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Vincenzo Peruggia, imbianchino

L'italiano che rubò la Gioconda

L'italiano che rubò la Gioconda
Persone 21 Agosto 2015 ore 16:51

Furto al Louvre di Parigi: rubata la Gioconda di Leonardo da Vinci. Tutti i particolari in cronaca.

I giornali dell’epoca sono lì a testimoniare cosa avvenne il 21 agosto del 1911 quando, entrati nella sala dove si trovava il famoso quadro, gli addetti trovarono solo la tappezzeria vuota. Portano la data del 23 agosto, mercoledì: tenerezza infinita per quelle pagine a piombo che avrebbero voluto significare la modernità rombante e invece documentano soltanto la lentezza dei tempi. Lo scrisse anche Walter Benjamin a proposito delle automobili nelle fotografie dell’epoca. Dunque la Joconde a disparu, La Gioconda è scomparsa. Non si trova da nessuna parte. Indagini a tappeto, sospetti in tutte le direzioni: buio totale.

 

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Erano passati due anni e qualche mese (dicembre 1913) da quegli avvenimenti quando un collezionista d'arte fiorentino, tale Alfredo Geri - il cui nome sarà indissolubilmente legato alla vicenda - decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. Il Geri non si aspettava certo che tra coloro che gli avrebbero manifestato la propria disponibilità si trovasse anche un fino ad allora sconosciuto Monsieur Léonard V., un nome che non poteva non generare qualche sospetto.

Monsieur Léonard aveva imbucato la lettera a Parigi e si diceva pronto a cedere al Geri il famoso ritratto, a condizione che esso non abbandonasse una seconda volta l’Italia. Il ladro riteneva infatti che i Francesi l’avessero trafugato assieme ad altri capolavori in epoca napoleonica e intendeva risarcire il proprio Paese ricollocando il maltolto al proprio posto. Che però non era affatto proprio perché Leonardo (quello vero) aveva sì dipinto il quadro in Italia, ma poi lo aveva portato in Francia per terminarlo (e magari farne anche una copia) e venderlo al Re di Francia che lo volle alla sua corte.

Il Geri era abbastanza intelligente da capire che l’acquisto propostogli avrebbe potuto configurarsi come reato di ricettazione. Si consigliò pertanto con lo storico dell’arte e Soprintendente alle Gallerie fiorentine architetto Giovanni Poggi e assieme a lui decise di fissare un appuntamento a Monsieur Léonard V. come Vinci in un albergo in città. Quando si trovò davanti al quadro chiese di poterlo tenere qualche giorno per esaminarlo. Dopo di che avvisò gli RR.CC. (i Regi Carabinieri) che la mattina dopo si presentarono all’albergo del venditore e lo ammanettarono.

 

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Non c’entra nulla col furto, ma può essere utile sapere - in questi giorni in cui si grida alla calata dei Teutoni nei musei fiorentini - che il Poggi aveva potuto portare a termine lo spoglio dell'Archivio dell'Opera del Duomo grazie ai fondi del Deutsches Kunsthistorisces Institut con sede nella Città del Fiore (e che pubblicò il lavoro a partire dal 1909 nelle prestigiose «Italienische Forschungen»), lo stesso in cui dal 1994 al 2001 è stato borsista e ricercatore il nuovo direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt.

Chiusa la parentesi. Si venne allora a conoscenza delle generalità del ladro: il sedicente Peruggia Vincenzo, nato addì 8 ottobre 1881 in frazione Trezzino di Dumenza (VA), di professione imbianchino decoratore, residente in Parigi, Francia, celibe, ritenuto non abile al servizio del Re (e dunque nemmeno della Regina, come si diceva allora) nel 1901, emigrato in Francia nel 1907, affetto da saturnismo per aver respirato il piombo delle vernici, senza precedenti penali. Associato alle carceri delle Murate e sottoposto a processo nei giorni 4 e 5 giugno 1914 presso il Tribunale di Firenze, poté giovarsi delle attenuanti previste in caso di infermità mentale a seguito di indovinello-trappola propostogli dieci giorni prima e riferito in aula dal perito psichiatra del Tribunale medesimo, professor Paolo Amaldi. L’indovinello era il seguente: l’esaminatore: - Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero?; l’esaminato: - Uno!;

- Deficiente!  - aveva a quel punto esclamato l’esaminatore - perché tu pensi che l’altro sarebbe rimasto lì a farsi impallinare a sua volta? Il pubblico e la stampa internazionale scoppiano a ridere. Risultato: un anno e quindici giorni di prigione. A fine luglio la pena sarebbe stata ridotta a 7 mesi e 8 giorni, ma appena fu reso noto il dispositivo della sentenza, Peruggia Vincenzo, il ladro patriottico insufficiente in storia dell’arte e inabile al commercio di opere trafugate fu scarcerato. All’uscita della prigione, in via Ghibellina, trovò ad accoglierlo un comitato di sostenitori che aveva raccolto 4.500 lire (di allora) in premio per il suo generoso tentativo fallito a causa della malignità dei galleristi e dell’insensibilità dei sovrintendenti.

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Come aveva fatto, il Peruggia, a rubare quello che sarebbe diventato il quadro più famoso del mondo anche grazie a lui? Molto semplicemente: si era chiuso in uno sgabuzzino del Louvre - dove stava compiendo alcuni lavori - la domenica sera. Lunedì mattina presto era uscito, aveva tolto il quadro dalla parete, lo aveva scorniciato, aveva lasciato il museo da una porta di servizio con Monna Lisa sotto la giacca, e se l’era portata a casa, dove l’aveva riposta in un vano ricavato sotto il piano del tavolo. E l’aveva pensata giusta perché quando i gendarmi ispezionarono l’abitazione - la sua come quelle di tutti gli altri operai impegnati in quei giorni al museo - trovarono nei cassetti del comò soltanto la biancheria.

Le storie narrano che nelle vorticose indagini avviate a seguito della sparizione della Gioconda entrarono anche il poeta Guillaume Apollinaire e un giovane e promettente pittore spagnolo a nome Pablo Picasso. Il primo aveva infatti prestato al secondo delle statuette fenicie, che ebbero un qualche ruolo anche nella composizione delle Demoiselles d’Avignon. Picasso le aveva però ritenute delle copie da pochi soldi, non sapendo che provenivano dal Louvre a seguito di un complicato giro di amori e di amanti. Non ebbe dunque nessun problema a mostrarle alla polizia che indagava sui furti avvenuti nel museo. Scagionato, il genio catalano ebbe a ridere della vicenda con gli amici ai quali disse, lasciando il caffé dove si ritrovavano: «Vado al Louvre. Serve niente?».

Questa la storia in sintesi. Se volete saperne di più, qui trovate, complete di tutti i dettagli, la vita e le imprese di Peruggia Vincenzo raccontate dalla figlia.

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