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Calciopoli, prescrizione non vuol dire assoluzione

Persone 24 Marzo 2015 ore 11:47

Era già tutto (pre)scritto. La sentenza della Corte di Cassazione su Calciopoli emessa dopo otto ore di dibattito e sei ore di camera di consiglio, è un’altra sconfitta della Giustizia di questo meraviglioso Paese dove ci sono voluti nove anni per non riuscire a stabilire la verità sul più grande scandalo sportivo del dopoguerra. E questo, sia chiaro, non certo per colpa né dei giudici né degli investigatori che a questa colossale inchiesta hanno lavorato. Semplicemente, perché non sono bastati nemmeno i tempi supplementari. Anche uno studente al primo anno di giurisprudenza sa che la prescrizione determina l'estinzione di un reato dopo un determinato periodo di tempo. La prescrizione affonda le sue radici nel diritto dell'imputato ad un giusto processo in tempi ragionevoli (superati i quali, il reato si estingue), dal tempo che passa e rende più difficile (ad esempio per l'inquinamento delle prove, la scomparsa o minore memoria e attendibilità dei testimoni) sia l'azione penale sia l'esercizio del diritto di difesa, quanto più il processo venga celebrato anni dopo i fatti oggetto di reato.

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di secondo grado di 2 anni e 4 mesi a carico dell'ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi. «Il reato è oggi prescritto», questa la motivazione dei giudici che hanno così accolto le richieste del procuratore generale della Cassazione, Gabriele Mazzotta. Prescrizione anche per l'ex amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo (condannato in appello a 1 anno e 8 mesi) e per Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente della Figc. Annullata senza rinvio anche la condanna per l'ex arbitro Pierluigi Pairetto. Assolti gli arbitri Paolo Bertini e Antonio Dattilo, gli unici insieme con l’altro ex arbitro De Santis, ad avere rinunciato alla prescrizione, ma per De Santis è stata confermata la condanna a 10 mesi con sospensione della pena). La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi di Claudio Lotito, Andrea e Diego Della Valle (per loro il reato si era già prescritto in appello) e dell’ex arbitro Salvatore Racalbuto. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Napoli contro le assoluzioni degli arbitri Paolo Dondarini, Gianluca Rocchi, Tiziano Pieri e dell'ex presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, Tullio Lanese.

Moggi, che si è sempre proclamato innocente, stanotte aveva commentato: «È stato uno scherzo lungo 9 anni». Stamane, a Mattino Cinque ha aggiunto: «È stato portato avanti un processo in modo abnorme. Abbiamo scherzato per nove anni, questa è una cosa spiacevole e tutto si è risolto in nulla. In nove anni si è stabilito che il campionato è stato regolare, i sorteggi regolari e che le comunicazioni non ci sono state. In nove anni hanno trovato un solo arbitro, in dodici noi ci siamo mantenuti da soli senza una lira: mi dovete dire quali interessi personali c'erano. Non c'erano soldi, resta solo De Santis che non ha fatto nulla, una pistola senza munizioni, l'evidenza di qualcosa che non esisteva, hanno sbagliato. Come faceva a esistere un sistema se sono stati tutti prosciolti gli arbitri: dopo nove anni hanno trovato tutto regolare e sono andati su interessi personali che non hanno dimostrato nulla. Ci barcamenavamo vendendo un giocatore e comprandone un altro come Zidane per Nedved, dovevamo fare una cessione a prezzi alti per poi comprarne un altro. Ora non so cosa succederà, questo non lo so. Il problema è che certi dirigenti sono stati fatti fuori, come Giraudo, che al calcio italiano servivano. Leggerò le motivazioni, poi vedremo».

Moggi ha il sacrosanto diritto di ribadire le sue opinioni e, peraltro, non gli si può certo rimproverare di essere incoerente: sono nove anni che dichiara la sua estraneità ai fatti. Anche per questo si acuisce il rammarico per la prescrizione che, pure in ambito di giustizia sportiva, ha fatto più danni della grandine, impedendo di acclarare tutti i fatti. Tutti. Perché a milioni di tifosi juventini, per esempio, nessuno toglierà mai dalla testa che luce completa su Calciopoli non sia stata fatta; che quello scudetto revocato alla Juve, mai e poi mai dovesse essere assegnato all’Inter.

In attesa di leggere le motivazioni - e ci vorranno mesi per averle - rimangono le parole del procuratore generale Gabriele Mazzotta che, nella sua requisitoria, ha ribadito «l’esistenza di una associazione a delinquere finalizzata a condizionare i risultati delle partite, le designazioni arbitrali, le carriere dei direttori di gara, e l’elezione dei vertici della Lega calcio». Mazzotta ha parlato di «struttura associativa nella quale tutti si ritrovavano ad attentare ai risultati delle singole partite, ma anche a dare appoggio a Carraro, candidato al vertice della Figc o a pilotare dossier contro i Della Valle colpevoli di volere un altro presidente alla guida della Lega. E si interferiva anche nella progressione delle carriere degli arbitri. I sodali del sistema Moggi erano dotati di un apparato organizzativo con schede telefoniche svizzere riservate, difficilmente aggredibili da intercettazioni legali o illegali, come quelle dell’Inter. La condivisione di schede riservate estere è sintomatica dell’indice associativo, i contatti avvenivano sempre in prossimità del sorteggio delle griglie arbitrali, non può considerarsi come un elemento di portata neutra la partecipazione di Moggi, dirigente della Juventus, alle designazioni dei direttori di gara, ma un fatto anomalo, dell’intromissione fraudolenta di un soggetto non autorizzato e non, come sostiene la difesa di Moggi, di un accorgimento per assicurarsi un risultato corretto».  Dopo nove anni, il tackle scivolato della prescrizione ha impedito alla verità di andare in gol. E la sconfitta di chi la verità, da nove anni, sta cercando, è diventata ancora più pesante.

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