Persone

La porta blindata della cabina

Persone 27 Marzo 2015 ore 11:10

Cosa portiamo a casa dall’aereo che si è schiantato contro le montagne? E non diciamo quali montagne, né il tipo e la marca dell’aeromobile, né il nome del copilota che ha provocato la sciagura, né le nazionalità sua e quella delle vittime, perché se c’è stato un aspetto rivoltante in tutta la faccenda quello è stato il rimpallo di stereotipi nazionalisti tra le Alpi, i Pirenei e il mare, con tanto di rievocazioni storiche o pseudotali.

Dunque del fatto prendiamo questo solo aspetto: che c’è un tale che fa di mestiere il copilota e che, approfittando della momentanea assenza del collega, si barrica in cabina e lucidamente, in tutta calma, respirando in maniera regolare - come si desume dalle registrazioni - manda il proprio velivolo a sbattere contro una montagna perché quello è il modo che ha scelto per suicidarsi. Questo ci fa dire una prima cosa: che il suicidio può non essere un fatto privato. La frase: «Che importa a te se mi ammazzo? La cosa riguarda me e soltanto me» è una frase idiota come l’idea che la sottende. Ovviamente ciascuno può liberamente scegliere di far sua un’opinione idiota. Ma almeno sappia che, per quanto sua, sempre idiota rimane.

È vero che non tutti mettono in atto i loro propositi tirandosi dietro un aereo pieno di passeggeri, ma anche chi pensa che a precipitare dalla finestra sia soltanto lui si sbaglia perché quelli che restano - e che in questo caso restano vivi - non sono meno implicati nella faccenda di quelli morti e dei loro amici e parenti che si aggirano ancora increduli cercandone i resti. Ma il suicida questo non lo pensa, perché il suicidio è sempre l’esito - o il sintomo - di una solitudine  essenziale che restringe l’orizzonte del mondo alla propria individualità e fa scomparire tutto il resto. In realtà si può decidere di morire solo da morti, ossia solo dopo aver creduto di poter rescindere tutti i legami col mondo. Quindi per chi si pensa solo il suicidio è un fatto privato, per gli altri non può esserlo. L’antidoto all’abbandono volontario della vita è dunque solo la pervicace affermazione del mondo come insieme indefettibile di legami.

Non siamo individui - come si ostina a credere una parte del mondo: siamo persone, ossia corpi legati agli altri come la Terra è legata alla Luna, al Sole e a l’altre stelle. Dobbiamo ringraziare sir Isaac Newton per averci mostrato che esistono forze che non si vedono, ma che nonostante la loro invisibilità e la loro debolezza tengono insieme il tutto cui apparteniamo. Dante la chiamava amore, l’amico Isaac forza di gravitazione universale: su piani diversi sempre di quello si tratta: legami, nessi, appartenenze. Dire che tutto questo è vano sarebbe come dire che la Nutella è un particolare insignificante nella vita delle persone: semplicemente falso.

La seconda cosa che potremmo portare a casa è quella che un matematico, epistemologo ed ex trader finanziario, Nassim Nicholas Taleb chiama “il cigno nero”: ovvero qualcosa che, con la sola sua esistenza, manda in frantumi un’intera categoria di pensieri e di oggetti. Nel pensiero occidentale “cigno” e “bianco” andavano di pari passo fintantoché, un bel giorno, non si trovarono cigni neri, appunto. Che in un primo tempo non furono ritenuti cigni, per quanto detto sopra, e in un secondo - quando furono accettati come tali - mandarono in crisi la definizione. Taleb sostiene che nel corso delle analisi finanziarie è bene muoversi tenendo sempre presente non solo il possibile verificarsi di eventi altamente improbabili, ma anche l'esistenza dei cigni neri perché, se anche non li abbiamo incontrati fino ad oggi, non è detto che un giorno non facciano la loro comparsa mandando in crisi tutti i piani finanziari e i conti fatti senza di loro.

Per mostrare che il cigno nero esiste e resiste anche quando nessuno lo vede Taleb cita il caso - per questo lo abbiamo ricordato - dell’eroe che per anni si batté - invano - per obbligare le compagnie aeree a blindare le porte delle cabine di pilotaggio. Se ci fossero state le porte blindate l’11 settembre non sarebbe mai potuto accadere, ricorda. Ed esattamente questo è l’aspetto interessante della vicenda: che se nessun aereo fosse andato a bucare le Torri Gemelle, tutti avrebbero potuto sostenere che l’idea di blindare le porte dei cockpit (parola che in questi giorni viene sparsa come il sale sulle strade, quasi “cabina” fosse una bestemmia) apparteneva al novero delle manie da burocrazia ossessiva recidivante. Invece, sostiene l’ex trader, proprio il fatto che un fatto non si verifichi - abbiamo visto il bisticcio e lo lasciamo - dovrebbe indurci a ritenere che l’idea della porta blindata è giusta e sacrosanta. Come la norma, per tornare al caso, di non permettere che in cabina resti uno da solo. Alcune compagnie l’avevano introdotta; poi, vedendo che non succedeva niente (!) la ritennero inutile; ora la rispolverano. Costo dell’operazione? (contare i morti e i loro parenti).

Onde non si creda che la legge del non-fatto valga solo per le compagnie aeree potrebbe essere utile ricordare il caso dell’invasione nazista della Renania nel 1936. René Girard, antropologo di fama mondiale, scrive che se in quell’occasione la Francia fosse intervenuta contro Hitler - che era ancora agli inizi, e dunque ancor male armato - lo avrebbe battuto facilmente e il nazismo non sarebbe mai diventato quel che sappiamo. Ma, aggiunge con assoluta lucidità lo studioso - «nessuno se ne sarebbe accorto». Non ci si può infatti accorgere di una cosa che non accade. Ma si può sempre prendere spunto da come sono andate le cose per ribadire il concetto che alcuni “non fatti” possono servire a dar ragione a chi è stato sconfitto dai portatori dell’idea che solo i fatti contano.

È un po’ come il numero “i” che è la radice quadrata di “-1”. Di per sé non può esistere la radice quadrata di un numero negativo, perché il quadrato di un numero è necessariamente positivo. Però il numero “i” esiste, come esistono quelli che scelgono di suicidarsi pilotando un aereo con passeggeri a bordo. Fra l’altro quello di pochi giorni fa non è nemmeno un caso isolato. Nei servizi televisivi, e anche nella nostra memoria di lettori, ce ne sono stati parecchi - almeno sedici, in tempi recenti - anche se le autorità dei diversi Paesi continuano a sostenere che non c’è la certezza.

Adesso dunque, oltre ai due in cabina, metteranno in piedi altri sistemi di sicurezza, che presumibilmente costringeranno i passeggeri di tutto il mondo a transitare nudi ai gates d’ingresso, a non portare in borsa boccette il cui contenuto pesi più del contenente, a non indossare calzini verdi o neri perché qualcuno potrebbe prenderli per bandiere dell’Isis in incognito. E così sarà magari un controllore dell’ENAV che, sapendo che la ragazza che lo ha lasciato ha preso posto su un certo volo, si darà da fare per mandarlo fuori rotta a inabissarsi a largo di Agadir o nel Mar Cinese Meridionale.

La ragione, l’ultima mitologia - come la chiama Girard - che pensa di poter tenere tutto sotto controllo, ha fallito. Una cosa sola può emergere dal suo naufragio ostinatamente taciuto dalle competenti autorità: la necessità che ciascuno di noi abbia cura dei legami che lo connettono al mondo. Che si senta “addomesticato” con qualcun altro, per dirla con la volpe al Piccolo Principe. Ma, premette, questa è una cosa troppo dimenticata.

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