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Morì l'11 novembre 2004

Dieci anni senza Arafat

Dieci anni senza Arafat
Persone 10 Novembre 2014 ore 12:00

Quando si parla di Yasser Arafat c’è sempre qualcosa che sfugge. Arafat è una leggenda. Lo era da vivo, e lo è da morto. Oggi, 11 novembre, sono 10 anni che la Palestina è senza di lui. In questi 10 anni è finita la seconda intifada, ci sono state 4 guerre (tre a Gaza e una in Libano), la salita di Hamas al potere a Gaza dopo la vittoria delle elezioni, periodi di calma, fino alla situazione esplosiva di questi giorni che pone la madre di tutte le guerre di nuovo al centro dell’attenzione internazionale. Se la figura di Arafat è molto complessa, la sua eredità lo è ancor di più. Non c’è palestinese in terra Santa che non gli riconosca rispetto. Di lui il poeta Mahmoud Darwish, cantore della libertà, scrisse: «Lo critichiamo ma gli accordiamo la nostra fiducia. È il nostro capo, il simbolo della nostra storia: abita i nostri sogni e i nostri cuori».

La sua vita avventurosa. Muhammad Abd al-Rahman Abd al-Ra’uf al-Qudwa al-Husayni, noto anche con lo pseudonimo di Abu Ammar, dall’usanza araba di anteporre al nome del figlio maschio primogenito il suffisso abu, che significa padre, è il nome completo di Arafat. La sua storia personale è la storia della Palestina, almeno quella degli ultimi 8 decenni. Nasce il 4 agosto 1929 e il suo luogo di nascita è un mistero. Lui stesso diceva di essere nato a Gerusalemme, ma i certificati di nascita dicono sia nato al Cairo 20 giorni dopo. Trascorre l’adolescenza a Gaza, allora in territorio egiziano, dove la sua famiglia si rifugiò dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948. Laureatosi in ingegneria al Cairo dove dirige l’Unione degli Studenti Palestinesi, combatte nelle brigate palestinesi inquadrate dall’esercito egiziano nella guerra del 1956, anno in cui fonda il partito al-Fatah, che in arabo significa “fino alla vittoria” e comincia a svolgere attività politica clandestina.

Al-Fatah, che fin dalle origini aveva una rigida struttura militare, divenne l’anima dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Obiettivo era rappresentare tutti i palestinesi, quelli della diaspora e quelli rimasti sotto il controllo israeliano, oltre alla creazione di uno Stato in cui trovassero posto musulmani, cristiani ed ebrei purchè risiedessero in Palestina prima dell’avvento dei sionisti. Arafat ne assunse la leadership il 3 febbraio 1969, e mantenne la carica tutta la vita, nonostante nel corso degli anni, le sue scelte siano state spesso contestate, anche vivacemente, da una parte dei suoi seguaci. Dai dirottamenti aerei di Settembre Nero agli attentati kamikaze della seconda intifada, la figura di Arafat è stata al centro del dibattito politico palestinese. Nell’ottobre del 1974 il Vertice dei Capi di Stato Arabi, riunito a Rabat, in Marocco, riconosce l’OLP come “l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese” e di quel popolo Arafat diventa il simbolo vivente. In quello stesso anno, in uno storico discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, Arafat si fa portavoce del desiderio di pace del popolo palestinese, ammettendo l’esistenza di Israele e una possibile pacifica convivenza.

Dopo la cacciata da Amman nel settembre 1970 i palestinesi riparano a Beirut. La guerra civile libanese trascinò i palestinesi e uno dei campi profughi in cui vivevano, Sabra e Chatila, nel 1982 fu teatro di uno dei più gravi massacri che la storia ricordi. Da lì l’esilio di Arafat a Tunisi e nel 1989 la proclamazione a presidente di uno Stato che non c’è. Si allea con Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo, un errore che attirò su di lui i sospetti di collusioni con il terrorismo mediorientale. Un paio di anni prima nei Territori della Cisgiordania scoppiò la prima intifada, a causa di una grave crisi politica interna, dove Arafat comandava un esercito di burocrati sparsi per i paesi arabi e il contatto col territorio era praticamente inesistente. Tornò a Gaza il 1 luglio 1994. Nel 2000 il fallimento del vertice di Camp David portò alla seconda intifada e nel 2002 venne dato inizio alla costruzione del Muro di Separazione tra Israele e Palestina, dichiarato illegale dalla Corte Internazionale dell’Aja.

Linea politica moderata e il Nobel per la Pace. In realtà quella di Arafat negli ultimi anni fu una linea politica moderata, che gli costò l’ostilità dei gruppi più oltranzisti. Lo chiamavano Mr. Palestine, e riuscì a traghettare l’Olp dal terrorismo al dialogo con Israele. Storica la stretta di mano sul prato della Casa Bianca il 13 settembre 1993 con Shimon Peres, a suggellare quanto stabilito negli Accordi di Oslo. Un’attività politica che gli valse il premio Nobel per la Pace nel 1994, insieme a Yitzhak Rabin e Shimon Peres. Dei tre nessuno è più sulla scena mediorientale: l’ultimo, Shimon Peres, ha dato il suo addio alla politica lo scorso luglio.

Le sette vite di Arafat e il mistero sulla morte. Si dice che Arafat avesse sette vite. Scampò infatti a numerosi attentati contro la sua persona. Non è un mistero che il suo acerrimo nemico Ariel Sharon abbia fatto di tutto per eliminarlo. Ne è una testimonianza il lungo assedio di due anni e mezzo al suo quartier generale, quasi privo di cibo e senza energia elettrica, impossibilitato a vedere la luce del sole. Lo andava a trovare, ogni tanto, un frate francescano. Sebbene Arafat fosse musulmano, aveva un grande rispetto dei cristiani. Si deve a lui legge secondo la quale a Betlemme il sindaco deve essere un cristiano. Anche sua moglie, Suha, che sposò in tarda età nel 1990 è cristiana ortodossa. Un matrimonio che la sua gente non ha mai accettato del tutto. A far desistere Sharon dall’ucciderlo con uno dei potenti mezzi dell’esercito israeliano fu il veto di Shimon Peres, che era solito ripetere: “L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un altro Cristo!”.

Anche la sua morte, così come la sua vita, è ammantata di mistero e leggenda. Non esiste palestinese che creda alla morte naturale di Arafat. Tutti propendono per l’avvelenamento. Su come sia stato avvelenato le versioni sono molte. Ce n’è una più accreditata di altre, che si sente dai palestinesi se ci si ferma a chiacchierare con loro tra i vicoli della città vecchia di Gerusalemme o di Betlemme. Il Rais era un galantuomo e per questo era solito riverire le donne che gli venivano presentate con il baciamano: si pensa che all’interno della Muqata si sia intrufolata una donna che aveva qualche tipo di veleno sulle mani. Alcuni suoi detrattori dicono che il Rais avesse l’aids, il referto medico ufficiale del 2004 non meglio precisati problemi al sangue, forse una leucemia. La morte di Arafat è stata oggetto di un’indagine post mortem avviata sulla salma nel 2012, dopo che un’inchiesta della tv al Jazeera rivelò la presenza di polonio radioattivo tra alcuni suoi effetti personali.

Oggi il corpo di Arafat riposa alla Muqata, a Ramallah, capitale amministrativa della Cisgiordania. Alla Muqata Arafat visse sotto assedio per due anni e mezzo. Il 29 ottobre 2004 gli elicotteri giordani ruppero l’assedio e su uno di quei mezzi salì Arafat per andare all’ospedale di Percy, a Parigi, dove morì l’11 novembre. Fuori dalla sua tomba c’è una targa che reca una scritta: “Jerusalem 14,63 km”. E un murales sul Muro al check point di Qalandia, che separa Ramallah da Gerusalemme, raffigura un Abu Ammar giovane che guarda alla sua destra, in direzione della città santa.

È notizia recente il desiderio del leader palestinese Abu Mazen, successore di Arafat, di trasferire la tomba da Ramallah a Gerusalemme. L’annuncio è arrivato mentre a Ramallah è stato inaugurato il museo dedicato al Rais. Uno dei due grandi sogni di Arafat si potrebbe finalmente avverare. Rimarrebbe solo l’altro: la creazione di uno Stato palestinese.