Dopo l'ultima manifestazione in Vaticano

Chi sono e cosa vogliono le Femen

Chi sono e cosa vogliono le Femen
27 Dicembre 2014 ore 15:17

Il 25 dicembre, durante il messaggio Urbi et Orbi di Papa Francesco in piazza San Pietro, è entrate in scena Iana Aleksandrovna Azhdanova, cioè un’attivista Femen che, a seno nudo (come vuole tradizione) e con la scritta “God is woman” dipinta sul corpo, è riuscita a raggiungere il presepe e ha tentato, urlando slogan contro la Chiesa, di rubare il bambinello. La giovane donna è stata bloccata da un agente della Vigilanza vaticana, aiutato da agenti della polizia italiana. È stata fatta rivestire ed è stata portata nelle celle vaticane, dove ora si trova rinchiusa con l’accusa di vilipendio, atti osceni in luogo pubblico e furto. Durissima la reazione del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che ha definito l’azione un «fatto grave», aggiungendo che «procederemo con rigore».

 

 

Al di là del “palcoscenico” e dell’obiettivo da colpire con gli slogan, il copione è stato, anche a Natale, sempre lo stesso: una o un piccolo gruppo di ragazze (belle ragazze, va detto, e non è un caso) iniziano a spogliarsi e a urlare slogan e a mostrare cartelli. Contro la Chiesa, contro il capitalismo, contro il Papa, contro Berlusconi, contro Putin: poco conta contro chi, l’importante è che ci sia un palcoscenico pronto ad accoglierle.

L’ideale e la loro nascita. Le Femen sono un collettivo ucraino che si definisce femminista e che ha deciso di usare, quale strategia di protesta, il seno nudo. Nell’ideologia del gruppo, il seno nudo è uno strumento per rovesciare l’immagine del corpo della donna, violentato e usato dalla società maschilista ucraina. Esibirlo vorrebbe essere una riappropriazione del proprio corpo: non più oggetto del desiderio maschile e oggetto di commercio, ma oggetto di dissenso.

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Le Femen sono nate nel 2008, attorno a tre donne: Anna Hutsol, la Femen nascosta, che non mostra il seno nelle piazze ma che è la ufficiale fondatrice del movimento; Inna Shevchenko, classe ’90, bionda e bellissima, e volto (o seno) noto delle proteste Femen; Alexandra (detta Sasha) Shevchenko, sorella di Inna e leader silenziosa, oltre che contabile, del movimento. È attorno a queste tre donne che nasce Femen, organizzazione è composta in gran parte da studentesse tra i 18 e i 25 anni e che conta, solo a Kiev, circa 300 membre, ma che ha espanso la sua presenza anche in altre città d’Europa, in particolare a Parigi, dove dal 2013 vive Inna, che ha ottenuto l’asilo politico. La capitale francese è spesso uno degli epicentri delle proteste Femen infatti.

Visto così Femen appare un movimento realmente femminista, ideato e guidato da sole donne. In realtà, però, le inchieste della giornalista Daryna Chyzh, che si è infiltrata nel gruppo e ha poi realizzato un reportage per il canale “1+1”, hanno svelato che il vero ideologo di Femen è Viktor Sviatski. La conferma è arrivata con il documentario L’Ucraina non è un bordello, realizzato dalla regista Kitty Green, e che ha svelato nell’ottobre 2013, al festival di Venezia, il vero ruolo di Sviatski: ben più di un ideologo, ma un pubblicitario a tutto tondo, un genio del marketing. Femen non è altro che l’evoluzione delle mire politiche (fallite in passato, prima con i comunisti, poi con i nazionalisti ucraini) della Hotsul e di Sviatski: falliti i tentativi di entrare in politica, nel 2008 nasce un gruppo che di politico ha ben poco, ma che Sviatski ritiene avere un potenziale immenso. È lui che ha capito che mostrare dei seni nudi di belle ragazze avrebbe reso parecchi soldi. Così, con l’aiuto della Hotsul, ha reclutato giovani, che dovevano essere in primis belle, da indottrinare e rendere delle perfette attiviste Femen.

 

femen parigi ansa

 

Uno strano giro di soldi. Che Femen sia, innanzitutto, un prodotto commerciale di enorme successo lo dimostrano le testimonianze della già citata giornalista Chyzh e della giovane studentessa di Legge francese Iseul Turan, anche lei infiltratasi nel movimento: di soldi ne girano eccome. Come spiega un articolo di Massimiliano Di Pasquale sul Corriere Nazionale, «ogni attivista percepirebbe mille euro al mese, i dipendenti della sede di Kiev, da dove si coordinano le varie iniziative, riceverebbero stipendi pari a 2.500 euro mensili. L’affitto dell’ufficio nella capitale ammonterebbe invece a 2mila euro al mese. Il costo della spedizione parigina (una delle trasferte del movimento), pari a mille euro al giorno per dimostrante, dice di un’organizzazione che può beneficiare di regolari e cospicui finanziamenti». Da chi? Difficile dirlo, ma i nomi che girano principalmente attorno alle Femen sono quelli di Helmut Geier, ricco produttore discografico tedesco, Beate Schober, milionaria, anch’ella tedesca, che opera sul mercato del lusso, e Jed Sunden, uomo d’affari americano che opera molto in Ucraina.

Bufala o movimento femminista? Nonostante la storia delle Femen, seppur breve, abbia diversi punti oscuri, l’opinione pubblica è ancora fortemente divisa tra chi ritiene le Femen un gruppo di coraggiose attiviste ucraine che lottano per la liberazione dell’immagine e del ruolo della donna nel loro Paese e chi, invece, le ritiene un semplice fenomeno senza arte né parte. La sensazione è che sia più vera la seconda definizione rispetto alla prima. Per come operano, per il modo in cui vengono “reclutate” le attiviste, che devono essere in primis belle e solo successivamente dotate di spirito ribelle, per il modo in cui le vere menti del movimento, la Hotsul e Sviatski, operano nell’ombra. Kitty Green, nel suo documentario, parla di violenze psicologiche verso le ragazze reclutate, a cui si promette il successo (come se Femen fosse un’agenzia pubblicitaria qualsiasi). Combattono il maschilismo ma lo stesso Sviatski viene descritto, anche dalla stessa capa-attivista Inna Scevechenko, come un «patriarca» dalla visione machista (del resto l’idea del seno nudo, più maschilista che mai, è proprio sua). Come spiega Ketty Green, «Sviatski è Femen e le ragazze sono vittime di una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale si sentono legate a Sviatski malgrado lui rappresenti la società maschilista che credono di combattere a seno nudo».

 

 

La sensazione, a 6 anni di distanza dalla loro nascita e a due giorni dalla loro ultima comparsata sui media internazionali, è che le Femen siano un movimento commerciale e pubblicitario più che politico. E non è un caso che i loro palcoscenici preferiti siano dove ci sono telecamere e un ampio pubblico, mai dove c’è davvero “la rivoluzione”, come dimostrato a inizio 2014, quando a Kiev e nell’Ucraina dell’Est infuriavano le proteste contro Putin e i filorussi, ma le Femen mancavano. Ha scritto Matteo Zola su East Journal: «[mentre in Ucraina infuriavano le manifestazioni, le Femen] hanno orinato su una foto di Yanukovich a Parigi. Ma erano, appunto, a Parigi, salotto d’Europa, mentre in cantina si faceva (o si giocava) la Rivoluzione. Ma la politica alle Femen non interessa, e le tette sono buone per ogni stagione».

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