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Le loro rocambolesche esistenze

I falsari più famosi della storia

I falsari più famosi della storia
Persone 30 Dicembre 2014 ore 13:02

Falsi d'autore? I musei e le collezioni di tutto il mondo ne sono pieni, e per di più ammirati e venduti come originali, almeno finché non se ne scopre la vera natura. A quel punto, si ammira la bravura di chi li ha creati, superbamente simili agli originali.

La storia consegna falsari e falsi in ogni epoca e luogo, persino Michelangelo realizzò il falso di una scultura romana fatta interrare e dissotterrare come fosse uno scavo archeologico. Oggi le loro storie diventano materiale da film o quasi, raccontate con curiosità e fascino, perché questi artisti del falso uniscono crimine e bellezza in un connubio misterioso e intrigante.

 

1) Wolfgang Fischer, incastrato da un tubetto di bianco

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Wolfgang Fischer, che ha sempre usato il cognome della moglie e complice Helene Beltracchi, è stato uno dei più grandi falsari al mondo finché non ha usato un tubetto di bianco titanio per realizzare un Max Ernst. Impossibile! La composizione chimica del colore non corrisponde a quella esistente al tempo dell'artista e la ricchissima coppia di falsari finisce in prigione nel 2010.

Come nelle storie di maggior successo, Beltracchi non copiava ma inventava, regalando alla storia capolavori ignoti improvvisamente ri-comparsi. Dai mercatini antiquari recuperava tele tessute nell’epoca giusta, faceva analizzare i colori in laboratorio prima di usarli, per controllare che i componenti fossero disponibili al tempo del pittore, e sul retro delle cornici metteva false etichette del grande mercante d’arte Alfred Flechtheim, invecchiate con piccole macchie di tè o caffè. Ai possibili acquirenti, la moglie Helene raccontava di una collezione del nonno Werner, nascosta prima della guerra in una casa di campagna per proteggerla dalle retate naziste di “arte degenerata”, mostrando a testimonianza vecchie fotografie della nonna con i quadri appesi ai muri sullo sfondo. In realtà, i documenti erano istantanee della stessa Helene in cuffia e crinolina, eseguite con una vecchia fotocamera, stampate su carta sensibile scaduta e sciupate ad arte in laboratorio.

Poi, l'errore con quel presunto lavoro di Ernst e l'arresto. Durante il processo, al falsario furono contestati 14 quadri, la polizia tedesca ritiene di averne individuati 60, mentre Beltracchi ha affermato di averne eseguiti e venduti centinaia. Del resto, Christie’s ha stampato un quadro di Beltracchi sulla copertina di uno dei suoi cataloghi e l’acquirente americano di un Ernst fasullo, pagato sette milioni di dollari, dopo il processo e le perizie se l’è fatto rispedire dichiarando: «È uno dei più belli che abbia mai visto».

Beltracchi ora vive in regime di semilibertà ed è tornato a dipingere firmando con il suo nome. Pare venda bene e dovrà lavorare parecchio, per mettere insieme i 27 milioni di dollari che deve risarcire. Quando Bob Simon, giornalista, gli ha chiesto se pensa di aver sbagliato, Beltracchi ha risposto: «Sì, non ho usato il tubetto giusto di bianco».

 

2) Robert Driessen, il più grande falsario d'Europa ancora in libertà

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All'Olanda va decisamente la maglia nera del falso d'autore perché Robert Driessen, nato a Arnhem, è riconosciuto come uno dei più importanti contraffattori al mondo. Una delle sue specialità erano le sculture di Alberto Giacometti (chissà se la mostra ora a Palazzo Reale svela qualche opera di Driessen) ma in più di trent'anni di attività ha copiato, si può dire, un po' di tutto. Circa mille quadri appesi nei musei di tutto il mondo e battuti all'asta da Sotheby's e Christie’s, un lavoro grazie al quale lui e i suoi soci si sono portati a casa circa 8 milioni di euro.

A deviare l'allora giovane paesaggista olandese fu il mercante che trattava le sue tele, chiedendogli se fosse in grado di riprodurre le opere di alcuni pittori romantici olandesi. Driessen cominciò allora ad acquistare nei mercatini alcuni dipinti antichi, poi toglieva la vernice dalla tela e ci lavorava sopra. Dopo alcuni anni iniziò a dipingere anche delle variazioni di opere degli espressionisti, come Emil Nolde, August Macke, Wassily Kandinsky. Per un dipinto falso, all’epoca era pagato dai 500 ai 700 euro. Fu contattato anche da diversi concessionari e lo stesso Driessen, in un'intervista allo Spiegel, ricorda una commissione di quindici acquerelli copiati da Nolde che dipinse in un giorno solo.

Negli anni '80 decise di continuare tentando il più “facile” mercato della scultura. La prima opera che copiò da Alberto Giacometti risale al 1998. Dopo aver studiato il suo stile, la sua firma, il timbro della fonderia, realizzò una figura sottile di 2,7 metri e la intitolò Annette. Tramite un mercante d’arte riuscì a incassare dalla sua vendita 250 mila marchi tedeschi. Quando la polizia ricostruì tutto il lavoro della “banda” di Driessen, scoprì anche il loro magazzino: c'erano 831 bronzi e 171 figure in gesso, tutte nello stile di Alberto Giacometti. Dal 2005 Driessen gestisce una caffetteria in Thailandia, assicurandosi una latitanza che gli impedisce di essere estradato.

 

3) Han Van Meegeren, un finto Vermeer al generale nazista

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All'olandese Han Van Meegeren va il merito di aver fatto rivivere il genio di Veermer in uno dei processi più famosi della storia. Il lavoro di questo falsario è stato scoperto dopo la seconda guerra mondiale, quando si trovò un Johannes Vermeer, intitolato Cristo e l'adultera, nella raccolta del generale nazista Hermann Goering, che lo aveva acquistato per 256.000 dollari da Van Meegeren. Subito l'olandese fu accusato di aver tentato di vendere un tesoro nazionale olandese, collaborando con il nemico. Di fronte alla possibilità della pena di morte, Van Meegeren confessò di aver falsificato il dipinto.

La sua abilità non stava solo nella tecnica ma anche nel fatto che non si fermò mai a imitare le celebri scene domestiche del pittore seicentesco, esibendosi piuttosto in quella produzione di opere religiose che sicuramente sono meno note. Il suo falso era così ben fatto che il giudice non gli credette subito, costringendolo a realizzare un altro dipinto mentre era in prigione. Van Meegeren rapidamente creò Gesù tra i dottori, facendo così cadere le accuse di tradimento. E fu arrestato di nuovo, questa volta per falso e truffa: venne condannato a un anno di prigione, dove morì per un attacco cardiaco un mese dopo il processo.

 

4) Icilio Federico Joni, il principe dei falsari

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Ovviamente, anche nell'ambito dei falsari un po' di nazionalismo è di casa e si tende a considerare sempre più bravi gli artisti (perché di questo si tratta) di casa nostra. Tra il 1866 e il 1946 vive Icilio Federico Joni, il principe dei falsari senesi. La sua vita non ha un inizio semplice: figlio illegittimo viene esposto alla ruota dei trovatelli per poi finire di casa da una povera zia della madre. Non appena l’età lo consente, viene iniziato all’arte della doratura prima, e del restauro poi, presso una bottega senese, dove, grazie soprattutto al suo notevole talento naturale, può apprendere rapidamente le tecniche artigiane e apprezzare la raffinata qualità di alcune opere prodotte dai pittori toscani del Trecento e del Quattrocento.

La sua capacità tecnica nella ricostruzione estetica delle parti mancanti del dipinto lo rendono noto nel settore e gli ispirano la realizzazione dei primi falsi. Inizia a realizzare le sue opere, rifacendosi ai grandi maestri del tardo medioevo e primo Rinascimento: Duccio di Buoninsegna, Pietro Lorenzetti, il Sassetta, il Beato Angelico, Sano di Pietro, Filippo Lippi, e i più recenti Mantenga, Botticelli e Pinturicchio. Non solo. La maestria di Joni arriva a ingannare, e avere come socio, anche il grande critico Bernard Berenson che, dopo aver scoperto di essere stato turlupinato, si mette in affari con il toscano.

Dietro alla produzione di falsi italiani per il mercato anglosassone c'era un vero e proprio sistema e una bottega completa: uno dei suoi collaboratori, Umberto Giunti, si guadagna addirittura il titolo di «falsario in calcinaccio» per la considerevole quantità di falsi frammenti di affresco in stile del Quattrocento prodotti nei primi anni di attività. Joni morì a 81 anni dopo aver celebrato feste sfrenate, aver vissuto nella ricchezza e aver scritto un libro, Le memorie di un pittore di quadri antichi, in cui descriveva le tecniche di contraffazione e molte delle sue numerose opere sparse nelle collezioni di tutto il mondo.

 

5) Mark Landis, come in un film

Mark Landis è forse uno dei più conosciuti falsari degli Stati Uniti, tanto più perché è tecnicamente “impunibile”. Landis infatti non ha venduto ma regalato più di 100 opere d'arte, da lui stesso contraffatte, ai musei della nazione. Per fare queste donazioni, che sembravano autentiche, ha utilizzato diverse identità, arrivando anche a travestirsi da sacerdote gesuita. Lui stesso lo ha ammesso, spiegando che a poco a poco è diventato dipendente dal trattamento privilegiato che riceveva dal personale dei musei.

Landis è stato smascherato nel 2008 da Matthew Leininger, curatore dell'Oklahoma City Art Museum, che si insospettì dopo una donazione di quattro pezzi alla sua istituzione. Landis si presentò con un acquerello di Valvat, un dipinto di Signac, uno di Lépine e un autoritratto di Marie Laurencine. Fatte esaminare, le opere risultarono effettivamente false e il curatore cominciò a cercare di capire di più della personalità di questo eccentrico cinquantenne, fino ad avere una dimostrazione reale di come creasse i suoi falsi.

La tecnica di Landis è incredibilmente semplice: scelta l'opera da riprodurre, ne realizza una copia con un tavolo luminoso e poi continua a lavorare osservando la fotocopia dell'originale con tratti veloci, sfruttando ciò che rimane impresso nella memoria. Ma il vero trucco d'artista sta nella riproduzione meticolosa della firma perché, come dichiara lui stesso, «se risulta abbastanza convincente il dipinto viene controllato meno attentamente».

Il vero problema è che non è ancora chiaro se Mark Landis sia un fuorilegge. Non avendo mai lucrato dalla cessione dei suoi lavori, infatti, non ha violato nessuna legge federale. In attesa che qualcuno dedichi veramente un film hollywodiano alla sua vita, il regista Sam Cullman lo ha raccontato in un documentario del 2014 intitolato Art and Craft.