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Il mercato nero dell'arte

In morte dell'archeologo Asaad La sua vita per difendere Palmira

In morte dell'archeologo Asaad La sua vita per difendere Palmira
Persone 20 Agosto 2015 ore 16:05

Si potrebbe dire che è il primo martire di Palmira, colui che fino all’ultimo ha tenuto per sé il luogo in cui sono nascosti i tesori della città siriana in balia dei miliziani dell’isis. Oggi Khaled Asaad non c’è più perché gli jihadisti lo hanno decapitato, appeso a un palo della luce con un cartello che lo definiva un apostata e partigiano del regime sciita del presidente Bashar al-Assad. Inizialmente si era diffusa la voce che fosse stato appeso proprio a una delle colonne romane di Palmira, in realtà i i suoi assassini hanno preferito un più banale palo della luce. Le macabre immagini del corpo sono state fatte circolare su Twitter nei principali account dei miliziani. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si è trattato di un’esecuzione pubblica in piena regola, alla quale hanno assistito decine di persone.

 

 

Direttore per mezzo secolo. Khaled Asaad, 82 anni, per quasi mezzo secolo è stato il custode e il direttore del sito archeologico di Palmira, dei suoi tesori, della sua storia millenaria. Era uno studioso di fama internazionale, e lavorava per il governo regolare di Damasco. Perché lui, tra quelle pietre, ha ricostruito anni e anni di civiltà grazie al suo lavoro di archeologo. Dopo la pensione, nel 2003, aveva deciso che i resti di Palmira erano parte della sua vita e per questo aveva continuato a lavorare come esperto per il Dipartimento dei musei e delle antichità siriane, collaborando con missioni archeologiche statunitensi, francesi, tedesche e svizzere.

 

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Una vita per Palmira. Conosceva ogni particolare di capitelli, colonne, marmi, pavimenti, statue della città. Khaled Asaad era stato uno dei pionieri più importanti nel campo dell’archeologia siriana nel ventesimo secolo, oltre che un uomo che ha dedicato la sua vita a promuovere e proteggere la sua città natale di Palmira, dove era nato nel 1934. La amava a tal punto da chiamare una delle sue cinque figlie Zenobia, proprio come la regina che qui regnò nel III secolo d.C. Per questo motivo aveva deciso di rimanere vicino alle sue rovine, anche dopo che l’isis era arrivato qui nel maggio scorso. Da un mese i miliziani lo avevano fatto prigioniero perché volevano sapere da lui dove erano nascosti i grandi tesori del sito, quelli più preziosi: erano stati messi al sicuro prima che l’avanzata del Califfo mettesse le mani sulla “sposa del deserto”. Asaad in persona aveva aiutato a mettere al sicuro i cimeli, e questo potrebbe aver contribuito al suo arresto prima e alla sua uccisione poi. Perché lui agli jihadisti non ha mai detto una parola su dove li aveva nascosti.

 

 

Un tesoro, e un nemico. «Asaad era un tesoro per la Siria e per il mondo», sono state le parole dell’uomo che ha sposato sua figlia e che lavora al dipartimento della antichità siriane. Un nemico per l’isis. Perché mettere le mani sui tesori di Palmira avrebbe offerto la possibilità ai miliziani di distruggerli oppure, più probabilmente, rivenderli al mercato nero per finanziare la loro guerra.

La questione della distruzione delle opere d’arte. Gli jihadisti considerano sì statue e monumenti funerari come oggetti di idolatria, per cui cose da distruggere. Eppure, le cronache ci hanno raccontato che i tesori provenienti dal saccheggio sistematico e incontrollato dei siti archeologici e dei musei che gli integralisti islamici stanno attuando in molti Paesi (Siria, Iraq, Libia, Egitto, Libano...) vengono venduti online dagli stessi miliziani a chiunque glieli chieda. Basta un account Facebook, o uno di Skype. Un chiaro esempio di contrabbando, più che iconoclastia, per finanziare il terrore. Un mercato nero della civiltà e dell’arte mantenuto in vita dal fatto che gli eserciti e i servizi di sicurezza non rispondono a una normativa internazionale sulla sorveglianza delle antichità, nessun satellite o drone è impegnato per seguire questo traffico, ogni Paese ha legislazione a sé, e in queste faglie il contrabbando regna.

Lutto e bandiere a mezz'asta. «Era un’istituzione. Non puoi scrivere della storia di Palmira senza menzionare Khaled Asaad», ha voluto ricordare così Amr al-Azm, ex dirigente del Dipartimento dei musei e della antichità siriane, attualmente docente in una università americana. «Sarebbe come parlare di Egittologia senza citare Howard Carter». Asaad qui aveva lavorato per 40 anni, dedicandosi al sito pure dopo la pensione. Nel 2003 aveva anche partecipato ad un’equipe comune tra siriani e polacchi, che aveva portato alla scoperta di un mosaico del terzo secolo che ritraeva una battaglia tra creature umane e mitologiche, della grandezza di 70 metri quadrati. Nel 2001 aveva lui stesso annunciato di aver scoperto ben 700 monete d’argento, riconducibili al settimo secolo, raffiguranti i re Khosru I e II, membri della dinastia Sassanide. «Qui è dove ha dedicato la sua vita, rivelando la preziosa storia di Palmira, e interpretandola così che anche noi abbiamo potuto imparare che questa grande città era un punto di incrocio del mondo antico», ha detto il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, «addolorata e offesa» per la morte dell’archeologo. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, invocando «una soluzione politica, fondata sui principi del comunicato di Ginevra, che permetterà di mettere fine al conflitto in Siria» ha detto che i responsabili di tutti questi atti dovranno renderne conto davanti alla giustizia. Mentre il ministro italiano dei Beni culturali Dario Franceschini ha chiesto un maggiore impegno della comunità internazionale affinché vengano difesi la cultura e i suoi uomini nelle aree di crisi, chiedendo poi che i musei italiani onorino Asaad con bandiere a mezz’asta.

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