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Un'anticipazione

Il volto umano di Steve Jobs e i suoi jeans logori a Stanford

Il volto umano di Steve Jobs e i suoi jeans logori a Stanford
Persone 28 Marzo 2015 ore 11:20

12 giugno 2005, una data che a molti forse non dirà nulla. Ma basta un altro piccolo indizio per colorarla immediatamente di significato. «Stay hungry, stay foolish». Proprio quel giorno Steve Jobs celebrò il famoso discorso del “siate folli, siate affamati” davanti a centinaia di studenti dell’università di Stanford. In quel momento storico Steve era già uno degli uomini più importanti e conosciuti al mondo, e le sue parole furono un successo straordinario. Proprio in questi giorni esce negli Usa Becoming Steve Jobs, un nuovo libro sul fondatore di Apple firmato da Brent Schlender e Rick Tetzeli. Il testo è il risultato di numerose interviste nate nel corso di questi anni con l’obbiettivo di presentare uno Steve dal volto umano, troppo nascosto a dire dei due autori, nella biografia ufficiale di Walter Isaacson. Il volume, che presenta anche testimonianze inedite di Bill Gates, Jonathan Ive, Tim Cook, sarà pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer il 7 aprile con il titolo Steve Jobs Confidential. La Stampa ha anticipato una piccola parte del capitolo 13 di questo volume, sezione in cui i due scrittori raccontano molte curiosità proprio sul discorso inaugurale del 2005 alla Standford University. 

 

 

La mattina del 16 giugno 2005 Steve si svegliò con i crampi allo stomaco. In effetti, dice Laurene (la moglie, ndr), «Non l’avevo mai visto così nervoso». Steve era un fuoriclasse nato che riusciva a innalzare le presentazioni commerciali a qualcosa di simile all’arte. Ma quel giorno lo rendeva insicuro la prospettiva di rivolgersi ai laureandi di Stanford di quell’anno. Il presidente dell’università, John Hennessy aveva lanciato l’idea mesi prima e dopo essersi preso un attimo per pensarci su Steve aveva risposto di sì.  

Gli chiedevano in continuazione di tenere discorsi di fine corso e rispondeva sempre di no. In effetti glielo chiedevano così spesso che era diventato una sorta di scherzo ricorrente con Laurene e altri amici che avevano titoli universitari o di dottorato: Steve era solito dire che avrebbe accettato di tenerne uno solo per farla finita e conseguire il suo PhD in un giorno, invece degli anni e anni che ci avevano impiegato loro. Ma alla fine, dire di no, era semplicemente una questione di ritorno di un investimento - conferenze e discorsi gli pareva offrissero una magra soddisfazione rispetto ad altre cose, tipo le sfolgoranti presentazioni al Mac-World, lavorare a un grande prodotto o stare con la sua famiglia.  

 

 

«Se analizzate con attenzione il modo in cui passava il suo tempo - dice Tim Cook - noterete che non viaggiava quasi e non partecipava mai alle conferenze e agli incontri che tanti amministratori delegati frequentano abitualmente. Lui voleva essere a casa per cena». (...) 

Scrivere il discorso si rivelò una seccatura. Steve aveva discusso con alcuni amici su che cosa dire e aveva persino chiesto allo scrittore Aaron Sorkin qualche suggerimento. Ma non ne uscì nulla e così alla fine decise di fare da sé. Scrisse la bozza in una notte e cominciò a scambiare idee con Laurene, Tim Cook e un paio di altre persone. «Voleva davvero che andasse al meglio», dice Laurene. «Voleva dire qualcosa a cui veramente teneva». (...) 

Quella domenica mattina mentre la famiglia si preparava a partire per il Stanford Stadium, Steve cercava ovunque le chiavi del Suv che non riusciva a trovare ma alla fine decise che non voleva guidare - avrebbe usato il breve percorso per ripassare ancora una volta il discorso. Tempo che la famiglia si stipasse nel Suv erano già in ritardo. Laurene guidava mentre Steve riguardava per l’ennesima volta il testo. Lui era davanti mentre Erin, Eve e Reed si dividevano il sedile posteriore. Andando verso il campus Steve e Laurene frugavano nelle tasche e nella borsetta in cerca del lasciapassare per i vip che avevano ricevuto. Senza riuscire a trovarlo... 

Finalmente la famiglia arrivò all’ultimo posto di blocco prima dello stadio. Una poliziotta fece segno a Laurene di fermarsi. E si accostò lentamente all’auto dalla parte del guidatore. «Non può passare di qui, signora», disse. «Non c’è parcheggio. Deve tornare a Paly (Palo Alto High School) attraverso El Camino. Lì ci sono i parcheggi aggiunti». «No, no - disse Laurene - noi abbiamo un pass per il parcheggio. Ma l’abbiamo perso». L’agente la fissò. «Non capisce - spiegò Laurene. «Ho qui la persona che deve fare il discorso d’apertura. È qui in macchina. Sul serio». La donna infilò la testa nel finestrino. Vide i tre ragazzini dietro, l’elegante bionda al volante e al suo fianco un uomo con dei jeans logori, delle Birkenstock e una vecchia maglietta nera. Stava giocherellando con dei fogli di carta che aveva in grembo mentre la guardava attraverso delle lenti senza montatura. La donna fece un passo indietro e incrociò le braccia. «Sul serio?», disse sollevando le sopracciglia. «E chi sarebbe?». Tutti nell’auto scoppiarono a ridere. «Sul serio - disse Steve, alzando la mano -. Sono io». 

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