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E ora, Gori, chiamiamo lo stadio "Achille e Cesare Bortolotti"

Persone 01 Luglio 2015 ore 09:00

La spettacolare metamorfosi dello stadio Achille e Cesare Bortolotti di Bergamo impone alcune considerazioni che riguardano quelli che in questa meravigliosa città parlano e fanno e quelli che parlano e basta. Alla prima categoria appartengono Antonio Percassi e l’Atalanta; alla seconda, troppi politici che infestano la Casta orobica. Sono quelli che della questione stadio se ne sono sempre fregati, salvo presentarsi in tribuna d’onore oppure sputare veleno sui colori nerazzurri quando sul Sentierone si tiene la settimana atalantina e sulle Mura vengono esposte le maglie dei più grandi giocatori della Dea.

Il “nuovo” impianto della squadra simbolo di una città e di una provincia terribilmente orgogliose di quel 1907 che non ha bisogno di didascalie (a Bergamo non si dice: vado allo stadio; si dice: vado all’Atalanta), sarà una “figata incredibile”, come l'ha descritta Percassi. Questa profonda, per quanto non ancora totale trasformazione, consente alla società e alla sua gente di fare un salto nel futuro. E se, davvero, un giorno l’impianto diventerà di proprietà del club, il cerchio sarà stato finalmente chiuso.

Percassi è ritornato alla guida dell’Atalanta nel 2010, l’ha riportata subito in A, in A ce l’ha tenuta per il quarto campionato consecutivo e si prepara al quinto, sapendo bene come lo stadio di proprietà sia la condizione indispensabile per costruire un futuro sempre più all’altezza delle sue ambizioni e delle aspettative dei tifosi. Per questo, fa piacere ascoltare il sindaco Giorgio Gori dirsi «molto soddisfatto del clima di collaborazione che c’è con l’Atalanta. Le scelte fatte vanno nella direzione della fiducia verso i tifosi. L’Atalanta ha un presidente molto appassionato di calcio, molto appassionato della città di Bergamo, ma che è soprattutto un imprenditore. Quindi ha l’indole del fare ed è abituato a portare avanti progetti concreti. In passato ci sono stati passaggi a vuoto, oggi la collaborazione tra il Comune e l’Atalanta è decisamente buona».  

Certo, definire «passaggi a vuoto» il lassismo, l’incuria e la trascuratezza con le quali, per mezzo secolo, troppi politici se ne sono infischiati della bomba a orologeria piazzata dentro la città, costituisce un ardimentoso esercizio dialettico. Ma non si può avere tutto. Così come non si può dimenticare il silenzio assordante del Palazzo bergamasco durante i mesi dell’allucinante bando trasferta inflitto agli atalantini o dell’apartheid degli ultrà che non potevano entrare in Curva Nord o della chiusura del Baretto dello stadio per quattro turni interni dell’Atalanta, decisa ricorrendo a una norma in vigore durante il regime fascista.

Queste cose non bisogna dimenticarle mai, poiché, nessun ingiustizia deve essere mai dimenticata. E, visto «il clima di collaborazione con l’Atalanta», già che c’è, Gori faccia qualcosa di nerazzurro. Secondo tutti i crismi di legge, seguendo tutte le procedure burocratiche e bla bla bla, proponga al consiglio comunale di chiamare ufficialmente Achille e Cesare Bortolotti lo stadio di Bergamo che per i tifosi non può avere altri nomi. Coraggio, sindaco. Se passa da Viale Giulio Cesare, dia un’occhiata alla targa affissa dagli atalantini. La risposta migliore alla vergogna del settembre 2007, quando il consiglio comunale bocciò la proposta di intitolare l’impianto ai due indimenticabili signori di Sarnico. Sono passati quasi otto anni. Abbiamo aspettato abbastanza.

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