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Il Paradiso non è un luogo È un mozzicone di matita

Persone 28 Novembre 2014 ore 16:10

Nell’udienza generale di mercoledì 26 novembre papa Francesco ha parlato del Paradiso. Ha detto che è la realizzazione compiuta di un cammino - di una trasformazione - che «in realtà è già in atto a partire dalla morte e risurrezione di Cristo». In realtà. In realtà ci abbiamo già dentro un piede, nel Paradiso. «Sì, perché - ha detto il papa - nella prospettiva cristiana la distinzione non è più tra chi è già morto e chi non lo è ancora, ma tra chi è in Cristo e chi non lo è!».

E dàai! batti un cinque! bravo Francesco: il paradiso - in realtà - è essere in Cristo.

Non è un luogo, il paradiso. È il modo diverso (uno “stato” dell’anima, lo ha chiamato il papa) di stare di fronte alle cose di cui fanno esperienza fin da ora coloro che sono, appunto, in Cristo. Anche dopo il giorno del giudizio finale, quello che avremo davanti sarà «quindi una nuova creazione; non dunque un annientamento del cosmo e di tutto ciò che ci circonda, ma un portare ogni cosa alla sua pienezza di essere, di verità, di bellezza. Questo è il disegno che Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, da sempre vuole realizzare e sta realizzando».

Vuole realizzare e sta realizzando. Disegno, ossia progetto esecutivo. Lavori in corso. Ci scusiamo per il disagio che dovrete sopportare fino al termine. Ma tranquilli: la frana sarà finalmente messa in sicurezza. Più nessuno dovrà morire. La fibra ottica sarà posata: nessuno dovrà più aspettare mesi e anni per poter comunicare con tutti.

Sì, ma cosa vuol dire «essere in Cristo». Vuol dire che le cose non sono quello che sembrano.

Che esser realisti non vuol dire guardare alla realtà come la si intende quando si dice: «Poche storie, la realtà è questa», o «ma guarda qui, cavolo, abbiamo il conto in rosso; lo vuoi capire o no che abbiamo il conto in rosso e che non possiamo andarci, in Patagonia?» o altre affermazioni similmente mortifere. É vero, le cose stanno come stanno. É vero, non ci sono i soldi per andare in Patagonia. Ma questo per quei realisti da strapazzo che non sono in Cristo.

Essere in Cristo è come il mozzicone di matita che una suora di clausura inviò a un mio amico che stava morendo di cancro. Per quelli non in Cristo era un mozzicone di matita: e come dargli torto? Per quelli in Cristo era tutto quello che alla monaca era stato concesso di tenere come oggetto proprio. Era il suo cuore, quella matita, l’unica cosa che poteva donargli senza venir meno alla regola perché era la sola ad essere giuridicamente sua. Era il suo cuore in Cristo, quel mozzicone, perché sapeva che il mio amico così lo avrebbe considerato e riconosciuto. La perfezione, il compimento di quel mozzicone, non sarà il suo ritorno alla condizione di matita nuova di cartolaio. Il suo compimento sarà nell’essere mozzicone che vuol dire “Prego per te con tutta la mia anima”. Prego per te che sei me, direbbe un mistico.

Che il paradiso sia una nuova creazione, una creazione compiuta, non vuol dire che tutte le matite avranno le mine che non si rompono, o che le gomme i tuoi amici non te le lasceranno sporche dopo che gliele hai prestate così che quando vai a cancellare ti macchiano il foglio di nero. Non esistono, in paradiso, biro più scorrevoli della papermate, cellulari compiuti, mucche compiute, bici che il Gavia lo fanno da sole. Esistono rapporti - meglio: un rapporto - entro i quali mucche, bic e cellulari si trasformano (come ha detto il papa) in un’altra cosa. Essere in Cristo vuol dire vivere - cominciare a vivere - questi altri rapporti, avvertire la meraviglia - il delirante fermento, lo ha chiamato un poeta - che le cose e le azioni - sostantivi e verbi - generano quando sono inserite in altre relazioni che non le solite, quelle cosiddette concrete. I cosiddetti “fatti”: uno che s’innamora, l’altro che c’ha la sla, l’altro che va in montagna. Fatti, appunto, come di uno che assume coca.

Il 9 settembre scorso, in santa Marta, il papa aveva dato un’altra versione - meno esplicita. Più essenziale - del paradiso, quando aveva detto: «“Lui (Cristo) è davanti al Padre in questo momento, pregando per noi. E questo deve darci coraggio! Perché nei momenti difficili di difficoltà o di bisogno e di tante cose, pensare: ‘Ma Tu stai pregando per me. Prega per me. Gesù prega per me il Padre!’. È il suo lavoro di oggi: pregare per noi, per la sua Chiesa»

A parte la commozione che prende per quello spagnolismo sintattico (è davanti al Padre pregando per noi) quello che colpisce è il riferimento al fatto che Cristo è impegnato - in questo momento, ora che scrivo, ora che leggi - in un lavoro: «è il suo lavoro di oggi: pregare per noi». Cantiere paradiso: l’ambito di rapporti dove tutto attende di prender significato dal fatto stesso di essere in corso di ristrutturazione. Dovessi fare un affresco del paradiso ci metterei dentro Cristo col casco giallo, il foglio del progetto in mano e un personaggio, lì in parte, che sta scrivendo sul Mac che gli hanno regalato. “Noi dimentichiamo spesso questo, che Gesù prega per noi”, ha detto il papa in santa Marta. Ci dimentichiamo spesso di essere nello stesso tempo tema e parte della conversazione capace di trasformare in un oggetto di valore infinito anche i mozziconi dei nostri gesti vissuti bussando alla porta della Direzione Lavori. Pensiamo di essere umili quando stiamo a guardare il paradiso che avanza da oltre le recinzioni arancioni e le tavole gialle, dal nostro sicuro marciapiede di estranei buoni e civili. Ci sbagliamo: è per noi quella casa. Non la si vede ancora? non importa: è per noi. La differenza è tra chi sa che qualcuno ha già versato la caparra per lui e chi invece pensa che son tutte storie, che ci crederà solo quando la casa sarà terminata e gli appartamenti assegnati. Quanto tempo di felicità perduta, questi pensieri.

 

 

 

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