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Storia, numeri e collocazione

Com'era fatto davvero il Muro

Com'era fatto davvero il Muro
Persone 08 Novembre 2014 ore 20:54

berlin_mauer

 

Molti non lo sanno, ma la città di Berlino – Est e Ovest – era un’isola dentro la Germania dell’Est, o di Pankow come si diceva, dal nome del sobborgo in cui aveva sede il governo dei filosovietici. Dall’Europa occidentale ci si arrivava solo – o quasi – con l'aereo. Agli occidentali era costato molto aprirsi questo corridoio, e quando si usciva dall’aeroporto di Berlin-Tegel si incontrava subito il monumento alle vittime del ponte aereo che lo aveva reso possibile. Arrivati in città si capiva come funzionavano le cose: mezza Berlino era dei Russi, l’altra metà era stata divisa in tre spicchi – tre settori – dalle altre potenze vincitrici: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Tra questi ultimi si circolava liberamente. Per passare nell’altro bisognava sottoporsi a qualche controllo in più: i Russi non riescono a fare a meno della burocrazia. È come il formaggio sui maccheroni, per loro.

Le cose andarono così per anni, fino alla notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, quando la Polizia e il Genio Militare della Germania est cominciarono a srotolare chilometri di filo spinato attorno al territorio dei tre settori. Una parte di questa recinzione divideva in due la città; l’altra – più lunga ne cingeva a semicerchio la parte Ovest. Era l’inizio del muro, che comprendeva anche la chiusura delle stazioni della metropolitana. Gli elementi prefabbricati di cemento e pietra – lastroni simili alla pavimentazione delle autostrade tedesche del tempo – fecero la loro comparsa solo il giorno di Ferragosto. Quando il recinto fu completato nessuno poté più entrare o uscire dall’isola, nonostante Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e Segretario del Partito Socialista Unitario della Germania (che a proprio sfavore aveva anche un aspetto che richiamava le fattezze di qualche gerarca nazista) si ostinasse a ripetere la celebre frase: «Nessuno ha intenzione di costruire un muro». L’opera fu infatti denominata "muro di protezione antifascista", come se l’essere antifascista potesse annullare il fatto di essere un muro. Che, in realtà non era stato pensato per difendere la Berlino russa dagli attacchi degli Americani, ma per impedire ai berlinesi dell’Est di fuggire. La DDR soffriva di un esodo di massa dei suoi uomini migliori, compresi i gradi intermedi dell’esercito.

Con la costruzione del muro le emigrazioni passarono da 2,5 milioni tra il 1949 e il 1962 a cinquemila negli anni successivi, fino alla caduta. Una volta costruito il muro di cinta cominciarono le uccisioni: i Vopos (da Volks Polizei, la Polizia del Popolo), le guardie che lo sorvegliavano, potevano infatti sparare a vista sui fuggiaschi.

Nella sua prima versione il nastro di cemento era lungo oltre 155 kilometri, un po’ meno del tratto autostradale Bergamo-Vicenza. All’interno di esso ne venne poi costruito un secondo, così da generare uno spazio brullo chiamato "striscia della morte", attraversare il quale allo scoperto si dimostrò impossibile.

Tre anni dopo i trecento chilometri precedenti furono progressivamente smantellati per dar luogo a un anello composto da lastre di calcestruzzo con una rete metallica all’interno che venivano saldate tra loro mediante montanti di acciaio ed erano coperte da in tubo – sempre in cemento – che, aggettando, rendeva impossibile la scalata del manufatto. L’ultimo muro,  il "muro di quarta generazione", iniziato nel 1975, è quello che sarebbe poi stato abbattuto e parti del quale sono ancora visibili. In cemento armato rinforzato, alto 3,6 metri e composto di 45 mila sezioni separate, di 1,5 metri di larghezza, più semplici da assemblare rispetto al muro di terza generazione, per un costo di 16.155.000 marchi /Est. Allora, da quelle parti, un panino costava poco più di un marco. La "striscia della morte" prevedeva, oltre alle recinzioni già approntate, 105,5 km di fossato anticarro, 302 torri di guardia con Vopos armati, 20 bunker e 177 chilometri di strada totalmente illuminata per il pattugliamento.

Inizialmente, c'era solo un punto di attraversamento per gli stranieri e i turisti, il celeberrimo Check Point Charlie sulla Friedrichstrasse di milioni di film di spionaggio. Dopo l’unificazione la baracca – che in un primo tempo doveva essere rimossa del tutto - è stata spostata di poco per ragioni di piano regolatore. Per i residenti erano disponibili in origine 13 punti di attraversamento (ovviamente a senso unico W-E): 9 tra le due parti della città e 4 tra Berlino Ovest e la DDR; in seguito quello della porta di Brandeburgo fu chiuso ed ecco perché nelle foto del tempo la si vede sempre al di là del filo spinato. Il nome Charlie del checkpoint deriva dal nome della lettera C nell’alfabeto fonetico della NATO. Era il terzo dei tre in centro città.
Forse val la pena aggiungere che i varchi non furono quasi mai utilizzati, perché per un Berlinese dell'Est ricevere una visita d'oltre muro significava essere sospettato di connivenza col nemico e nessun occidentale avrebbe mai voluto esporre un amico o un parente ad anni di interrogatori, detenzione e quant'altro

Furono circa 5.000 i tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Quelli interrotti dalle guardie sono in un range compreso fra 190 e 240. Fra le regole d’ingaggio dei cecchini c’era quella che diceva: «Se dovete sparare, fate in modo che la persona in questione non vada via ma rimanga con noi». All'inizio si trattava di fughe-fai-da-te, documentate anche da foto e filmati: gente che si lanciava dalle finestre delle case sul confine, o che passava in auto cabriolet sotto le sbarre dei checkpoint. Poi si passò ai tunnel sotterranei, agli ultraleggeri in grado di volare oltre la portata delle armi dei cecchini. Ogni vittima veniva ricordata con una croce sul muro, con una foto, con dei fiori. C'è n’erano di tutte le età.

Una delle esecuzioni più atroci fu quella del diciottenne Peter Fechter che, ferito nella “zona” fu lasciato morire dissanguato sotto gli occhi dei cine e teleoperatori occidentali. Era il 17 agosto del 1962 e da noi eravamo tutti in vacanza.

Il tentativo più singolare fu quello di un tale che si costruì in casa un pallone aerostatico col quale raggiunse la libertà, ma solo per pochi minuti perché un inconveniente mai definito lo fece precipitare al suolo. Quando lo trovarono aveva tutte le ossa intatte e la mongolfiera non presentava fori da proiettile.