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A 500 anni dalla nascita

Perché amare Santa Teresa d'Avila L'amante di Dio per eccellenza

Perché amare Santa Teresa d'Avila L'amante di Dio per eccellenza
Persone 30 Marzo 2015 ore 15:56

Cinquecento anni fa, il 28 marzo, nasceva Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada, cioè santa Teresa d’Avila, che papa Paolo VI volle Dottore della Chiesa. Wikipedia ne traccia una biografia precisa, alla quale rimandiamo per i particolari. Dato che è stato il suo compleanno vorremmo però farle un regalo un po’ diverso da una scheda anagrafica o da uno stato di famiglia. Magari prendendo spunto da quello che questa donna stupenda disse al pittore - l’unico - che la ritrasse da viva. Era un abruzzese, Giovanni Narducci, carmelitano col nome di Juan de la Miseria, che quando le presentò l’opera si sentì gratificato di un «Dio ti perdoni! Mi hai fatta cisposa e vecchia!» passato alla storia. Oggi è l’immagine più riprodotta sui souvenir di Ávila.

Che dire dunque di questa creatura che si pretendeva più bella di come la vedevano? Che c’aveva ragione lei. Non perché fosse bellissima (come probabilmente era), e nemmeno perché doveva essere davvero una pazza furiosa di cui si innamoravano (spiritualmente, ovvio, ma nemmeno tanto spiritualmente) re, imperatori, uomini d’alto rango e popolari, donne e quant’altro. Non perché è, assieme a san Giovanni Evangelista (nientemeno!), la patrona degli scrittori (scrive, se ci è permesso dirlo, da Dio. Meglio perfino di Ambrogio, Agostino e altri sommi). Non perché ha detto - e cinque secoli fa - quello che anche a noi capita ogni tanto di voler dire e poi non diciamo perché tanto lo ha già scritto lei e molto meglio di quanto potremmo fare noi. Quanto alle poesie, non ci proviamo neanche (una, musicata, la potete sentire alla fine).

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E nemmeno perché, nonostante quel suo fare sdilinquito da pubblicità Calvin Klein Perfumes, aveva dentro un’energia da stroncare un autotrasportatore turco che faccia la linea Hannover - Istanbul - Abu Dhabi, col quel suo andare e venire per tutta la Spagna del tempo a fare e disfare case e fondar monasteri dovendo ogni volta combattere con tutti coloro che non se la volevano vedere attorno (l’accusarono perfino di avere il diavolo addosso. E allora non ci andavano tanto per il sottile, con certe cose) senza al contempo scontentare coloro che, viceversa, avrebbero fatto carte false pur di averla a tiro e poterci parlare di giorno e di notte.

Non l’amiamo - rasentando a tratti l’idolatria - per quel che fu capace di mettere in piedi assieme al suo amico Giovanni di San Mattia, giovane carmelitano, studente all'Università di Salamanca, che noi conosciamo col nome di san Giovanni della Croce: il rinnovamento dell’ordine carmelitano coinvolgendo mondo e popolo, dal papa all’ultimo contadino di Castiglia. Che gigantesca, titanica, tenerissima amicizia fu quella! Roba da capogiro, al pari dell’impresa. Ma non è nemmeno quest’avventura a rendercela cara.

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L’amiamo perché - è questo il nostro regalo di compleanno - siamo gelosi che una donna così, ardente come la Castiglia d’estate, tagliente come il gelo dei fiumi d’inverno, tenera come il grano a primavera, si sia data nel modo in cui si è data soltanto al Signore Nostro Gesù Cristo. Perché viene da domandarsi: che c’avrà poi questo Signore Gesù Cristo di tanto speciale che Teresa lo ha preferito a noi? Non dico a me, perché cinquecento anni fa non c’ero ancora: a uno come me che viveva allora. Un tipo - diciamo - Gian Lorenzo Bernini che ha fatto per lei la statua più bella del mondo, che da sabato scorso è nuovamente visibile, dopo i restauri, in Santa Maria della Vittoria, a cinque minuti da Termini. Per il mezzo millennio, appunto. Di quella non avrà detto che l’ha fatta brutta e cisposa.

È stato, questo amore spigoloso e infuocato per il suo Signore Gesù, la forma della sua missione fra gli uomini. Perché ha fatto vedere - a noi maschi - cosa arriva a sognare nella sua carne una donna che non si accontenti di meno che di tutto - e magari con anche qualcosa di più. Ha mostrato - d’altro canto - alle donne cosa potrebbero avere se non si accontentano di essere un po’ meno di quel che sono. Cercare di diventare santi per gelosia di Cristo non è la strada più semplice e meno problematica che esista al mondo, anche dal punto di vista teologico. Non diciamo poi da quello affettivo. Ma nemmeno la via che scelse Teresa fu semplice, forse perché non di una strada si trattò ma di una passione travolgente, da corrida con le rose nei capelli neri, che le ferì il cuore anche in senso fisico, come poi videro - con qualche sbigottimento - i medici che ne verificarono la salma intatta dopo secoli. Diciamo allora così: che la sua strada fu un amore di donna coraggiosamente abbracciato fino alle estreme conseguenze. Vorremmo esserne degni anche noi, ora che te l’abbiamo detto.

 

 

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