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Prima Peruzzo, poi Valeri arbitrare così è diabolico

Persone 22 Gennaio 2015 ore 08:15

Prima Peruzzo che l'11 gennaio a Bergamo, all'ultimo minuto, inverte un punizione che non c'era e permette al Chievo di pareggiare la partita già persa, espellendo fra l'altro l'incolpevole Bellini. Poi Valeri che, stasera a Firenze, dopo soli dieci minuti, s'inventa un rigore che non c'era e falsa la partita di Coppa Italia. Errare è umano, arbitrare così è diabolico. Questi sono arbitri da cacciare, senza se e senza ma, perché sono tecnicamente mediocri e totalmente inadeguati.

Chissà se il bergamasco designatore Messina se n'è accorto. Sicuramente Nicchi no. Nicchi è il presidente dei fischietti che a ogni pié sospinto scende da Marte e dichiara essere i suoi sodali i migliori arbitri del mondo. Forse su Marte l'aggettivo peggiori si traduce migliori. Sulla Terra no. Peggiori sono e peggiori restano. Come l'ineffabile Di Bello che, ieri sera a Roma, si è inventato il rigore fatale allo splendido Empoli, eliminato dalla Coppa a causa dell'ennesimo sfondone arbitrale.

Ironia della sorte, Valeri è lo stesso che avrebbe dovuto arbitrare Atalanta-Chievo, ma era stato fermato dall'influenza nella notte precedente la partita. Tanto che con l'ironia che lo contraddistingue, Pierpaolo Marino osservò: «I nostri problemi sono cominciati quando Valeri ha preso l'influenza». Peccato che, guarito dall'influenza, l'arbitro abbia ricominciato a far danni come, ad esempio, anche l'Udinese può testimoniare.

L'eliminazione dell'Atalanta dalla Coppa Italia, competizione ai cui quarti di finale la squadra non accede da dieci anni, ci poteva anche stare, considerato il valore assoluto della Fiorentina e la scelta di Colantuono di puntare dritto sulla salvezza. Ma non così. Non in questo modo. E complimenti al signor Gomez, felice per essere tornato a segnare, addirittura due gol e incurante delle proteste di Stendardo che gli chiedeva di riconoscere pubblicamente come non avesse subito fallo, per giunta da rigore. Ma lo stile è come il coraggio: se uno non ce l'ha, non se lo può dare.