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Uno stupendo giocattolo

Il robot che "prova" emozioni (ma non ancora la malinconia)

Il robot che "prova" emozioni (ma non ancora la malinconia)
Persone 25 Giugno 2015 ore 15:18

L’idea sarebbe che in Giappone i robot sono diventati “emotional”, ossia in grado di provare emozioni. Piano. Anche quarz.com, che ha dato la notizia del primo robottino del genere in vendita nei megastore del Sol Levante usa un prudentissimo: «dice che sarebbero in grado di provare emozioni». A dire è Aldebaran Robotics, la società che insieme al gigante giapponese delle telecomunicazioni SoftBank ha realizzato, prodotto e - al momento - sta commercializzando Pepper. Un arnese da 1.600 US Dollars acquistabile anche a rate del valore di 200 $ l’una, di cui 120 per il pezzo e 80 per l’assicurazione. Lanciato sul sito di Aldebaran come “primo robot umanoide progettato per vivere con gli umani”, a un minuto dal lancio è andato esaurito. Sold out.

 

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L’idea che un prodotto pensato per essere venduto debba saper convivere con gli umani non è nuova: anche le carote, nel loro piccolo, si adattano. Però quando si entra nel mondo dei robot e dell’intelligenza artificiale il pensiero corre immediatamente all’idea di una macchina che non sia più soltanto una macchina, disponendo da qualche parte di un elemento in qualche modo organico o biologico. O che - in assenza di tali elementi - sia almeno in grado di mimare il comportamento umano. E in effetti Pepper è fornito di circuiti che gli permettono di assumere quelli che assomigliano a toni di umore una volta che i suoi sensori e le microcamere di cui è fornito abbiano immagazzinato una certa quantità di informazioni dal mondo esterno. Uno schermo delle dimensioni di un tablet piazzato sullo sterno riporta la descrizione del suo stato d’animo.

Ovviamente non siamo ancora al livello di raffinatezza di Viaggio al termine della notte di Céline o della proustiana ricerca del tempo perduto: Pepper si presenta come individuo piuttosto rozzo, capace di provare soltanto «gioia, sorpresa, collera, dubbio e tristezza» nel loro senso più “basic” nippo-americano, perché è stato progettato in Giappone, ma la sua descrizione è in globish, ossia nell’inglese corrente. In altri termini, prendete un impiegato con gli occhi a mandorla, mettetegli addosso la camicia a fiori dei turisti americani alle Hawaii, shakerate il cervello per dare una mescolatina ai neuroni e immaginatevi la sorpresa che proverà quando, sbarcato dalla nave-crociera, gli verrà posta al collo una ghirlanda di fiori. Siamo ai limiti inferiori dell’umano. Analogamente con “dubbio”: non c’entra Cartesio, ma solo il sussulto che taluni provano nei fast-food del Kansas quando, avendo ordinato una Caesar salad di pollo, si domandano se sia realmente mangiabile.

 

 

I cinque “sentimenti” (o emozioni) di Pepper corrispondono ad algoritmi abbastanza elementari. Non si dice che sia facile farli funzionare, ma dal punto di vista del loro disegno teorico sono stati ampiamente studiati da anni. Un solo esempio basterà per tutti: Il robottino fa tutte le mattine il giro della casa e registra con la telecamerina tutto quel che vede. Lo fa per una settimana e conserva i dati in memoria. L’ottavo giorno, al momento di inquadrare la console col vaso cinese, nota che il vaso è sparito. Sul tablet pettorale esce la scritta: Sorpresa. Se per terra nota dei pezzi che è in grado di riassemblare usando la funzione Puzzle3D del suo sistema e capisce che corrispondono al vaso integro registrato in memoria sullo schermino uscirà: Tristezza. Difficilmente scriverò Gioia, come accade invece agli uomini che vedono finalmente andare in pezzi un inamovibile e orripilante vaso pseudocinese, regalo di qualche parente allo stesso tempo permalosa e vendicativa.

Ovvio che, detta così, è troppo semplice. Il motore di Pepper è un sistema che funziona sul modello di una rete neurale (il nostro sistema nervoso) strutturata su diversi livelli che si accendono, si spengono e entrano in rapporto tra loro emulando il nostro sistema endocrino (“endocrine-type multi-layer neural network”). Anche qui: andiamoci piano. Tutti sanno, ad esempio, che i più avanzati studi sul funzionamento delle reti neurali (del nostro cervello) si svolgono in gran parte osservando il celeberrimo “moscerino della frutta”, la drosophila melanogaster. Questo per due motivi: il primo è che le drosophile si riproducono a tassi vertiginosi. Ergo, se anche ne muoiono a migliaia non ci sarà nessuna Brambilla che sorgerà a difenderle: non sono beagles. Il secondo, quello più importante, è che hanno una rete neurale (un cervello) fatto di pochissime connessioni. Sempre tante rispetto a un computer, ma infinitamente poche rispetto a quelle dei nostro sistema nervoso centrale e periferico. Quindi sono più facili da studiare. Pepper ne ha ancora meno, cosa che le rende più facilmente programmabili con algoritmi e ancor più facilmente descrivibili dal sistema.

Ovviamente, quando si dice “facilmente” ci si riferisce sempre a situazioni straordinariamente complesse dal punto di vista tecnico, perché altro è descrivere un sistema mediante un algoritmo, altro riuscire a fare in modo che esso si trasformi in una macchina - un automa, per dirla in termini filosofici e meccanici - in grado di funzionare. Dunque Pepper non sarà un mostro di raffinatezza emozionale, ma è egualmente qualcosa di assolutamente sorprendente (ooops! sorpresa). E lo è tanto più se lo si inserisce nell’attuale contesto delle ricerche sul ruolo delle emozioni nello sviluppo dell’umanità.

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Tutto nasce infatti - secoli fa - dalle ricerche di Cartesio, il filosofo e matematico francese che per primo usò il termine “automa” nelle sue ricerche. Un libro - uscito vent’anni fa - di un neuroscienziato americano, Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio, mostra molto bene come il rapporto fra sentimenti (emozioni) e ragione non funzioni esattamente come aveva ipotizzato il fondatore del pensiero moderno e del dubbio (ooops! dubbio) sistematico. Secondo Damasio le due cose funzionano in sincrono, in stretta relazione fra di loro.

Da allora in poi le ricerche sulle azioni reciproche fra i due sistemi si sono sviluppate in maniera impressionante anche grazie allo sviluppo dei calcolatori che permettono di simulare in maniera sempre più articolata le interferenze di un livello sull’altro (o di un insieme di livelli su altri insiemi di livelli), come appunto hanno dichiarato quelli di Aldebaran. Se personalizzate la vostra pagina di Googlenews con l’indice Neuro- science avrete ogni giorno (o con la frequenza che preferite) una quantità impressionante di notizie sulle fantastiche prospettive che l’informatica ha aperto alle neuroscienze. Simulare al computer consente infatti di ridurre fortemente anche le stragi di drosophilae. E di dichiarare chiusa - anche da questo punto di vista - l’era del razionalismo cartesiano. Ossia, come si dice in gergo, la modernità.

E dunque, se - quando torneranno in negozio - arriverete in tempo a poter impiegare 1.600$ per comperarvi un meraviglioso Pepper, disponetevi ad usarlo non solo come ricognitore e avvisatore di tutto ciò che avviene in casa, ma anche come uno stupendo giocattolo con cui accorgersi (con immensa gioia) dei procedimenti con cui si arriva non a provare una emozione, ma ad indicarla come l’equivalente di una serie di passaggi fatti di se→allora e di tutte le connesse (e stupende) diavolerie della logica. Non a fare un ragionamento, ma a indicarlo come una serie di risultati generati da dubbi, momenti di felice corrispondenza fra attese e coincidenze ottenute, dispiaceri per il fatto di dover ricominciare tutto da capo e via di seguito.

Per la malinconia dovrete invece aspettare ancora qualche mese.

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