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Ennesime repliche, ennesimi successi

Perché Montalbano li batte tutti

Perché Montalbano li batte tutti
Persone 23 Luglio 2015 ore 17:00

Perché Montalbano continua a piacere?

Perché la Sicilia è bellissima. È bello il mare, sono belle le case antiche (dentro e fuori), sono incredibili gli stazzi per le pecore e le tonnare in disuso, le chiese barocche, le città di pietra, gli spazi e le strade polverose. La trasparenza dell’acqua. Le residenze principesche. Dove sta Balduccio Sinagra, per esempio, il castello di Donnafugata, è dove la mamma del piccolo Lorys faceva il corso sul robottino da cucina. E quando vedi nei telegiornali qualche sprazzo di Montalbano, e lo riconosci, allora pensi che quelle facciate, le scale, i ristoranti sul mare, il trionfo di vetri e di stoffe nei palazzi cadenti, le fughe di stanze, non sono inventati, non sono stati ricostruiti in studio: ci sono davvero. E ci puoi andare. Tanto è vero che il business del turismo è salito alle stelle da quelle parti. Il turismo specifico sui posti di Montalbano, diciamo. Come appunto voleva la Regione Sicilia, che ha fatto bingo!

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Perché il regista, Alberto Sironi, e i responsabili del cast non hanno sbagliato un colpo. Lasciamo da parte i protagonisti fissi - uno più centrato dell’altro, uno più bravo dell’altro - che è inutile nominare. Sono i personaggi dei diversi episodi, perfino quelli di contorno, che non si capisce dove siano andati a trovarli e come abbia fatto il regista a farli lavorare così: giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e uomini uno più incredibile dell’altro.

Balduccio Sinagra quando si arrabbia: con le mani che gli tremano, la dentiera che traballa, le parole che gli si smozzicano nel fiato che gli manca e nello stesso tempo animato da un vigore indomabile da capo mafioso che nessuna legge riuscirà mai a contenere.

La moglie che ha ucciso il marito non perché era gelosa di Afef, ma perché «quella troia si stava arrubbando magari la me casa, la casa mia», una donna così attaccata ai soldi da essersi fatta riconoscere dal conducente dell’autobus perché voleva rimborsato il biglietto.

Il vecchio che «Cose delicate sono, Commissario!» che spiava la ragazza moldava mentre faceva il bagno «No dalla serratura, Commissario, no dalla serratura!». «E come, allora?». «Allargavo il buco che c’è nella porta» con una punta di ferro. Che diamine!, spiare sì, ma con dignità.

La signora cicciotta che in desabillé, ma tenendosi stretta la vestaglia al collo, fa la vezzosa col Commissario in assenza del marito, in quel suo siciliano sonante nelle ottave acute e il rossetto di fuoco. E la figlia dei Cùffaro o Cuffàro che uccide il marito perché lo ama, pallida come una mummia dietro il rosso delle labbra e il nero degli occhi.

La vecchia mamma dell’informatore di Montalbano - e suo compagno alle elementari, poi diventato malavitoso - ucciso dalla mafia perché scoperto nel suo doppio gioco. Una vecchia maestra coi suoi ricordi negli occhi capaci ancora di sorridere, i denti tutti storti, la povera casa sperduta in montagna.

Non ne hanno sbagliato uno. Non ne hanno sbagliato uno.

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Poi ci sono le scene come quella fra l’antiquario strozzato dai debiti di gioco e «quella fimmina che è bella assai, Commissario», cioè Alessia Merz, che possono ingenerare più di una notte inquieta. Stiamo parlando della scena in flashback che ricostruisce l’assassinio in La voce del violino. Non si è risparmiata davanti alla macchina da presa, la fimmina. O il bagno notturno con una Serena Rossi abbronzata al punto giusto in Vampa d’agosto. Son cose che si vedono volentieri anche più di una volta.

E c’è anche la fidanzata di Montalbano, Livia, Catharina Bohm in depressione costante ma carrozzeria non male, che serve tantissimo a farci stare dalla parte di lui, che riesce a sopportarla per noi tutti che ce la toglieremmo invece volentieri di tra i piedi. Invece Montalbano è paziente, la regge bene, tutto sommato. La svedese pilota di rally, che ogni tanto scende a Vigata per ragioni di coproduzione, è tutt’altro tipo: simpatica da morire.

Sì. C’è anche il linguaggio misto d’italiano e di locale: ci spiai, c’inzeccò, Montalbano sono, i cabbasisi eternamente rotti del dottore, il sudatissimo sempre anatomopatologo. I continui fraintendimenti di Catarella, preziosissimo al computer e per il suo amico fotografo Cicco De Cicco. E i nomi dei posti: la mannara, le strade che si chiamano in due modi diversi (uno per i numeri pari e l’altro per i dispari), le città capoluogo e quelle del circondario che ormai ci sono divenute familiare come fossero vere.

E i casi. I casi uno diverso dall’altro, e tutti umani umanissimi nella loro dinamica: non come Csi, Ncis, LApd, Cobra 11, e tutte quelle sigle che altro che i cabbasisi ci hanno rotto, Commissario.

 

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