque quella in cui nessuna madre introduce più alla fede, anche qualora accudisca i piccoli che ha generato, come ogni madre naturale fa del resto per un periodo più o meno lungo.

Una società nella quale sia andata persa la memoria della maternità della Chiesa e di quella di Maria – e, per analogia, delle madri “bergogliane” – sarebbe una società disumana perché composta esclusivamente da orfani. Il grido di Francesco: «Noi non siamo orfani, abbiamo una madre! La Madonna, la madre Chiesa, e la nostra mamma. Non siamo orfani, siamo figli della Chiesa, siamo figli della Madonna, e siamo figli delle nostre madri» con la sua forma raddoppiata, sembra voler coprire l’urlo di coloro che – invece – orfani si sentono già. Quella iterazione – quasi un superlativo – sembra voler anticipare l’obiezione diffusa: “D’accordo, sarebbe bello avere – o aver avuto – una madre come dici tu: ma noi non ce l’abbiamo, non l’abbiamo mai avuta, quella madre. Peggio ancora: non ne abbiamo vista in giro una che sia una. Noi siamo orfani fatti e finiti”. Orfani irreversibili.

Non è così, ha detto il papa: voi (noi, anche io) di mamme ne avete addirittura due – ammesso che l’altra non sia ricostruibile – solo che non siete capaci di riconoscerle. Ovviamente: per non averne fatto esperienza quando vi toccava, da bambini. In forza di questa perdita non riuscite più nemmeno a credere che possa esistere – e men che meno che esista – una realtà dotata delle caratteristiche sopra attribuite alla figura della madre, nel senso biologico, sociale del termine. Che deve dunque fare ciascuno di noi per contrastare il radicarsi del disumano (l’esperienza di essere orfani) nel mondo?

A rigore sembrerebbe che dovremmo generare persone alla vita della fede e dare la vita (la nostra) perché questa esperienza diventi adulta e si diffonda nel seno di Santa Madre Chiesa, “esperta in umanità” come la disse il beato Paolo VI nella Populorum Progressio.

Maschi o femmine che si sia questo pare essere il compito di ciascuno. Maschi o femmine, val la pena di ripetere, perché la maternità di cui parla il papa non vuol essere una raccomandazione fatta alle mamme perché si comportino in un modo piuttosto che in un altro, per esempio lasciando il lavoro per accudire i figli. Al contrario: anche quando è sul lavoro ciascuno di noi può far risorgere, col proprio atteggiamento “materno”, la memoria  della maternità perduta in coloro che ci sono offerti come figli vaganti richiedenti asilo. Perché possano trovare una casa, la Chiesa, nella quale abitare – come dice il salmo – per tutti i giorni della loro (e nostra) vita.