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Antonio Marano, libero dopo 49 anni

La storia violenta (e quasi tenera) del detenuto più longevo d'Italia

La storia violenta (e quasi tenera) del detenuto più longevo d'Italia
Persone 03 Gennaio 2015 ore 14:58

È il detenuto più longevo d’Italia e in questi giorni, grazie al decreto svuotacarceri, è tornato in libertà. Si chiama Antonio Marano, ha 70 anni ed è originario del catanese. Nel corso degli ultimi 49 anni, però, ha cambiato molte città. Sempre in carcere.

La sua storia. Nato a Mascali, provincia di Catania, nel 1944, da mamma casalinga e papà bracciante, mediano di 5 figli, per aiutare la famiglia povera ogni tanto ruba melanzane e peperoni, per mangiare. A 18 anni inizia a fare il manovale. Gli vengono commissionati lavori nei paesi vicini al suo e doveva presentarsi molto presto la mattina, per velocizzare gli spostamenti, che doveva fare a piedi, un giorno decide di rubare una bicicletta, poi una moto. A 19 anni si sposa e mette al mondo due figli. Poco dopo viene arrestato per il furto della moto, e sommando anche gli altri furti, viene condannato a 11 anni. Nell’ottobre 1971 esce in permesso premio, per chiedere perdono alla moglie. In quell’occasione concepisce la terza figlia. Gli restano da scontare 16 mesi e per togliersi un peso dalla coscienza va dai carabinieri di Giarre per saldare il suo debito con la giustizia. Torna in galera e dal 1971 è uscito nei giorni scorsi. In prigione diventa il “killer delle carceri”, per aver compiuto due omicidi e averne tentati altrettanti. Le pene si moltiplicano, tra cui una condanna all’ergastolo, e gli anni dietro le sbarre sono diventati 49, durante i quali gira i penitenziari di mezza Italia, molti con il regime del 41bis.

Catania, Pianosa, Termini Imerese, Porto Azzurro, Alghero, Asinara, Palmi, Palermo, Sassari, Favignana, Voghera. All’Ucciardone dal 41bis passò all’Eiv, la sezione un gradino sotto, quella dell’elevata sorveglianza. Ne ha girati talmente tanti, di penitenziari, che qualche anno fa ha stilato una classifica delle “sue” prigioni. «Ho fatto un'analisi dei miei 40 anni di galera» disse. «Il miglior carcere dei normali è Favignana, il peggiore è Sassari. Il peggiore degli speciali era l'Asinara e il migliore Voghera, dove nonostante quegli 8 anni di isolamento da cani, la Regione ci faceva vivere e per me fu la migliore galera che ho fatto e, credimi, per quel lavoro che mi faceva fare in carcere la Nuova Spes (società creata dalla Regione Lombardia, ndr) mi sentivo realizzato che mandavo quel milione al mese a quella povera sventurata di mia moglie». È stato condannato anche all’ergastolo ed è evaso più volte. «All’ergastolo - disse una volta - preferisco la pena di morte. Ma mi devono fucilare loro, perché io, da vero siciliano, considero il suicidio un atto di vigliaccheria. E non lo farò mai».

Adesso che è stato rilasciato dal Tribunale di sorveglianza di Torino, si affaccia in un mondo che non riconosce, «non ci sono più le botteghe e ai supermercati non trovo l'uscita, le bambine di 5 anni ora sono donne di 50, molti ragazzi mi chiamano nonno», racconta a La Stampa.

Il carcere e gli omicidi. Fa quasi tenerezza sentire una storia così. Un uomo che tempi addietro, durante il suo unico permesso di 48 ore, ha detto di odiare la violenza ma che «dentro il carcere mi sono trovato in mezzo agli animali e alla fine sono diventato animale anch’io». Di sicuro la sua storia è anche una storia di fallimento del sistema carcerario italiano e del suo fine rieducativo. E la tenerezza allora si trasforma in inquietudine se si pensa a quello che Marano ha fatto in carcere. Il primo omicidio risale al 1975, nel carcere di Catania. Uccide un detenuto che lo aveva aggredito a coltellate mentre andava a colloquio dalla moglie e si prende 27 anni. A proposito del delitto disse che era per difendere il fratello dalle minacce di Carlo Castro, un altro boss dell’epoca. Nel luglio 1976 il secondo omicidio: «Quello che ho fatto l’ho fatto: è vero che ho accoltellato un casalese a Potenza perché aveva violentato due ragazzi, due detenuti calabresi e io li ho vendicati.
La violenza non l’accetto».

I pentiti e la mafia. Il killer delle carceri è giudicato socialmente pericoloso e gli anni di prigionia si accumulano. I pentiti lo tirano in mezzo in alcune storie di mafia, fino a quando viene coinvolto nel processo Epaminonda, il primo pentito di mafia a Milano. Durante il processo succede di tutto, gli sparano con una calibro 6.35 e lui all’udienza successiva si porta una bomba carta, che tira nella gabbia di altri imputati. Uscì assolto dal processo. Nel 1987 nel carcere di San Vittore a Milano, insieme al compagno Nino Faro detto Sciusciapipa, accoltellò Vincenzo Andraus, condannato a 5 ergastoli e anche lui imputato nel processo Epaminonda. Non lo ammazzarono solo perché le guardie intervennero in tempo.

La svolta mistica. In carcere Marano inizia a dipingere angeli e Madonne. In cima alle scale della sezione di massima sicurezza all’Ucciardone c’è una cappella. Ai lati dell’altare gli acquerelli di Marano.
 Crocifissi strazianti, paradisi di angeli e nuvole, Madonne bambine e paffute, piccoli Gesù biondi e ricciuti, coroncine di rose. Dieci anni fa, in un’intervista al Messaggero, dichiarò: «I giorni più duri, mentre pensavo di morire di dolore in fondo a una cella ho ricordato le parole delle preghiere di quando ero piccolo. Non ne parlavo con nessuno perché la fede è una cosa di cui avere pudore. Poi ho chiesto la carta e una matita, e la fede l’ho disegnata. Quando mi hanno concesso anche i colori è stata una gioia. Adesso ogni mattina faccio cento flessioni e riordino la cella, poi mi metto a pensare alla mia vita e so che è vero quando dico che la violenza l’ho sempre odiata, potete credermi?».