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È morta a 83 anni

Anita Ekberg, come un'epifania

Anita Ekberg, come un'epifania
Persone 12 Gennaio 2015 ore 11:02

Anita Ekberg è morta. Ovviamente non è vero, perché una cosa è l'esistenza, altra la vita. L'esistenza ha un inizio e una fine, la vita no. La vita è un istante che dura per sempre. E quella di Anitona nostra coincide con la scena del gatto e dell'immersione nella Fontana di Trevi nel film La dolce vita di Fellini. Poi è apparsa anche in altri film, ma non importa. Era nata in Svezia, ma non c'entra. Lei è quella scena. O l’altra - poco più che uno scherzo - in cui posava in un manifesto enorme per richiamare a un professore tettofobo le virtù del latte: Bevete più latte, il latte fa bene. È morta a Genzano, ma poteva morire ovunque. Resta quell'attimo. Sfortunato chi non può trovare un istante nel quale la sua vita è racchiusa.

Che cos’è dunque quella scena? È, come si capirà meglio da altri film - Amarcord e L’Intervista in particolar modo, e la sequenza Asa NIsi MAsa in - l’epifania, il mostrarsi sulla terra, del sogno felliniano della donna. È come se un’idea platonica, confinata dai filosofi in una sfera inattingibile, avesse improvvisamente preso carne senza perdere nulla nel farsi come noi. «Se dell'eterne idee /L’una sei tu, cui di sensibil forma /Sdegni l'eterno senno esser vestita,…», cantava Leopardi alla sua donna. E Fellini risponde che l’eterno senno, per una volta almeno, non ha disdegnato di vestire di sensibil forma una delle sue eterne idee. Si chiama Silvia, la donna della fontana.

 

http://youtu.be/3o15UTomYsc

 

Lo ha affermato in un film, certamente, perché nella realtà non si dà - pensava Fellini - che l’eterno possa scendere, anche solo per un attimo, fra i mortali. Ne trapela, forse, la presenza talora e in alcuni particolari. Per Fellini, in quelle dai posteriori e dai seni immensi donne di Romagna che Federico bambino e i suoi amici spiavano nel momento in cui si insediavano sulla bicicletta scatenando sogni di morbidezze inattingibili e segrete, o dalle quali si beavano di esser presi nei teli, dopo il bagno. E di notte - la scena di Fontana di Trevi accade di notte - nello splendore dei sogni, quelle donne - tutte quelle donne, tutte quelle madri, quelle balie, quelle attempate amanti vietate povere e sudate - ecco che prendono forma nel loro ideale assoluto e impossibile.

E lo prendono nel trionfo di Roma barocca, come se le rocce della fonte sontuosa si animassero, per un momento, a dar vita alla chioma, trasformandosi nelle pieghe del vestito, plasmandosi in un corpo flessuoso e irresistibile quasi Bernini avesse voluto prestare il marmo opulento della sua Teresa d’Avila e la carne di Dafne al sognatore di Rimini e questi si sentisse chiamato da lei a naufragare nel mare della sua bellezza: «Marcello, come here!». Federico, questa è la tua vocazione.

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La biografia è un genere utile, ma perdente. Le vere biografie sono nascoste nelle opere che le mascherano, negli eventi che le oggettivano in parabole. La biografia - quella scritta - di Anita Ekberg dovrebbe essere racchiusa in una frase tipo: fu chiamata dal destino - o inviata dal cielo - ad incarnare l’idea della donna e della vocazione di un uomo chiamato Federico Fellini. E in lui e con lui, a risvegliare in ogni uomo la certezza che la vocazione esiste (senza, la vita degrada in esistenza), che quando la si riconosce è come se si potesse rientrare nel seno di una madre trionfante d’acqua e di vento che dopo averci fatto nascere e lasciato andare nel mondo ci venisse a cercare chiamandoci - fattasi donna - nel fondo della nostra notte. Noi non sappiamo se l’interprete di quella scena fosse consapevole di tutto ciò. Sappiamo che è morta piuttosto malandata e con problemi economici, per la vergogna di noi tutti. La vocazione, in ogni caso, ci spoglia di tutto il resto. Ci lascia come un tronco levigato, dilavato dall’acqua di un fiume.

Fa niente se ne fosse a conoscenza: il compito è un dato oggettivo e lei il suo compito lo ha avuto, lo ha portato a termine in quei pochi istanti per sempre in cui fu chiamata, lei, a interpretare quella scena. Per confermarci, nella forma e nei modi che a lei furono dati, che i sogni della giovinezza si avverano e che sono sempre più grandi delle nostre attese più grandi. O almeno per ricordare, anche ai tentati di disperazione, che il sogno dei sogni dell’uomo è appunto questo. E che solo questo rimarrà di noi.