Il nuovo Arafat

Chi è Marwan Barghouti che chiama alla terza intifada

Chi è Marwan Barghouti che chiama alla terza intifada
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Pochi mesi fa un sondaggio lo ha incoronato il presidente preferito dai palestinesi. Stravince su Abu Mazen e su Hamas. La sua fama lo precede, il suo carisma offusca chiunque si presenti sulla scena politica palestinese. È l’unico e degno successore di Arafat. Si tratta di Marwan Barghouti. In una lettera inviata all’Anp dal carcere, in occasione dei 10 anni della morte di Arafat, ha scritto che è “arrivato il momento della resistenza armata” contro l’occupazione, che è la vera eredità di Abu Ammar. Tradotto: bisogna fare una terza intifada.

Sarebbe banale e scorretto liquidare la figura di Barghouti con l’epiteto del terrorista. Ripercorrere le tappe della sua vita è utile a capire la ricchezza del pensiero e la sua forza carismatica. Di se stesso una volta disse: «Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista. Sono semplicemente un normale uomo della strada palestinese, che difende la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti». È il prigioniero politico più famoso, non sono in pochi a definirlo il Nelson Mandela della Palestina.

 

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Una vita per la politica. 55 anni, nativo di Ramallah, dal 2002 è rinchiuso nella cella numero 28 del carcere di massima sicurezza di Hadarim in Israele e sta scontando 5 ergastoli. Nonostante questo riesce a fare politica dal carcere. Parla poco, ma quando parla la base dei palestinesi lo ascolta. E il mondo anche. È fermo nella sua condanna dell’occupazione israeliana, alla quale ritiene ci si debba opporre con la resistenza armata. Ma ha sempre condannato le morti dei civili.

A 15 anni già milita nelle fila di al-Fatah, ma è solo nel 1987 che si afferma come uno dei principali leader palestinesi. È l'anno in cui viene arrestato e deportato in Giordania, dove resta fino alla firma degli Accordi di Oslo del 1993. Nel 1996 viene eletto nel parlamento palestinese e si distingue per le sue campagne contro la corruzione, entrando in contrasto con Arafat. Dopo gli Accordi di Oslo si era convinto della possibilità di poter vivere e convivere con Israele in due Stati per due popoli, e ha cercato di trasmettere anche ai palestinesi la necessità di fare questo passo. Riteneva che fossero solo gli Accordi di Oslo a dare al popolo palestinese la possibilità di ottenere il diritto all’autodeterminazione. La storia in parte gli ha dato torto, perché dopo gli Accordi di Oslo è iniziata l’occupazione selvaggia della Cisgiordania, con i coloni che da 150 mila dei primi anni ’90 sono diventati 650mila. Con la passeggiata del 2000 di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, Barghouti si è convinto della possibilità di arrivare alla pace solo attraverso la resistenza militare.

La seconda intifada e la consacrazione a leader. La sua vicenda politica si è così legata alla seconda intifada, che accresce la sua popolarità. Diventa capo dei Tanzim, braccio armato di al-Fatah, da cui si stacca poi il ramo delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, accusati di aver compiuto alcuni dei più sanguinosi attentati contro Israele. Barghouti e i Tanzim non hanno mai invocato la distruzione di Israele nei loro proclami, ma solo la creazione di uno stato Palestinese.

La cattura e il carcere. Scampato a due attentati, è stato sequestrato il 15 aprile 2002 e da allora è in carcere. Ha subito 100 giorni di interrogatori e oltre 1000 giorni di isolamento, senza poter ricevere alcuna visita dai suoi familiari. Oggi può vedere solo la moglie per 45 minuti ogni due settimane, mentre ai figli viene dato un permesso speciale ogni due o tre anni. Laureato in Storia e Scienze politiche, nel 2010 grazie al suo avvocato che ha portato fuori dal carcere le pagine della sua tesi scritte di nascosto, ha conseguito il dottorato in Scienze Politiche con una tesi intitolata “la Performance legislativa e lo stato politico del Consiglio Legislativo palestinese e il suo contributo al processo democratico in Palestina dal 1996 al 2006”. Nel 2009 ha stravinto, pur essendo in carcere, alle elezioni del comitato centrale di al-Fatah senza essere candidato.

Rispettato da tutti anche in carcere. Non ha mai sostenuto Hamas, ma il suo nome era nella lista dei prigionieri di cui Hamas chiedeva la liberazione in cambio del rilascio del caporale Gilad Shalit nel 2009. Segno tangibile del rispetto che gode da tutte le fazioni palestinesi. Solo lui può riunificare il popolo palestinese così frammentato in lotte intestine che non fanno altro che affossarne la credibilità. Un’intervista di Barghouti rilasciata al Corriere della Sera tramite i suoi avvocati, quando ormai l’accordo sembrava fatto, ritardò di due anni il rilascio di Shalit e fu un’altra occasione per Israele per tenerlo in cella. Dopotutto in quell’intervista Barghouti non poteva essere più chiaro nel delineare la sua linea politica. Dall’intifada che nasce come volontà collettiva del popolo a Nethanyahu giudicato un non interlocutore, fino all’obiettivo di uno Stato palestinese indipendente sui confini del 1967 e Gerusalemme capitale.

La campagna internazionale per la liberazione di Barghouti. Da poco più di un anno è partita una campagna internazionale per la sua liberazione. E la campagna è partita da un luogo simbolico: la cella di Robben Island in Sudafrica. Quella dove è stato rinchiuso Nelson Mandela, simbolo della lotta all’apartheid. Piaccia o non piaccia Marwan Barghouti è l’unico personaggio politico in grado di interloquire e farsi rispettare da Israele, dando una nuova speranza alla creazione di uno Stato palestinese su confini internazionalmente riconosciuti. Anche l’autorevole quotidiano inglese The Guardian qualche tempo fa in un commento aveva ribadito che se Israele vuole davvero la pace, come primo passo dovrà rilasciare Bargouthi, l’unico uomo con cui può avviare un serio negoziato. Perché, come afferma lo stesso Barghouti in una delle sue missive dal carcere «Quando vi verrà chiesto da che parte state, scegliete sempre la parte della libertà e della dignità contro l’oppressione, dei diritti umani contro la negazione dei diritti, della pace e della convivenza contro l’occupazione e l’apartheid. Solo così si può servire la causa della pace e agire per il progresso dell’umanità».

 

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