Persone

Il bene, radiazione cosmica di fondo (Dialogando con don Davide Rota)

Persone 23 Luglio 2015 ore 12:12

Continua lo scambio bello e importante tra la nostra firma Alberto Brasioli e don Davide Rota, superiore del Patronato San Vincenzo. Tutto è iniziato qui, nei giorni dei tragici fatti di Sousse, con la domanda: perché il male è più efficace del bene? (o meglio: è questa la vera domanda?). Poi don Davide ha risposto, ribaltando la questione: ma davvero il male è più forte? Ora siamo al terzo capitolo.

 

Allora don Davide: a noi!

Le racconto questa storia. Anni fa. Un gruppo di turisti sta visitando il duomo di una città famosa. Un estraneo si avvicina e domanda a uno di loro: «Ma quello, è il dottor ***?». Affermativo. «Ma lei come fa a conoscerlo?». «Ero in Uganda quando portarono all’ospedale della missione un nero in fin di vita e vidi il dottor *** aiutare i due che erano con lui - neri anche loro - a tirarlo giù dalla Land Rover per portarlo dentro. Ma vede: i chirurghi bianchi non fanno i portantini. Non toccano i neri fuori dalla stanza operatoria. E questo invece lo faceva con assoluta naturalezza. Sono un prete, e allora ero un prete in crisi nera. Diciamo pure che volevo piantar tutto. Vedere quella cosa mi ha dato come una scossa. La mia vocazione ha ripreso vigore. E sono qui».
Bella no? Non per via del dottore (anche, ovviamente), ma per il prete che ha visto il dottore bianco che prendeva in braccio un nero e si è fatto ferire dall’evento che ha poi raccontato al mio amico in un duomo lontano facendo del bene al mio amico e a me. E a chi sa quanti altri. Il bene, quando accade, risuona come la radiazione di fondo dell’universo, che sono miliardi di anni che ha cominciato a risuonare e non ha ancora smesso. Ma ha un suono difficile da percepire. Per secoli e secoli nessuno si è accorto di lei.

Altra storia? Due signore alla macchina del caffè, durante una pausa di lavoro. Quella che sta mettendo il gettone ha una faccia grigia da paura. Problemi grossi (grossissimi). L’altra, che mi ha raccontato l’episodio, mi dice: «Le ho fatto una carezza. Non sapevo che altro fare. La tale (le donne hanno sempre i loro conciliaboli caritatevoli, ndr) mi ha detto che Madre Teresa accarezzava i suoi moribondi e loro erano tutti contenti. Anche la *** mi ha sorriso».
Il bene, vede don Davide, è aspecifico. Uno crede di fare una cosa, e invece è un’altra quella che accade. Che scatena l’inarrestabile radiazione di fondo. Noi ci affanniamo perché pensiamo di star facendo qualcosa. Invece quel che accade, dentro quella cosa, è tutt’altro. E rimbomba da Calcutta a Bergamo come i neutrini che la ministro pensava che arrivassero da Ginevra al Gran Sasso in autostrada. (O almeno io credo che vada così.)

I tre del cane, i tre qui sotto che ogni giorno mi guardano mentre passo, nemmeno se glielo raccontassi capirebbero che cosa significa per me il fatto di poter interloquire con lei su questo coso meraviglioso chiamato BergamoPost. Ma è (anche) grazie a loro che siamo qui. Anche grazie alla faccia buffissima che fa il bastardino che mi riconosce ormai come se ci fossimo noti da sempre. E invece, ufficialmente, ci ignoriamo.

Qualche giorno fa qualcuno - qui su BergamoPost - ha postato un pensiero sull’amore riferendosi (beato lui che sa certe cose) a un’equazione che dice che quando due sistemi fisici interagiscono tra loro, da quel momento in poi - dovunque decidano di andare nell’universo - devono essere considerati come uno stato (quantistico) unico. Uno stato entangled, intrecciato.
Lo sapeva, quello che ha inventato la formula, che avrebbe fatto del bene a un innamorato perso (perché bisogna essere innamorati persi per pensare che una formula di fisica quantistica parli di noi) e, di riflesso in riflesso, ai lettori? Non lo sapeva. Eppure…

Eugenio Montale ha scritto almeno due bellissime cose in proposito, ma ne parleremo magari un’altra volta. Questa era solo per ringraziarla del bene che lei continua a farmi dal giorno in cui qualcuno mi parlò di lei.

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