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E a chi andrebbero quei soldi?

Crowdfunding per salvare la Grecia L'utopia del commesso Thom

Crowdfunding per salvare la Grecia L'utopia del commesso Thom
Persone 04 Luglio 2015 ore 10:05

C’è un commesso 29enne, nella grande Londra, che ha lanciato su Indiegogo una campagna di crowdfunding per finanziare il salvataggio della Grecia. L’obiettivo sarebbe di racimolare quell'1,6 miliardi di euro che il governo di Atene avrebbe dovuto restituire al Fondo Monetario Internazionale entro martedì notte, se il Ministro delle Finanze e dell’Economia Yanis Varufakis non avesse detto che non c’era nemmeno da pensarlo. In tre giorni l’iniziativa ha raccolto già un milione di euro. I restanti dettagli si possono trovare sul sito di Indiegogo, dal quale si apprende che Thom Feeney, l’ideatore della missione impossibile, lavora in un negozio di scarpe, non si è mai interessato di Grecia in precedenza, non agisce per conto o in sintonia con uomini politici e che le somme versate saranno restituite se l’obiettivo - come probabile, aggiungiamo noi - non verrà raggiunto.

Tanti donatori tedeschi. Il ragazzo sa fare i conti. Si è detto: in Europa siamo 503 milioni, se ciascun cittadino versasse qualche euro per la causa - il costo di una birra media, o di un panino sfizioso - il risultato verrebbe conseguito immediatamente. Da punto di vista mediatico l’idea ha funzionato: il sito dell’iniziativa martedì notte è andato in tilt a causa dell’eccessivo numero di aspiranti donatori (in maggioranza tedeschi!) decisi a salvare la patria della democrazia, della filosofia e di tante altre cose interessanti per la vita di tutti noi. Forse varrebbe la pena di ricordare che nel mezzo ci sono stati i Romani, l’Impero Turco e altre popolazioni, ma in ogni caso certi primati servono da richiamo.

 

grecia

 

Le ricompense... Chi conosce il meccanismo del crowdfunding sa che ogni raccolta comporta qualche ricompensa simbolica per gli interessati. Il Greek Bailout Fund (Fondo per il Salvataggio della Grecia) non ha voluto essere da meno. I gadget previsti sono i seguenti:

- chi dona 3 euro, o l’equivalente in sterline, riceverà una cartolina da Tsipras;

- una porzione di feta con olive greche attende i donatori del doppio (6 euro);

- con 10 euro si porta a casa una bottiglia di Ouzo - superalcoolico all’anice emblema dell’Ellade. Marca non specificata, ma si è portati a ritenere che non si tratti dell’Ouzo 12 della Campari;

- 25 euro corrispondono a una bottiglia di vino greco;

- versatene 160 e avrete anche risolto il problema di un pacco regalo per Natale (ortodosso) con prodotti rigorosamente Made in Greece;

- Infine, a chi dona 5000 euro sarà riservata una vacanza probabilmente su qualche isola, ma forse anche ad Atene. Non è specificato.

 

Alexis Tsipras

 

Le compagnie trasferite a Londra. Dunque si è detto che Thom Feeney sa fare i conti. Ma forse si dimostra impreparato su altri particolari della sua impresa e della situazione greca. Ad esempio non sa che già da qualche anno - cioè da quando sono emerse le prime irregolarità nei conti presentati dal governo ateniese alla Commissione Europea per ottenere l’ingresso nell’Eurozona - la città di Londra ha assistito a un’ondata di acquisti di edifici di pregio da parte di privati o di compagnie elleniche che avevano deciso per tempo di imitare i topi residenti su navi in procinto di affondare. E dunque coloro che, tra i 503 milioni di europei seguono i giornali, si domandano perché non dovrebbero essere proprio i neoproprietari di palazzi miliardari a doversi preoccupare del loro Paese. O gli armatori, che con la scusa di creare posti di lavoro per i concittadini sono esonerati dal pagare le tasse, come fanno notare molti commentatori.

I conti di Atene. Forse Thom non ricorda o meglio non sa - in quanto ha dichiarato lui stesso di non essersi mai occupato di Grecia in precedenza - che quando l’Europa (come si usa dire sbrigativamente) chiese nuovamente agli eredi di Socrate e di Temistocle di presentare una lista dei conti per lo meno plausibile, si vide recapitare dei registri che parevano fatti apposta per turlupinare - forse - il più incompetente dei commercialisti locali, ma che non potevano certo passare l’esame dei tecnici di Francoforte, per altro già messi sull’avviso dalle precedenti carte irregolarmente compilate. Corsero parole grosse, a quel tempo, addirittura sprezzanti nei confronti dei Greci, trattati come scolari che invece del foglio contenente lo studio di una funzione avessero presentato al prof. un conto della spesa.

 

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A chi andranno quei soldi? E dunque, oltre ai precedenti lettori di giornali, c’è oggi una quantità di gente incline a ritenere che una volta che l’1,6 miliardi di euro fossero recapitati nelle mani dei politici di piazza Syntagma (sede del Parlamento greco) la cassa non passerebbe direttamente nelle mani di Christine Lagarde, l'attuale direttrice del Fondo Monetario Internazionale. Se non altro perché non sarebbe facile decidere né il nome del latore della somma, né per conto di chi essa dovrebbe essere recapitata, né l’indirizzo preciso del destinatario. Si fa presto a dire: la Grecia. Ma altro è un nome convenzionale, utile a far capire di cosa si sta parlando, altro è il complesso meccanismo e l’insieme di soggetti per cui alla fine - ma solo alla fine - si dice: la Grecia deve tot al FMI.

Banchieri o famiglie? Ad esempio: è la Grecia come tale, compresi il mare e i cipressi, che deve restituire dei soldi al FMI, o sono le banche tedesche, italiane e di altri Paesi che chiedono alla signora Lagarde di aiutarle a rientrare delle somme (improvvidamente) investite in quel Paese e che nessuno vuole restituire? Perché in questo caso il Greek Bailout Fund del giovane e generoso Thom Feeney non andrebbe a favore di quanto richiamato nel nome, ma delle banche - per la maggior parte disposte attorno a Berlino - cui la dottoressa Lagarde assicura il proprio patronato. E così non sappiamo neanche quanti degli attuali donatori chiederebbero immediatamente di tornare in possesso dei propri euro in conto Ouzo se sapessero che sono serviti non ad alleviare le fatiche dei vecchi, delle mamme e dei bambini greci, ma a far dormire sonni tranquilli ai banchieri di mezza Europa.

 

Alexis Tsipras, Vladimir Putin

 

Il ruolo della Cina. Stessa posizione assumerebbero, probabilmente, anche tutti coloro che intuiscono che, se anche Tsipras o chi per lui fosse messo in grado di pareggiare i conti con l’FMI, non è affatto detto che la Grecia si riprenderebbe dal baratro in cui l’hanno fatta precipitare non le istituzioni internazionali, ma i suoi stessi governanti nel corso degli anni. A meno che - ma al momento l’eventualità appare remota - la Cina, stanca di attendere dall’Italia il permesso di fare di Taranto il trampolino di lancio europeo per il suo commercio navale, non decida di rivolgersi alle autorità ateniesi con la capacità di convinzione propria dei piani di investimento miliardari. E che Atene, nel caso, non si comporti come Roma.

L'interesse di Putin. O che - potendo - non sia il presidente Putin a voler contribuire in maniera massiccia al GBF del 29enne londinese, facendo come quei parenti ricchi che “chiudono” le liste di nozze. Ma sappiamo che non lo farà, se non altro perché in questo momento nemmeno Putin ha soldi da buttar via...

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