di Paolo Aresi
Fabrizio Castelli era uno scienziato bergamasco, che lavorava a progetti sulla luce e sull’antimateria, che aveva guidato di recente un esperimento sul positronio, atomo composto da un elettrone e dalla sua antiparticella, il positrone; atomo che sopravvive appena 142 miliardesimi di secondo.
Castelli era riuscito, mediante la luce laser, a prolungare la vita di questo atomo instabile e ad aprire la possibilità di utilizzarne l’energia in vista di cure miratissime sui tumori. Era un lavoro che andava avanti da anni e in cui Fabrizio era impegnato con anima e corpo, come faceva sempre con i suoi lavori. Ma il destino aveva deciso che la sua opera doveva concludersi: lo scienziato è morto venerdì scorso, 6 febbraio, in maniera repentina.
Fabrizio Castelli era nato a Bergamo sessantotto anni fa, era cresciuto in Pignolo, primo di quattro fratelli, papà falegname e mamma casalinga. Aveva frequentato l’Esperia, era uscito con il massimo dei voti.
Poi era andato a lavorare come quasi tutti i ragazzi del borgo in quegli anni: l’università era per pochi. Ma l’intelligenza di Fabrizio era particolare e non poteva venire sprecata. Si era iscritto a Fisica, alla Statale di Milano, ed era riuscito a laurearsi e ad avviare la carriera accademica nella sua facoltà.
Gli amici dell’oratorio di Pignolo guardavano a lui con ammirazione, non soltanto per le sue capacità intellettive straordinarie quanto per la sua modestia, la sua mitezza. Fabrizio trascorreva lunghi momenti in oratorio (…)