37 anni dopo via Caetani

Le parole del confessore di Moro alla commissione d'inchiesta

Le parole del confessore di Moro alla commissione d'inchiesta
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Don Antonio Mennini oggi è nunzio apostolico nel Regno Unito per conto della Santa Sede. In precedenza aveva svolto lo stesso servizio in Bulgaria, Russia, e Uzbekistan, e prima ancora era stato parroco in una parrocchia romana. Ma don Antonio Mennini, soprattutto, è stato il confessore personale di Aldo Moro, nonché colui che avrebbe avuto modo di rimanere in contatto con lo statista democristiano durante i 55 giorni di prigionia, quelli che precedettero, il 9 maggio 1978, il suo assassinio. L’uccisione di Moro è una delle più drammatiche e oscure pagine della storia repubblicana italiana e in queste ore, per la prima volta, il sacerdote, ora arcivescovo, ha testimoniato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta che cerca di far luce sul caso.

«Mai stato nel covo delle Br con Moro». La prima cosa che ha tenuto a sottolineare don Antonio è che lui nel covo delle Br insieme ad Aldo Moro non c’è mai stato. Il suo ruolo - stando a quanto ha dichiarato - sarebbe stato quello di tramite per la consegna delle lettere che lo statista indirizzava ai famigliari. Monsignor Mennini è stato fermo, durante l’audizione: «Se avessi avuto un’opportunità del genere credete che sarei stato così imbelle, che sarei andato lì dove tenevano prigioniero Moro senza tentare di fare niente? Sicuramente mi sarei offerto di prendere il suo posto, anche se non contavo nulla, avrei tentato di intavolare un discorso, come minimo di ricordare il tragitto fatto».

 

don mennini

 

Era intercettato? Il sacerdote ha inoltre affermato di essersi accorto, attraverso uno strano suono di ritorno nella cornetta del suo telefono personale, che le sue chiamate venivano intercettate dal governo. E a tal proposito ha dichiarato che se davvero si riteneva che lui avesse la possibilità di incontrare direttamente Moro, «perché non farne parola con i miei superiori o con lo stesso Santo Padre? Cossiga l'ho incontrato varie volte e non ha mai sollevato questa cosa. Capisco che poteva non sollevarla con me, ma se era così grave non poteva esimersi dal parlarne con Sodano o con il Santo Padre».

Quel tentativo di Paolo VI. Don Mennini si è inoltre soffermato sulla posizione tenuta dal Vaticano durante quei drammatici giorni, in particolare sul tentativo dell’allora pontefice Paolo VI di convincere il governo a proporre un riscatto. Don Antonio riporta alla memoria il clima di assoluto diniego rispetto a qualsiasi tipo di trattativa con le Br, e del relativo rammarico del Papa. Fu lo stesso Paolo VI a dare il via a un tentativo di reperimento di 10 miliardi di lire da utilizzare per convincere i terroristi a rilasciare Moro. Ma l’opposizione a qualsiasi tipo di scesa a patti con i terroristi fu totale, in particolare da parte del primo ministro dell’epoca, Giulio Andreotti. E così, gli sforzi del Pontefice furono vani, con profondo dispiacere anche dello stesso Mennini: «Se le cose funzionano così, Moro può salvarlo solo la Madonna o la Provvidenza», pensava.

 

 

Mennini fu l’unico “postino”? A margine dell’udienza, il Presidente della Commissione Giuseppe Fioroni si è definito non del tutto soddisfatto delle dichiarazioni di don Antonio, ritenendole ancora incomplete e lacunose. Ma di una cosa Fioroni può gioire: è emerso chiaramente anzitutto come il sacerdote fosse definitivamente un canale di ritorno per quanto riguarda le missive che Moro consegnava affinché pervenissero alla famiglia, e inoltre che, con ogni probabilità, non fosse l’unico. Don Mennini, ripercorrendo cronologicamente la vicenda, parla di un periodo in cui non fu più lui l’incaricato di ricevere e consegnare le lettere, ma che il compito venne affidato a qualcun altro, un qualcuno di cui, improvvisamente il 5 maggio 1978, si persero le tracce, così da costringere don Antonio a tornare a rivestire il ruolo di “postino”. Ma chi era quell’altro canale? E che fine ha fatto? Mennini ha detto di non saperne nulla, e per il momento non si possono nemmeno avanzare supposizioni.

Nuovi scenari. Sul fatto che don Antonio, dunque, svolgesse l’incarico di tramite per conto di Moro, non ci sono più dubbi, ma restano alcune perplessità legate ad eventuali ruoli ulteriori, che possano averlo portato ad incontrare effettivamente Moro di persona. La storia giudiziaria del caso Moro, d’altra parte, apre ulteriori scenari per quanto riguarda la figura di don Antonio Mennini.

La storia di don Antonio Mennini. Mennini, 67 anni, è fratello del procuratore di Chieti, Pietro Mennini, di Alessandro, ex dirigente del Banco Ambrosiano, e figlio di Luigi Mennini, storico direttore dello Ior, la banca vaticana. Fu prelato in diverse parrocchie di Roma, ed ebbe modo di entrare in stretto rapporto con Aldo Moro, diventandone confessore personale. Poi arrivò quel 16 marzo 1978, in cui Moro venne rapito dalla Brigate Rosse e successivamente trovato morto in un’auto parcheggiata in via Caetani, il 9 maggio. In quei giorni di prigionia, naturalmente, era pressoché impossibile avere un contatto diretto con Moro, eccezion fatta, a quanto pare, per don Mennini. Ma ai responsabili delle indagini questo contatto rimase sconosciuto, tanto che, successivamente, l’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga ebbe modo di dire: «Don Antonio Mennini raggiunse Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse e noi non lo scoprimmo. Ci scappò don Mennini».

Nel '81 divenne diplomatico. Fin da subito, non appena prese avvio l’inchiesta, il prete fu invitato dagli inquirenti a riferire tutto quanto fosse a sua conoscenza, in qualità appunto di intimo amico dello statista Dc: venne convocato di fronte alla Commissione parlamentare per quattro volte fra il 1978 e il 1980. Ma nel 1981 don Antonio venne investito dalla Santa Sede del ruolo di diplomatico, cosa che lo ricoprì dell’immunità propria della figura, e che quindi non gli permise più di essere ascoltato dagli inquirenti. Si perse così quella avrebbe potuto essere una testimonianza fondamentale.

Il covo di via Monte Nevoso. Una svolta nella vicenda fu determinata, nell'ottobre 1990, dal ritrovamento di decine di lettere di Moro nel covo brigatista di via Monte Nevoso, nascoste dietro una parete di cartongesso. Da questo memoriale emersero corrispondenze tra Moro e il giovane sacerdote, che testimoniavano un coinvolgimento enormemente superiore a quello ipotizzato. La Commissione tentò allora, a più riprese, di convocare don Mennini per una nuova testimonianza, ma quest’ultimo si è sempre rifiutato, per l’immunità diplomatica di cui poteva godere e per il fatto di non aver nulla da aggiungere rispetto a quanto già dichiarato.

 

 

Nessun brigatista ha mai confermato. Nel frattempo, nessuno dei brigatisti coinvolti nel sequestro e nelle trattative che vi furono in quei giorni ha mai confermato la presenza di Mennini accanto a Moro. In particolare, Mario Moretti ha categoricamente negato questa eventualità: «Figurarsi se facevamo venire una persona qualsiasi nella base. Ma neanche un prete. Si è detto che aveva parlato con un sacerdote, perché fa cinema. Non è mai successo». Ma le nuove corrispondenze reperite nel 1990 dicevano tutt’altro, o meglio, non confermavano la presenza di Mennini nel covo, ma certificavano un contatto del prelato con Moro.

Le missive tra i due. In una lettera indirizzata a don Antonio, non recapitata ma scritta intorno al 24 aprile, Moro, oltre a scusarsi del fatto di approfittare «così spesso di te», gli chiede di raccogliere «notizie sulla salute di casa», e di tenersi «pronto a rispondere, quando mi sarà possibile di domandartelo». In una successiva missiva a don Antonello, non recapitata ma scritta dopo il 25 aprile, Moro ritiene possibile addirittura «chiamare» il sacerdote e «consegnargli il pacchetto» in cui ha riunito le lettere ai familiari, affinché le tenga intanto per sé, e le consegni poi alla moglie a tempo debito.

La decisione di Bergoglio. È interessante sottolineare come se l’immunità diplomatica di don Antonio Mennini è venuta meno e si è quindi presentata la possibilità di un interrogatorio di fronte alla Commissione parlamentare, il merito è di Papa Francesco, il quale si è impegnato in prima persona nel convincere il sacerdote a presentarsi agli inquirenti e offrire ulteriori testimonianze.

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