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José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe

Il presidente più amato al mondo

Il presidente più amato al mondo
Persone 30 Gennaio 2015 ore 12:14

Pare di aver letto, giorni fa, che l’Ospedale di Bergamo abbia fatto richiesta di sangue 0 Rh-. Probabilmente è stata avanzata perché in città si trovano immigrati sudamericani. Un personaggio che certamente ha sangue di quel tipo è il presidente uruguayano José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, perché il cognome Mujica - quello del padre - è basco mentre quello della madre, Cordano, proviene dalla Fontanabuona, la valle ligure percorsa dal torrente Lavagna. Baschi e Liguri sono le popolazioni mediterranee che hanno ereditato il sangue degli antichi Cretesi scampati allo tsunami provocato dall'esplosione del vulcano di Santorino. Emigrando in Sudamerica lo hanno portato anche là e lo hanno anche sparso in abbondanza, secondo che si dice in giro.

Ma Pepe Mujica non ha solo il sangue dei suoi antenati. Anche il suo profilo ne testimonia l’origine: ateo, parco di costumi, ogni volta che si legge di lui per una qualche decisione sembra di sentirlo borbottare sottovoce, un po’ inquieto, come il grande Govi. Amatissimo dal suo popolo, è considerato “il presidente più povero del mondo” perché del suo stipendio trattiene solo l’equivalente di ottocento euro che, dice, gli bastano per vivere anche considerando il fatto che a molti suoi concittadini basta ancora meno. Il resto lo restituisce allo Stato e ad associazioni benefiche. Possiede una modesta fattoria alla periferia di Montevideo e si muove, senza scorta, su una vecchia Volkswagen Maggiolino del 1987, color celeste, valore commerciale di circa 2.200 euro. Proprio questa macchina è finita sulla lista dei desideri di uno sceicco arabo, che durante un vertice internazionale in Bolivia gli aveva detto di essere disposto a sborsare la bellezza di un milione di dollari per averla. Mujica ci ha pensato ma poi ha deciso di tenerla per non offendere gli amici che all'epoca organizzarono una colletta per regalargliela.

 

maggiolino

 

Nato il 20 maggio 1935, crebbe nella vigna piantata dai nonni e perse il padre all’età di 5 anni. Dai 13 ai 17 si dedicò al ciclismo, pensando di diventare professionista. Poi però, tramite sua madre, entrò nel Partito Nazionale Uruguayano di ispirazione peronista, conquistando i galloni di Segretario Generale del settore giovanile. Nel 1962, dopo aver vinto le elezioni col suo partito, lo abbandonò per fondare l’Unione Popolare assieme ai Socialisti e a un gruppuscolo chiamato Nuova Base che appoggiò Emilio Frugoni (altro nome di casa nostra) nelle Presidenziali. Dovevano aver sbagliato qualche calcolo. Ottennero il 2,3 percento dei voti.

Ma la politica gli era entrata nel sangue e Pepe, alla vigilia dei 30 anni, decise di partecipare al Movimiento de Liberaciòn Nacional (MLN) che tutti conobbero come Tupamaros, dal nome - Tupac Amaru - del capo di una rivoluzione antispagnola che squassò il Perù coloniale nella seconda metà del Settecento. I Tupamaros erano un movimento armato, che praticava la guerriglia, e Mujica si buscò più di una pallottola, partecipò all’occupazione di Pando (nei pressi della capitale, Montevideo), venne arrestato 4 volte e fu tra coloro che organizzarono con successo l’evasione dal carcere di Punta Carretas nel 1971. Ripreso nel giro di un anno.

L’anno ancora dopo (1973), a seguito del golpe militare di Juan Maria Bordaberry, la sua sorte peggiorò ulteriormente perché fu mandato a trascorrere i 12 anni successivi in un carcere che disponeva di un settore di isolamento ricavato da un pozzo scavato nel terreno. Pare che il detenuto Mujica vi abbia trascorso parecchio tempo. Per soprammercato entrò nella lista dei 9 dirigenti tupamaros che la dittatura considerava rehenes (ostaggi). Se i loro amici fuori avessero condotto azioni sgradite al regime, loro che erano dentro sarebbero stati immediatamente fucilati. I tempi erano questi.

Uscito vivo - anche se non del tutto indenne, psicologicamente - da quest’avventura, Pepe ormai cinquantenne e i suoi amici furono liberati sulla base di un’amnistia nel 1985. Il provvedimento avrebbe dovuto coprire tutti i reati politici - guerriglia compresa - commessi da una parte e dall’altra dal 1962 in poi. Ma quando si venne a conoscenza di quel che aveva fatto Bordaberry si pensò che i crimini contro l’umanità non potevano restare impuniti e lo stesso ex dittatore fu incarcerato al termine di un processo che all’epoca fece enorme scalpore.

Ripresosi completamente dai postumi della detenzione, Mujica e altri dirigenti tupamaros crearono - assieme ad alcune formazioni di sinistra - il Movimento di Partecipazione Popolare (MPP) che entrò a far parte della coalizione detta Frente Amplio (Fronte Ampio). Eletto deputato nel 1994, cinque anni dopo si trovò senatore e protagonista di un libro ("Mujica") di tale Miguel Ángel Campodónico che più Fontanabuona di così si muore (il rio Campodonico scorre sotto l'uscita "Chiavari" dell'A12). Divenne il Mandela dell’Uruguay. Ministro dell’Allevamento, scelse come sottosegretario Ernesto Agazzi, che ricordiamo perché ci consente di spostarci dalla Liguria al Brembo e al Serio.

Sempre più amato dalla sue gente, Mujica si trovò, nel 2009, ad essere il candidato ufficiale del Fronte Ampio alla presidenza della repubblica per il quinquennio 2010-2015. La scelta scontentò altri quattro personaggi che ritenevano di avere gli stessi titoli e fu battaglia dura. Mujica decise di lasciare la guida del suo movimento per presentarsi come candidato di tutto il Fronte e il voto gli dette ragione: fu eletto presidente al secondo turno col 52 percento dei voti contro il 39 del suo principale contendente.

Il seguito è noto: Mujica ha sostenuto e ottenuto la depenalizzazione dell’aborto, ha sostenuto e ottenuto il riconoscimento dei matrimoni gay e la legalizzazione della marijuana. Ha detto: «la tossicodipendenza è una malattia, guai a confonderla col narcotraffico». Sarebbe bene non fumare marijuana, ma per evitare che la gente compia atti criminali per procurarsela sarebbe opportuno organizzarne la distribuzione gratuita e controllata, così da togliere il terreno sotto i piedi ai trafficanti. In questo il presidente ha l’appoggio di José Rubial, presidente della Corte Suprema. Se poi uno vuol coltivarsela da solo sul terrazzo può farne crescere fino a sei piantine per uso personale. La quantità in eccesso dovrebbe essere venduta al servizio pubblico.